Anche il sistema attuale penalizza i redditi bassi

Le inefficienze nella ridistribuzione

12 Luglio 2017

Il Sole 24 Ore

Argomenti / Teoria e scienze sociali

Gli incentivi al lavoro costituiscono una delle dimensioni importanti da considerare nel comparare diversi sistemi fiscali e, in particolare, nel comparare le due grandi alternative di sistemi di imposte personali e trasferimenti alle famiglie. Da un lato, il sistema caratterizzato da aliquote marginali crescenti e da un sostegno ai redditi più bassi ottenuto tramite articolati interventi condizionati e categoriali. In questo sistema le tasse proporzionalmente crescenti finanziano interventi di sostegno ai redditi più bassi e l’articolazione di questi interventi e l’uso delle deduzioni per i redditi più elevati mirano a garantire sufficienti incentivi al lavoro. Dall’altro lato, il sistema con tassazione proporzionale associata a un reddito di base universale. Qui la progressività è garantita dal reddito di base, che fa sì che le aliquote medie crescano al crescere del reddito imponibile. Il reddito di base risolve in modo semplice il problema del sostegno ai redditi bassi, mentre la tassazione proporzionale modera i disincentivi al lavoro per i redditi più elevati.

Il sistema vigente in Italia appartiene alla prima tipologia, ma ne rappresenta una versione difettosa, soprattutto per la farraginosità degli interventi a sostegno dei redditi bassi. Ne risulta un disegno penalizzante per gli incentivi e poco efficace nella redistribuzione. Non a caso, quindi, ricorrentemente emerge l’interesse per il secondo approccio che potrebbe portare maggiore trasparenza, semplicità ed efficacia (come si sostiene ad esempio nella recente proposta “25%pertutti” dell’Istituto Bruno Leoni). Anche se non c’è un consenso generale, fra i sistemi che la teoria economica ha suggerito come promettenti – per un buon equilibrio tra incentivi al lavoro e sostegno ai bisognosi – compare appunto la Negative income tax (Nit) accoppiata ad una Flat tax (Ft), sistema che si colloca nella seconda delle due classi richiamate in precedenza.

In generale, diversi valori dei parametri fiscali (l’aliquota e l’importo del livello di reddito garantito per i meno abbienti) indurranno le famiglie a scelte di offerta di lavoro diverse che implicheranno un diverso livello di benessere e un diverso livello di gettito fiscale complessivo netto (pari al gettito totale al netto dei trasferimenti). Ciascuna famiglia – dato il regime fiscale – sceglierà, in particolare, la combinazione di risorse (tempo e reddito) che renderà massimo il suo benessere date le sue caratteristiche (fra cui le dimensioni, ma non solo). Ma quali valori dei parametri fiscali renderanno massimo il benessere delle famiglie rispettando al tempo stesso gli obbiettivi prefissati di gettito? Una recente ampia ricerca si è proposta di rispondere a questa domanda per diversi paesi dell’Unione Europea tra cui l’Italia. I risultati possono contribuire alla discussione aperta dal progetto Ibl. Per dato gettito e a regime, la riduzione delle ore mediamente lavorate a seguito dell’introduzione della Nit è poco significativa e concentrata quasi totalmente fra le femmine single, il cui tasso di attività si riduce di 1-2 punti percentuali. In alcune versioni della Nit la presenza di una aliquota marginale pari al 100% per i redditi oggetto di integrazione può paradossalmente condurre a un incremento della diffusione della povertà (”intrappolando” alcune famiglie al di sotto di quel livello), salvo che l’integrazione non sia parziale (come nel disegno originario della Nit) o non sia limitata o decrescente nel tempo (come nella proposta Ibl). Ma quale che sia la sua configurazione, l’introduzione della Nit migliora, al margine, sia l’efficienza che l’equità del sistema. Sempre che il livello di reddito al di sotto del quale si prevede l’integrazione non sia eccessivamente elevato (e quindi l’effetto “trappola della povertà” non sia eccessivamente visibile). Nel caso italiano, ad esempio, per garantire un miglioramento netto rispetto al sistema di imposte e benefici oggi in vigore, esso non dovrebbe attestarsi oltre i 500-600 euro mensili (un livello pienamente compatibile con la proposta 1b1 in discussione).

Da Il Sole 24 Ore, 12 Luglio 2017

oggi, 31 Maggio 2024, il debito pubblico italiano ammonta a il debito pubblico oggi
0
    0
    Il tuo carrello
    Il tuo carrello è vuotoTorna al negozio
    Istituto Bruno Leoni