Giuliano Cazzola
Rassegna stampa
11 giugno 2021
Dal 1969 a oggi: storia delle riforme e controriforme del sistema pensionistico
Un estratto del libro “La guerra dei cinquant'anni" di Giuliano Cazzola, edito da Ibi Libri con la prefazione di Elsa Fornero
Allora era presidente dell'Inps Giacinto Militello, designato dalla Cgil (ai vertici del maggiore istituto previdenziale, per legge, andavano, a rotazione, delle personalità indicate dai sindacati confederali). Militello, insieme al direttore generale Gianni Billia, riuscì a far crescere un'idea che era maturata all'interno dell'Istituto (conosciuta come "operazione bilancio parallelo", nel senso che, a fianco del documento contabile ufficiale, ne era redatto un altro secondo i criteri della separazione tra previdenza e assistenza) e che ancora oggi continua a circolare tra i luoghi comuni che distorcono il dibattito sulle pensioni.

È un escamotage contabile che ingombra il dibattito e viene persino preso sul serio dai governi, secondo il quale i conti delle pensioni sarebbero in ordine se non dovessero sopportare l'onere dell'assistenza. Era (ed è) vero esattamente il contrario. Ma la propaganda fu efficace e portò a una riforma del bilancio dell'Inps, impostata sulla fatidica separazione.

Bisogna sapere che prima che fosse scoperto il "nuovo modo di fare il bilancio", quello dell'Inps era articolato in due grandi compatti: le prestazioni pensionistiche e i trattamenti non pensionistici. Il primo era già in pesante passivo, il secondo no. Col pretesto della citata distinzione vennero classificate come assistenziali le prestazioni più critiche e ne fu richiesto il finanziamento da parte dello Stato, mentre altre voci (assegni al nucleo familiare, cassa integrazione guadagni, disoccupazione ordinaria, indennità economica di maternità e di malattia) che producevano forti saldi attivi, confluirono in una gestione delle prestazioni temporanee, a sua volta accorpata nel comparto dei lavoratori dipendenti a fianco del deficitario fondo pensioni, in modo che quest'ultimo potesse usufruire dei surplus della prima.

Con siffatta operazione (che Militello ottenne, grazie alla legge n. 88/1989, dopo anni di convegni, campagne di stampa, in perfetta intesa col ministro del Lavoro Rino Formica) si realizzò una sorta di miracolo dei pani e dei pesci: ope legis, il bilancio Inps venne risanato, furono poste a carico dello Stato (mettendolo anche sotto accusa per non averlo fatto fmo a quel momento) prestazioni squilibrate, raccolte tutte nella Gias (la gestione degli interventi assistenziali). Poi anche questo artificio non è più bastato e non sono state più sufficienti le risorse attive delle prestazioni temporanee a tenere in nero i saldi di altri comparii. Lo Stato ha dovuto fare altri interventi, cancellare altri debiti dell'Inps. Ma non è scomparsa del tutto quella rappresentazione discutibile dei fatti.

Non arrivai subito a comprendere l'artificio contabile: mi ci volle del tempo. È difficile rinunciare a teorie che fanno comodo e che vengono accettate con tanto opportunismo anche da chi dovrebbe combatterle; in verità, la Ragioneria generale dello Stato si rifiutò per molto tempo di accettare l'impostazione voluta dall'Inps, erogando anticipazioni al posto di trasferimenti. In questa forma le risorse andavano a debito dell'Istituto, anche se, in quanto tale, non sarebbe mai stato recuperato. Si trattava di un artificio contabile: con le anticipazioni di Tesoreria lo Stato vantava un credito dall'Inps. Con i trasferimenti le posizioni ai invertivano.

Poi, alla fine del secolo scorso e in vista dell'adozione dell'euro, il Tesoro si arrese abbuonando all'Inps 160 mila miliardi di lire di questi crediti fittizi. Quando me ne convinsi, però, non guardai più in faccia nessuno e divenni un sostenitore di una tesi che sembrerebbe ovvia: che si chiami previdenza o assistenza, qualcuno dovrà pur sempre pagare. E se il costo è eccessivo non fa differenza che debba farsene carico lo Stato oppure l'Inps. Inoltre la spesa per pensioni era quella che risultava dai bilanci ed era finanziata in parte dai contributi sociali e in parte dallo Stato. Tanto che si era arrivati al punto di qualificare come assistenza, non le prestazioni riconducibili al comma 1 dell'articolo 38 Cost. , ma quelle coperte da risorse provenienti dalla fiscalità generale.

Sostenere questa tesi era come bestemmiare in chiesa. Secondo la narrazione "politicamente corretta" l'assistenza era cattiva, clientelare, un po' democristiana, anche se a fruirne erano i lavoratori; la previdenza, invece, era buona e di sinistra. Tutti si guardavano bene dal richiedere tagli alle prestazioni assistenziali: toccava al bilancio statale assumersi l'onere e la Ragioneria era senz'altro nemica del popolo.

dal Quotidiano del Sud, 11 giugno 2021