Alitalia, metafora di un paese immobile

Di fronte a questa crisi aziendale, ci vuole il coraggio di schierarsi con il cittadino comune

27 Aprile 2017

La Provincia

Carlo Lottieri

Direttore del dipartimento di Teoria politica

Argomenti / Teoria e scienze sociali

I lavoratori di Alitalia hanno votato contro il piano di salvataggio e, in tal modo, hanno deciso il commissariamento dell’azienda. Nel sistema industriale italiano, questa azienda continua a essere una ferita aperta, dato che anche dopo la privatizzazione non è riuscita a essere competitiva, produrre utili, offrire servizi apprezzati dalla clientela. Spesso oggetto di ironie (in America la sigla era letta così: Always Late In Take-off Always Late In Arrival, e cioè sempre in ritardo a decollare e ad atterrare…), quella che fu la compagnia di bandiera continua a essere irragionevolmente vissuta dai dipendenti come una realtà che deve godere di uno statuto speciale.

Il rigetto del piano di austerità ha così un significato ben chiaro: si vuole che lo Stato metta soldi. Si spera in una qualche forma di finanziamento o in un’ulteriore nazionalizzazione, così che a pagare i conti del disastro siano i contribuenti. Come già altre volte in passato.

In realtà, non c’è bisogno di fare nulla, perché gli abitanti di questo Paese e da tempo si muovono benissimo in Europa e nel mondo anche senza Alitalia. Nell’ultimo mezzo secolo tutto è cambiato e uno dei mutamenti maggiori si è avuto proprio nel trasporto aereo, che oggi offre voli assai più che economici e di migliore qualità.

La politica romana, allora, deve mostrare coraggio, avendo chiaro che la compagnia aerea incarna uno dei simboli del peggio. Oltre che un dramma per gli attuali dipendenti, il cui posto adesso è molto a rischio, essa rappresenta una metafora del Paese che si rifiuta di cambiare e porre rimedio ai propri errori: come la Rai e le pensioni dei parlamentari, come la Salerno-Reggio Calabria e i forestali calabresi. Di fronte a questa crisi aziendale, ci vuole insomma il coraggio di schierarsi con il cittadino comune: che quando perde il posto non riceve alcun aiuto, quando ha meno clienti non ha un sussidio, quando sbaglia un investimento paga il conto dei propri errori.

Molti osservatori, purtroppo, sono pessimisti. Nonostante l’Europa si opponga a ogni forma di soccorso di Stato e nonostante il dissesto dei nostri conti pubblici, sta crescendo la convinzione che alla fine il governo in qualche modo finirà per intervenire. La ragione sta nel fatto che il conflitto oppone gli interessi (e i diritti) di milioni di cittadini contribuenti, ognuno dei quali è debolmente motivato a mobilitarsi, e un gruppo di poche migliaia di lavoratori molti dei quali concentrati a Roma che invece sono molto decisi a battersi e faranno tutto il possibile per orientare a loro favore le decisioni politiche. È insomma alta la probabilità che si continui a persistere sulla cattiva strada, ma in questo caso i danni sarebbero pesanti.

Oltre all’ulteriore gravame sui conti dello Stato e oltre al segnale lanciato a tutti gli altri gruppi volti a strappare privilegi, il salvataggio di Alitalia eviterebbe una maggiore apertura del mercato nazionale. Se si prenderà atto che l’azienda è fallita, infatti, si dovranno riassegnare i diritti di volo: creando chance per altri attori del settore e accrescendo la concorrenza. Ed è proprio di questo che abbiamo più bisogno.

da La Provincia, 27 aprile 2017

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