A proposito del caso Scala

Si tratta di uno dei più importanti teatri al mondo, gestirlo non è una passeggiata. Che ci sia un italiano a capo, non può essere la «qualifica» dirimente

22 Aprile 2014

Corriere della Sera

Alberto Mingardi

Direttore Generale

Argomenti / Teoria e scienze sociali

Le vicende della Scala appassionano da sempre l’opinione pubblica milanese. Nella schermaglia sul nuovo sovrintendente, Pereira, il vero oggetto del contendere è una questione «tecnica». Posto che eventuali contratti col Festival di Salisburgo o altri, finché è in carica, spetta a Lissner firmarli, il suo successore poteva già scrivere una lettera d’intenti? È questione che dovrà dirimere il Consiglio d’Amministrazione.

Nella scarica di critiche contro Pereira, però, ci sono anche due argomenti di più ampia gittata, sui quali è opportuno riflettere. Primo. L’assessore regionale Cappellini ha auspicato che Pereira si dimetta e che il suo successore sia «possibilmente di casa nostra». La Lega, com’è noto, promuove un referendum per bloccare l’ammissione degli immigrati ai concorsi pubblici. Battaglia – come dire? – di stringente attualità: non c’è giovane nordafricano che non sogni di lavorare all’anagrafe. Ragionare per carta d’identità lascia perplessi nel caso della Pubblica Amministrazione (è interesse di noi tutti che gli impiegati pubblici siano corretti e competenti, quale che sia il colore della pelle), ma nel caso della Scala appare davvero surreale.
Stiamo parlando di uno dei più importanti teatri al mondo. Il suo prestigio è inarrivabile, gestirlo non è una passeggiata. A maggior ragione, bisogna che a fare quel mestiere sia qualcuno effettivamente all’altezza: essere italiano non può essere la «qualifica» dirimente. La Scala non è un «teatro a chilometro zero»: anche perché è il principale biglietto da visita di questa città nei confronti del mondo. Serve che la guidi qualcuno che del mondo ha esperienza. Italiano? Straniero? Capace.

Secondo. Contro Pereira, s’è sostenuto che coproduzioni e acquisti di spettacoli all’estero sarebbero illegittimi o controproducenti, perché la Scala ha le risorse per fare tutto da sé e i laboratori Ansaldo «sono i migliori del mondo»».
Attenzione, non vuol dir nulla che la Scala potrebbe far «tutto da sé»: la questione non è cosa può fare, ma cosa è conveniente e sensato che faccia. Sulle coproduzioni e sulle opere che esordiscono in un teatro e poi approdano in altri, si regge tutto il mondo della lirica: è così che si rendono sostenibili i costi. Soprattutto, è così che si consente agli spettatori di Milano piuttosto che di Londra di godere delle trovate registiche, dell’interpretazione di una partitura, della scelta delle voci, sperimentate per la prima volta altrove.

Nessuno segna i punti: conta relativamente che il cartellone sia dominato da opere messe in scena per la prima volta alla Scala. I melomani in questi giorni impazziscono per «Les Troyens», che ha debuttato a Covent Garden. Per chi fornisce un certo bene o servizio, la prima cosa a cui pensare sono i consumatori: che cosa vogliono, come attrarne di più, come assicurarsi che siano contenti.
I fattori produttivi vengono messi assieme di conseguenza, cercando di fame l’uso migliore. L’importante è che la Scala offra buoni spettacoli. Perché ciò avvenga, è bene ricordare che il bello non batte bandiera di questa o quella nazione.

Dal Corriere della sera, 22 aprile 2014

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