Agli italiani piace il melonismo fatto di pragmatismo e prudenza

Misure per dare slancio all’economia? Auspicabili ma non credo accadrà

28 Settembre 2026

Il Tempo

Edoardo Romagnoli

Alberto Mingardi

Direttore Generale

Argomenti / Politiche pubbliche

«Quella che ci attende temo non sarà una campagna elettorale più bella delle ultime. Non mi aspetto che sia più centrata sugli argomenti e meno sugli attacchi ad personam. La politica italiana ha una solida tendenza ad andare sul personale e così sarà anche in questa occasione».

Alberto Mingardi, direttore generale dell’Istituto Bruno Leoni e professore ordinario presso l’Università LUISS di Roma, non ha dubbi sul tipo di campagna elettorale che ci attenderà.

Il centrodestra può vantare di aver dato stabilità al Paese, ma non rischia di confondere il consenso a Meloni con il consenso all’intero progetto politico?

«Dal 1994 a oggi c’è una costante: le elezioni sono sempre state perse da chi era al governo. Per assurdo il centrodestra potrebbe scontare proprio il fatto di aver governato per l’intera legislatura. Tra l’altro questa stabilità ha portato ad avere dei conti pubblici in salute che hanno permesso di ritrovare credibilità, ma il governo ne parla poco».

Perché?

«Un po’ perché non è uno di quei temi che scaldano il cuore, un po’ perché la comunicazione elettorale dei partiti della coalizione era tradizionalmente molto diversa rispetto ai vincoli europei e al contenimento della spesa pubblica».

Promettere agli italiani che nella prossima legislatura verranno fatte le riforme istituzionali che in questa non sono state fatte può essere una carta valida o un boomerang per il centrodestra?

«Partiamo da un dato di fatto: credo sia improbabile che la prossima legislatura possa produrre un tasso di riformismo più elevato rispetto a questa. Ma forse gli italiani riforme non le vogliono e preferiscono qualcosa d’altro».

Cosa?

«Il melonismo piace e lo si vede anche dalle percentuali inusitatamente elevate per essere un partito che governa da tanti anni».

Cosa intende per melonismo?

«Quello descritto da Giovanni Orsina: un atteggiamento sostanzialmente pragmatico, di navigazione prudente in mezzo a un mare in tempesta».

Mi sta dicendo che agli italiani piace il lato democristiano di Meloni?

«Ovviamente è curioso che sia una persona con la storia di Giorgia Meloni a interpretare quel genere di attitudine, ma la DC ha governato per cinquant’anni non perché prometteva grandi cambiamenti. Ma semplicemente di tenerci in mani sicure».

Chi avvantaggia una legge elettorale con le preferenze, i capilista bloccati, il premio di maggioranza e senza ballottaggi?

«Il centrosinistra, ad oggi, ha più chance di raggiungere la soglia del premio di maggioranza. Ovviamente i sondaggi non sono le elezioni».

Non sarà complicato per il centro sinistra mettere insieme le diverse sensibilità su dossier centrali come, ad esempio, la politica estera?

«Per quanto riguarda l’accordo tra i due principali partiti della coalizione non vedo grossi problemi. Anche perché il Pd da partito centrista ha spostato l’asse molto più a sinistra quindi non vedo grossi problemi a trovare un accordo col M5s o con Avs».

Invece il centrodestra può fare a meno di Vannacci senza correre il rischio di perdere?

«Se faranno a meno di Vannacci il rischio di perdere è concreto. Però la legge elettorale che il governo ha pensato rischia di non assolvere al compito di favorire il voto utile».

Perché?

«È un sistema proporzionale in cui quando uno va a votare ha l’impressione di votare per i partiti che sente più vicini anziché per il governo del Paese o il premier. Sarebbe più facile in un sistema incardinato sui collegi uninominali».

Quindi Meloni che farà con Fn?

«Credo che la sua idea sia di preservare la sua coalizione per come è, anche perché se Vannacci entrasse lo farebbe con un peso specifico importante. Potrebbe essere il secondo partito».

Crede che Fn abbia lo stesso peso elettorale sia dentro che fuori dalla coalizione?

«No ed è per questo che avrebbe senso portarlo dentro. L’elettore di centrodestra è più incline rispetto all’elettore di centro sinistra a votare per la coalizione piuttosto che per il singolo partito. Questo significa che gli equilibri possono rimescolarsi, sotto lo stesso tetto. Lasciare fuori Vannacci è un rischio».

In questa caccia al voto ha più senso per il governo puntare al taglio dell’Irpef per il ceto medio o a misure come quelle sul divieto del velo integrale a scuola?

«Sarebbe auspicabile che la componente liberale del centrodestra insistesse perché in questi ultimi mesi si facessero alcune cose, magari piccole, ma fattibili per dare slancio all’economia. Temo non accadrà ». 

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