Andrea Giuricin
Rassegna stampa
1 luglio 2020
Newco, vecchia Alitalia
La nuova compagnia di bandiera non cambia modello. Il ticket per i contribuenti è 5 miliardi (per ora)
Cinque miliardi, lascio? No, tanto paga il contribuente. Alitalia, ci risiamo. Il presidente del consiglio dei ministri Giuseppe Conte ha annunciato i nuovi vertici della newco di Alitalia, che ripartirà solo grazie ai soldi dei contribuenti. Stiamo parlando di 3,35 miliardi di euro di soldi pubblici, di cui 3 miliardi come nuova capitalizzazione per la nuova compagnia.

E’ bene sottolineare che insieme alla newco, c’è una non-sorpresa: la badco. Pochi si sono soffermati su questo punto, ma è chiaro che i debiti verso i contribuenti, tra cui i prestiti ponte degli ultimi tre anni, i debiti verso i fornitori e verso le banche finiranno nella “cattiva compagnia” e non verranno mai restituiti. E ancora una volta, il contribuente italiano sarà costretto a pagare sia per la gestione passata sia, molto probabilmente, per quella nuova. Nel complesso il conto degli ultimi 3 anni potrebbe superare i 5 miliardi di euro solo per le casse pubbliche.

Ma come rinasce questa nuova compagnia? L’esempio preso dal governo è quello del gruppo Tap air (Transportes Aéreos Portugueses), controllato al 50 per cento dallo stato portoghese. Tuttavia tale esempio non è certo dei migliori, dato che nel 2019 ha perso prima delle imposte circa 126 milioni di euro. In ogni caso sempre meglio del mezzo miliardo di perdita di Alitalia, che anche lo scorso anno, quando tutti i grandi operatori chiudevano con ingenti utili, a eccezione del gruppo Tap air, continuava a perdere i soldi (del contribuente ben inteso).

Come fa una compagnia più piccola e debole a riuscire a sopravvivere e non sprecare altri soldi? La politica ha indicato la strada, sostituendosi sia ai consulenti che al management.

I ministri competenti hanno indicato che il vettore dovrebbe ripartire puntando sul lungo raggio. Tuttavia dalle prime indiscrezioni, Alitalia sarà più piccola (circa 15 aerei in meno rispetto al 2019) e con meno aerei anche sul lungo raggio (riduzione del 20 per cento della flotta).

Sebbene sia chiaro che il mercato aereo sarà diverso, difficilmente una compagnia in perdita prima della crisi potrà essere competitiva con i colossi dei cieli europei durante la peggiore crisi del settore aeronautico.

Vi sono inoltre dei dubbi sul mercato aereo italiano stesso, dato che il governo sembra intenzionato a chiudere alla concorrenza. E' chiaro che se Alitalia rimane quasi monopolista, è possibile fare utili, chiaramente alzando i prezzi dei biglietti a discapito dei consumatori. Il monopolio è quanto il governo ha posto come obiettivo ad esempio per i servizi essenziali verso le isole. Gli oneri di pubblico servizio non saranno assegnati tramite gare trasparenti affinché il servizio sia fatto nel migliore dei modi possibile, al prezzo più basso per il contribuente, bensì verrà affidato tramite assegnazione diretta ad Alitalia. Se questa è la discontinuità rispetto al passato, forse sarebbe stata meglio non attuarla per salvaguardare i contribuenti, i consumatori e i collegamenti verso le isole, in particolar modo per la Sardegna.

Ma quale è allora la discontinuità tra un’Alitalia e l’altra? E soprattutto, perché è cosi essenziale per la compagnia aerea?

Partiamo da questa domanda. La Commissione europea ha posto dei paletti molto chiari per il salvataggio delle compagnie aeree. Le compagnie non dovevano essere in perdita prima della crisi (Alitalia non soddisfa chiaramente questa situazione al contrario delle altre) e ci deve essere discontinuità rispetto alla vecchia gestione. Ma in realtà la discontinuità è ben poca, visto che la lotta per le nomine ha portato ad avere un management in continuità, specialmente per quanto riguarda la figura dell’amministratore delegato della newco, che è anche direttore commerciale della vecchia compagnia. C’è da sottolineare che difficilmente la Commissione potrà accettare una soluzione del genere, ma non è da escludere che il governo voglia andare allo scontro con la Commissione stessa.

Comunque vada, il contribuente apre per l’ennesima volta il portafoglio pagando con una banconota da cinque miliardi di euro per le mire da stato imprenditore di questa classe politica, molto simile a quella del passato.

da Il Foglio, 1 luglio 2020