Sergio Ricossa sempre con noi

A dieci anni dalla scomparsa di Sergio Ricossa, riproponiamo una sua recensione del 1967 che anticipa i temi centrali di storia economica e delle idee sviluppati in opere successive come Straborghese e I fuochisti della vaporiera.


2 Marzo 2026

Istituto Bruno Leoni

Sergio Ricossa

Argomenti / Teoria e scienze sociali

Il 2 marzo 2016 ci lasciava Sergio Ricossa. Professore di politica economica all’Università di Torino, socio dell’Accademia dei Lincei, membro e per alcuni anni Vice Presidente della Mont Pelerin Society, cui l’aveva introdotto Bruno Leoni, Ricossa è stato un autentico protagonista della discussione pubblica in Italia.

Aveva collaborato giovanissimo con il direttore dell’Unione industriale di Torino, Augusto Bargoni, e aveva contribuito a introdurre in Italia la programmazione lineare. Col tempo, si allontanò da tale orientamento metodologico, scrisse un lavoro critico del pensiero di Piero Sraffa, si avvicinò alle idee della scuola austriaca dell’economia. Laureatosi con un economista “paretiano”, Arrigo Bordin, l’incontro intellettuale decisivo fu quello con Friedrich von Hayek. Il più importante libro di Ricossa, La fine dell’economia, è un lavoro filosofico di impronta hayekiana.

Era uno degli economisti italiani più brillanti della sua generazione, ma anche un eccentrico, che non riusciva a non tradire una spiccata vocazione letteraria. La sua ultima raccolta, uscita per l’editor Fogola di Torino, si intitolava Scrivi che ti passa.

Già negli anni Sessanta aveva diretto la rivista Le stagioni, “trimestrale di varietà economica” per il San Paolo di Torino, mentre curava antologie di “economisti che scrivono bene”.

Per molti anni, prima sulla Stampa e poi dalle colonne del Giornale di Indro Montanelli, Ricossa svolse la stessa funzione che Luigi Einaudi aveva svolto per la generazione precedente: educò una generazione al ragionare economico, in articoli scritti in italiano limpido e con una buona dose di ironia.

Presentiamo di seguito una recensione di Ricossa scritta per Le stagioni nel 1967, che testimonia la costante attenzione, nel tempo, per alcuni dei temi di storia economia e storia delle idee che occupano una posizione centrale nei suoi lavori successivi – come Straborghese e I fuochisti della vaporiera.


Alba e tramonto della potenza europea

Due affascinanti libri dello storico Carlo M. Cipolla1 raccontano il lento affermarsi, attraverso i secoli, della potenza europea, e pongono, come inaspettati protagonisti del racconto, gli orologi, i cannoni e le navi. Dalla sintesi al simbolo. L’autore, fra le cui doti sta una eccezionale capacità di sintesi (i suoi libri, sempre di ampie vedute, non arrivano alle duecento pagine ciascuno), assume ora gli orologi, i cannoni e le navi a simboli di vicende complesse, simboli che permettono di comprendere e ricordare facilmente ciò che altrimenti resterebbe confuso.

L’orologio meccanico e il canone appaiono in Europa all’incirca simultaneamente nel XIV secolo. L’orologio è testimonianza di un’arte meccanica già raffinata, e più ancora di una concezione moderna della vita. Il bisogno di non lasciarsi più guidare da eventi naturali, come il cammino quotidiano del sole, ma di misurare il tempo con artifici umani, è segno di un nuovo spirito degli Europei, di una loro nuova visione del mondo. Inizia allora quella che è la principale «mania» scientifica: la mania di misurare tutto, di tutto quantificare, di tutto ridurre a numero e di tutto dominare per mezzo delle matematiche, che sono l’ultimo mito rimasto all’umanità.

Il cannone è anch’esso testimonianza di un rivoluzionamento concettuale. Nel combattimento, le virtù dei «cavalieri antiqui» perdono di importanza. Il cannone, che spara contro i fortilizi medievali e li sgretola, spara pure contro il feudalesimo e sgretola la sua organizzazione militare e civile. L’orologio e il cannone vengono dopo che il Comune, cioè la città coi suoi artigiani e coi suoi commercianti, in altre parole: la borghesia, di cui nei secoli appresso Marx canterà le lodi pur prevedendone la rovina; dopo che il Comune, dicevamo, ha vinto la sua battaglia contro l’immobile gerarchia della nobiltà terriera.

Il borghese non poteva accettare quella gerarchia, che lo umiliava, mentre egli si sentiva capace di conquistare il mondo con la sua intraprendenza, il suo sapere, le sue capacità pratiche. Molte invenzioni tecniche nacquero fuori d’Europa o furono presto copiate dai Musulmani, dagli Indiani, dai Cinesi, dai Giapponesi. Anche l’orologio meccanico e il cannone furono copiati, ma solo gli Europei seppero perfezionarli e soprattutto applicarli con razionalità ed efficienza, alla maniera imprenditoriale. Altrove restarono dei giocattoli, delle curiosità, strumenti stranieri di cui non si acquistò mai veramente il dominio.

E così gli Europei occidentali, che nel XIII secolo erano ancora considerati barbari dai più raffinati popoli orientali, conquistarono il mondo. L’impresa non fu facile, perché gli Europei erano pochi di numero e il cannone più era potente e meno era manovrabile. Nelle battaglie terrestri esso era così ingombrante, da annullare, riducendo la mobilità degli eserciti, i vantaggi di potenza. E infatti i Turchi continuarono a minacciare seriamente l’Europa, sui fronti terrestri, fino almeno al XVII secolo.

In mare, le cose erano differenti. Gli Europei, più esattamente gli Europei dell’Atlantico, inventarono la moderna battaglia navale, innovando rispetto alla tradizione, che si basava su combattimenti corpo a corpo fra soldati portati da navi a remi e condotte all’abbordaggio. La nuova tattica esigeva invece il combattimento a distanza fra navi a vela armate di cannoni. All’energia umana, alla forza del muscolo del vogatore o del soldato, si sostituisce l’energia del vento e l’energia chimica. È una fase di quel processo tuttora in corso, anzi in accelerazione, che riserva all’uomo i soli compiti mentali, di iniziativa, di direzione.

I cannoni sulle navi permettevano di unire la potenza alla manovrabilità, e se ne accorsero non solo i popoli dell’Africa Nera e delle Americhe, troppo primitivi per competere, ma gli stessi evoluti Musulmani e Orientali, le cui flotte furono annientate prima dai Portoghesi, poi dagli Olandesi e dagli Inglesi. Ma la natura marittima della potenza europea risulta chiara dal fatto che le conquiste si limitavano alle isole e alle zone costiere. Lo scopo era principalmente commerciale: facilitare l’importazione in Europa dall’Oriente delle spezie, della seta, del cotone, del tè, dei tappeti, delle porcellane ecc., prodotti preziosi, che non sapevamo come pagare, se non con l’argento portato dalle Americhe.

Solo dopo il XVIII secolo, cioè dopo la Rivoluzione Industriale, l’Europa ebbe i mezzi di scambio (tra i primi, proprio gli orologi) e il boom economico e demografico consentì, fra l’altro, di penetrare più all’interno negli altri continenti, di completare le conquiste marittime con le conquiste terrestri. È storia di ieri. Il colonialismo è già terminato ed è oggetto di valutazioni critiche. I popoli del mondo van cercando un nuovo equilibrio, il cui simbolo, purtroppo, sembra essere la bomba atomica. Ed è un simbolo talmente minaccioso, che non siamo del tutto sicuri se fra un secolo o due sopravviveranno autori per scrivere un libro che lo adotti a chiarimento della nostra storia, e lettori a leggere quel libro.

Sergio Ricossa

  1. C. M. Cipolla, Guns and Sail e Clocks and Culture, ediz. Collins, Londra, rispettivamente 1965 e 1967. ↩︎
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