Guido Fontanelli
Rassegna stampa
25 agosto 2021
Non sparate sull’impresa che scappa
Nessuna azienda prende a cuor leggero la decisione di chiudere uno stabilimento
Siamo alla vigilia di un piano del governo per scoraggiare le «delocalizzazioni» all'estero. Ma a parte recenti e gravi episodi di licenziamento che ledono dignità e diritti dei lavoratori, vanno anche considerate le esigenze che spingono un'azienda a spostare le proprie produzioni. E il mix di burocrazia e tasse dell'Italia di certo non aiuta.

L'arrabbiatura è comprensibile e giustificabile. Hanno incassato milioni in sussidi pubblici e ora alcune aziende a capitale estero decidono improvvisamente di chiudere una fabbrica e di lasciare a casa centinaia di lavoratori, informandoli con una mail o con un messaggino sul telefono. Ci sono famiglie che vedono sgretolarsi la loro vita. I sindacati sventolano le bandiere davanti ai cancelli e celebrano l'ennesima sconfitta, i giornali se la prendono con le multinazionali «che puntano solo al profitto» e il governo, per evitare l'accusa di lavarsi le mani, pensa a un provvedimento per rendere più difficile la delocalizzazione: qualcosa si deve pur fare per placare l'indignazione generale.

Ma, come direbbe un medico, così si cura il sintomo e non la malattia. Che anzi si aggrava, perché appesantire le procedure che un'azienda deve affrontare quando chiude uno stabilimento, come vuole il ministro del Lavoro Andrea Orlando, rischia di allontanare chi vorrebbe investire in Italia. Commenta così l'Istituto Bruno Leoni l'intenzione del governo di varare una norma contro le delocalizzazioni: «Nessuna azienda prende a cuor leggero la decisione di chiudere uno stabilimento. Lo fa quando non ci sono più le condizioni per generare un utile o, almeno, per evitare una perdita. Quando arrivano a quel punto, le imprese hanno solitamente già esplorato ogni strada per valorizzare il sito, rendendolo più produttivo, cambiando processi o prodotti, al limite cercando qualcuno che se ne faccia carico. Chiudere implica costi economici e reputazionali: chi lo fa, vi è costretto».

Un esempio: due anni fa l'Unilever annunciò l'intenzione di spostare la produzione del dado Knorr in Portogallo con il conseguente licenziamento di decine di lavoratori in Veneto, ma poi grazie alla collaborazione con Regione e sindacati la multinazionale ha trovato un partner italiano e lo stabilimento ha riconquistato un futuro. Se poi l'azienda che delocalizza ha incassato sussidi pubblici, occorre verificare, come già succede, se gli accordi prevedevano obblighi produttivi o di mantenimento occupazionale, e quindi imporre le sanzioni previste per chi non li rispetta. Ma aggiungere retroattivamente nuove misure punitive non avrebbe senso.

«Le delocalizzazioni sono frutto della fisiologica attività di "entry-exit" delle imprese in ogni Paese», rileva l'Istituto Leoni. «La politica italiana è tutta focalizzata sull'exit e ignora l'entry. Anzi, non si rende conto che ipotizzare sanzioni e ostacolare a libertà delle imprese finisce per scoraggiare nuovi investimenti: si tratta di una specie di super-articolo 18 applicato al capitale anziché al lavoro». Questo non vuoi dire che certi comportamenti brutali non vadano denunciati e stigmatizzati, come comunicare un licenziamento con una semplice mail.

Hanno giustamente scritto su Panorama Paolo Del Debbio e Mario Giordano che i lavoratori non sono macchine, va tutelata la loro dignità. E la loro sicurezza. Ci sono imprenditori, soprattutto italiani, che sfruttano i collaboratori, che pagano poco e che, per aumentare i guadagni, violano le norme. E i dipendenti ci rimettono la pelle. Vanno puniti. Ma prendersela genericamente con le multinazionali non porta lontano. La Whirlpool, ora sotto accusa per la chiusura dello stabilimento di Napoli, ha annunciato questa decisione anni fa, mantenendo comunque il quartier generale europeo in Italia e investendo 250 milioni nel triennio 2019-2021 negli altri impianti della Penisola. Nel caso della Gkn, multinazionale che ha chiuso una fabbrica nei pressi di Firenze, l'azienda sostiene che «il sito in oggetto presentava un sovraccapacità produttiva molto marcata e un aggravio dei costi di funzionamento che ha impattato sull'organizzazione dell'intero gruppo».

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Da Panorama, 25 agosto 2021