Carlo Lottieri
Rassegna stampa
Sbagliato assumere dipendenti statali
Di tutto abbiamo bisogno tranne che di 450 mila nuovi dipendenti statali
Vista da lontano, l'Italia appare sempre più un'immensa chiatta alla deriva nel mezzo del Mediterraneo: con conti pubblici fuori controllo, un saldo negativo tra emigranti italiani ed immigrati stranieri che dovrebbe preoccuparci maggiormente (dato che mostra con chiarezza come per le nuove generazioni non ci siano, da noi, opportunità professionali) e un capitale infrastrutturale che si va deteriorando giorno dopo giorno, come il disastro genovese ha mostrato.

In questo quadro generale non promette nulla di buono quanto dichiarato dal ministro Giulia Bongiorno (in passato con Gianfranco Fini e ora con la Lega), che ha annunciato l'assunzione anticipata di ben 450 mila nuovi dipendenti statali. Si tratta di nuovi impieghi statali già "in programma" per i prossimi anni, ma l'intenzione del neo-ministro dell'esecutivo giallo-verde è accelerare i tempi, chiudendo il tutto nel 2019.

Chi non ha perso il lume della ragione sa bene che di tutto abbiamo bisogno, meno che di questo. L'Italia è oppressa da una montagna di debiti e da un settore pubblico inefficiente, che intralcia la vita economica. In questa situazione il ministro leghista dovrebbe innanzi tutto individuare i tagli d'organico, così da rafforzare l'universo delle partite Iva rispetto a quello dei cartellini statali.

Dovrebbe insomma impegnarsi per favorire lo spostarsi dei lavoratori dal pubblico al privato, e non l'opposto.

Stando alle dichiarazioni rilasciate alla stampa, la Bongiorno appare consapevole che molte cose non vanno nella nostra burocrazia italiana. In particolare, l'attenzione viene portata sui gravi fenomeni di assenteismo e proprio per tale motivo sono annunciate misure di controllo basate sulla biometria: dalle impronte digitali al riconoscimento dell'iride, così da evitare che vi sia chi timbra il cartellino per qualcun altro. Nei palazzi romani si sa che numerosi statali non lavorano per nulla, ma a tutto si pensa meno che a superare la logica del "posto fisso" statale, messo alla berlina con arguzia da Checco Zalone.

Quanti neppure si recano in ufficio sono però solo la punta dell'iceberg di un disastro più ampio, connesso al fatto che "lavorare fuori mercato" significa entrare in un universo senza veri incentivi e senza veri disincentivi.

La maggior dei giovani italiani - si tratta di molte centinaia di migliaia di persone - che sono stati costretti a partire non l'hanno fatto perché non hanno trovato qui un posto da forestale o da bidello. Come spesso succede, tra coloro che hanno avuto il coraggio di andarsene c'è una parte significativa dei migliori, dei più ambiziosi, dei più coraggiosi. Una quota rilevante di loro avrebbe chiesto semplicemente un quadro istituzionale a base di tasse meno oppressive e una legislazione non troppo invadente che non impedisse loro d'intraprendere e costruirsi un futuro.

L'Italia di quel posto pubblico che la Bongiorno promette a quasi mezzo milione di giovani è allora esattamente l'Italia che dovremmo lasciarci alle spalle: comprendendo che la zavorra che rischia di fare affondare la zattera è già troppo pesante e che non è proprio il caso di continuare a ripetere i vecchi errori.

Da La Provincia, 27 agosto 2018