Nicola Rossi
Rassegna stampa
30 marzo 2020
L’utile avanzo
Dobbiamo impegnarci sul debito per vincere la battaglia in Europa
Il Parlamento potrebbe votare l'impegno a tenere il saldo primario sopra il 2% del Pil: renderebbe lo stock, sia pure in crescita, sostenibile. Per l'Europa e per i mercati. La scarsa credibilità di cui gode il Paese, alimentata dai risultati precedenti, sta rendendo infatti accidentato il percorso verso un coordinamento per affrontare l'emergenza. E verso un salto di qualità dell'Unione.

La crisi che viviamo in queste settimane è cosa diversa, per come è nata e per come si sta sviluppando, da quella esplosa fra il 2007 e il 2008. E di quella può rivelarsi molto più devastante se non riusciremo, in Italia e altrove, in tempi brevissimi a tenere in piedi le imprese e a garantirne la sopravvivenza. Se non riusciremo a evitare che dalle aziende la crisi si trasferisca agli istituti di credito più fragili, e da questi nuovamente all'economia, in una spirale che dovremmo aver imparato a riconoscere. Serviranno risorse ingenti in misura certamente superiore a quella messa in campo in Italia nei giorni scorsi e, data la natura della crisi, servirà coordinamento in ambito europeo e, se possibile, internazionale.

E dal momento che non è certamente immaginabile che le risorse possano oggi derivare da maggiori entrate o da minore spesa pubblica, è abbastanza evidente che quando usciremo – e non solo in senso figurato – da questa crisi ci ritroveremo con un volume di debito pubblico significativamente più elevato di quello attuale. L'attivazione della clausola di emergenza del Patto di stabilità lo certifica.

Olivier Blanchard ha suggerito che di per sé il problema non sarebbe particolarmente serio. Ai tassi di interesse correnti, l'attuale debito pubblico (pari al 135% circa del nostro Pil) potrebbe essere stabilizzato se il Paese potesse mantenere indefinitamente un avanzo primario pari al 2% circa del prodotto interno lordo. Uno sforzo francamente non impossibile. Se anche i provvedimenti assunti o da assumere portassero il rapporto fra debito e Pil al 140% o anche al 150%, lo sforzo addizionale necessario sarebbe tutto sommato marginale.

Conclusione: il debito italiano è sostenibile tanto più se sullo sfondo si staglia una Banca centrale europea granitica nella determinazione a difendere l'euro.

Fin qui la matematica. Che però, purtroppo, a volte non basta. Se l'Italia annunciasse urbi et orbi che intende mantenere indefinitamente un avanzo primario al di sopra del 2% del prodotto al fine di stabilizzare il proprio rapporto fra debito e Pil, quale credibilità avrebbe? Negli ultimi 25 anni l'Italia ha registrato avanzi primari pari o superiori al 2% in soli otto anni (e, francamente, non perché negli altri anni non ne avesse bisogno). Nello stesso quarto di secolo abbiamo promesso, praticamente ogni anno, avanzi primari superiori per circa lo 0,5-1% a quelli che abbiamo poi effettivamente realizzato (per contare i casi in cui ciò non è avvenuto bastano le dita di una mano). È anche qui la fonte della nostra perenne vulnerabilità. Se fra il 2000 e il 2019 avessimo realmente mantenuto il nostro avanzo primario intorno al 2%, anche negli anni in cui non lo abbiamo fatto, oggi ci ritroveremmo con un rapporto fra debito pubblico e Pil non poi così lontano dal 110-120%. Ho l'impressione che farebbe non poca differenza in termini di risorse, di credibilità verso i mercati, di autorevolezza verso i partner europei. Detto in una parola, in termini di sovranità del Paese. Blanchard parla – temo – di un'Italia che non c'è.

Direttamente o indirettamente, il Meccanismo europeo di Stabilità – il Mes, che fino a qualche giorno fa molti avrebbero voluto eliminare – potrebbe mettere in campo le sue ingenti risorse per contrastare la crisi in corso. Di quelle risorse c'è e ci sarà disperato bisogno. Ma quel che non si comprende affatto è perché mai l'Italia si sia posta alla testa di coloro che pensano che l'accesso alle risorse europee dovrebbe comunque essere tale da non essere sottoposto ad alcuna condizionalità. Nei limiti della ragionevolezza, avremmo dovuto fare l'opposto.

Il problema principale dell'Italia è oggi, infatti, la sua scarsa credibilità internazionale: le promesse della Repubblica Italiana – che si tratti degli impegni di finanza pubblica, delle scelte regolatorie o di un contratto con questa o quella azienda privata – sono spesso e volentieri scritte sull'acqua. E lo sono state in misura crescente nell'ultimo quarto di secolo. Chiedere risorse incondizionatamente significa scolpire nel marmo la nostra scarsa credibilità. Significa addirittura sfrontatamente rivendicarla.

Si dirà che non è questo il momento di confondere quanto accaduto in passato con l'emergenza che, qui ed ora, ci troviamo ad affrontare. Ma questo argomento è, se è lecito, meno robusto di quanto non appaia. Nei rapporti fiduciari, l'argomento «questa volta è diverso», non ha mai avuto molta fortuna. E non a torto. E del resto, se Blanchard avesse ragione e avanzi primari appena superiori al 2% non fossero così difficili da mantenere, allora perché non fare noi il primo passo? È in arrivo un nuovo insieme di interventi per ulteriori 25 miliardi in disavanzo.

Superando i confini fra maggioranza e opposizione, il Parlamento voti un impegno in questo senso. Quale momento migliore per farlo se non questo in cui il Paese sta reagendo con senso di responsabilità e ragionevole disciplina? La realtà è che m nostri limiti di fondo stanno rendendo assai più accidentato (se non impossibile) il percorso verso un vero coordinamento a livello europeo delle azioni di contrasto alla crisi e verso un salto di qualità dell'Unione.

Questo è un periodo in cui è più facile trovare nella giornata il tempo per riflessioni. Dovremmo usarlo bene questo tempo solo apparentemente vuoto. Dovremmo usarlo, quando in serata arriva il quotidiano bollettino di guerra, per ricordare i tanti no-vax che impazzavano fino a poco tempo fa sui media di ogni ordine e grado. Dovremmo usarlo, quel tempo, per fare un po' di conto e capire che Alitalia ha bruciato fino a qualche settimana fa e presumibilmente brucia ancora, ogni giorno, l'equivalente di circa 40 ventilatori polmonari. Dovremmo usarlo, quel tempo, per ricordare che solo due anni fa si usavano le sedi istituzionali per festeggiare progetti di legge di bilancio esplicitamente fondati sulla indisciplina di bilancio.

Siamo in guerra. E in guerra è necessario che ognuno faccia la sua parte. Fino in fondo. Ma quando la guerra sarà finita, sarà bene non limitarsi a tornare con un sospiro di sollievo alla quotidianità. Sarà bene non dimenticare i tanti che, a distanza di ottant'anni, hanno ancora una volta mandato in guerra un Paese impreparato, con equipaggiamenti inadeguati, armamenti insufficienti. Quando la guerra sarà finita disporremo o saremo più vicini a disporre di un vaccino contro il Covid-19. Chissà se queste settimane e questi mesi saranno serviti per vaccinarci definitivamente anche contro l'ignoranza e la demagogia. Non è affatto scontato.

da L'Economia - Corriere della Sera, 30 marzo 2020