Caro direttore,
sulla Stampa di domenica chiedevi se non fosse ovvio il bisogno di una Costituzione europea. Prendo quella domanda come non retorica. A cosa serve la Costituzione? A cosa servirebbe una Costituzione europea?
La Costituzione, lo dice il termine, è ciò che istituisce e al tempo stesso fissa un ordine giuridico e politico. È la Legge fondamentale, come si dice in alcune lingue straniere, il tronco da cui partono i rami delle regole giuridiche di convivenza, che ne attuano i principi.
Ma cosa sono i principi costituzionali? Sono i valori che fanno da collante a una comunità, sono il credo comune che le persone accettano perché lo sentono proprio, pur in una società frammentata e complessa? Sono realmente tutto questo? Davvero, ad esempio, crediamo che per gli italiani sia un valore trasversale e comune «la famiglia come società naturale fondata sul matrimonio»?
Indubbiamente, la Legge fondamentale ha anche questo ruolo. È un meta-simbolo, un insieme di simboli che si fa esso stesso bandiera e a volte persino religione. In mancanza di altri credo e culti comuni, la Costituzione ha una sua liturgia che dà consistenza all’ombra dello spirito pubblico. Ma se ideali in qualche modo condivisi devono essere, non possono risultare generati dalle burocrazie e dalle segreterie di partito. La lingua è l’ultimo epifenomeno delle comunità politiche. Ebbene, nell’Unione europea se ne parlano 24 ufficiali. Chi sarebbe l’interprete dei valori condivisi del popolo europeo?
Proprio in Europa abbiamo avuto conferma che le Costituzioni calate dall’alto rischiano di produrre l’effetto opposto. Nel 2005, il Trattato costituzionale per l’Europa – quello del dibattito infinito sulle sue radici giudaico-cristiane – venne rigettato dal popolo francese e olandese dopo essere stato approvato dal Consiglio e dal Parlamento europei. In entrambi i casi, pur con diverse percentuali di affluenza, l’orientamento dei giovani che si recarono al voto è stato nettamente contrario alla Costituzione, tanto che Barbara Spinelli, dalle pagine di questo giornale, definì il No francese una moda giovanile.
Occorre quindi stare attenti a credere che il No sia un atto di resistenza costituzionale. Ogni riferimento al referendum del mese scorso è voluto.
L’alternativa a una Costituzione di ideali comuni è una Costituzione per un’organizzazione comune, cioè un patto per fissare le regole del gioco del potere pubblico, perché nessuno possa abusarne. In fondo, è questo il cuore delle Costituzioni. La più antica e resistente tra le vigenti, quella americana, nasce per distribuire e bilanciare poteri. Le codificazioni dei diritti si aggiunsero nella forma degli Emendamenti.
È vero, l’Europa ha bisogno di un risveglio imperioso. Ma passare attraverso la costituzionalizzazione di ideali condivisi, più di quanto già sia sotto il motto di unità nella diversità e i diritti della Carta di Nizza, rischia di trasformare una possibile Legge fondamentale europea nel suo feticcio. Diverso sarebbe lavorare alle regole di organizzazione, perché – al momento – le istituzioni stanno facendo cose che a rigore i Trattati non consentirebbero. Segno che essi hanno smesso di svolgere il loro compito costituzionale: garantire che l’integrazione europea sia compatibile con i principi dello stato di diritto.
Tuttavia, anche volendo restringere così la fase costituente rilanciata da queste pagine dal presidente del Ppe Manfred Weber e dall’onorevole Moratti, si impone un altro interrogativo. Siamo sicuri che l’attuale dirigenza politica europea abbia l’autorevolezza e il mandato per affrontare questo compito?
Spiace dirlo ma questa è l’Europa che sta partorendo il topolino dell’app di verifica dell’età tramite documento di riconoscimento, quando esistono già sul mercato meccanismi molto più efficaci come Worldcoin; è l’Europa che parla di ricerca e investimenti pubblici e si inceppa nell’autenticazione sul suo portale di accesso ai progetti di finanziamento; è l’Europa che in materia di innovazione e semplificazione fa le cose opposte a quelle che dice.
Il momento in cui il sistema europeo ha garantito di più i valori che difende (libertà, integrazione, stato di diritto, benessere democratico) è stato quando meno lo ha preteso e quando più ha pensato se stesso come un’organizzazione funzionale alla libertà di movimento. Quando ha inseguito il progetto di un mercato comune e uno spazio senza barriere e non le farfalle di un patto rousseauviano. Se c’è uno spirito europeo da rilanciare, è come allora, quello della libertà.