Alberto Mingardi
Rassegna stampa
Il valore della conoscenza
F.A. von Hayek, Competizione e conoscenza, a cura di Lorenzo Infantino, Rubbettino, Soveria Mannelli 2017
Non c’è nozione che non sia a portata di mano. Sembra che tutta la conoscenza del mondo ci attenda, pronta per noi, su Google. È difficile, caracollando da un sito a un altro, non vedere come il sapere sia disperso, come esso viva quotidianamente del contributo di centri di ricerca e pensatori sperduti ai quattro angoli del globo, che internet riesce a mettere in costante comunicazione, a vantaggio della crescita dello stock di conoscenze disponibilI. Ma, di ricerca in ricerca, messi a confronto con l’apparente infallibilità nel ritrovare esattamente l’informazione della quale abbiamo bisogno, si rischia di cominciare a nutrire un’illusione. Quella per la quale tutto ciò che è conoscibile e dev’essere conosciuto è pronto a lasciarsi trasferire dal foglio (o dallo schermo) alla nostra memoria.

In realtà così non è. Michael Polanyi, fratello del più noto Karl, ha spiegato che esiste una dimensione “tacita” della conoscenza. Quella di cui dispone il ciclista amatoriale quando sale in bicicletta, pedala, e senza sapere bene il perché riesce a dirigersi dove desidera. Ma anche quella del chirurgo che, quando opera, si muove con una conoscenza topografica del corpo umano che non deriva soltanto dal fatto che ha passato l’esame di anatomia: gli viene invece dalla pratica, e anche dalla pratica personale dell’imparare.

Le diverse dimensioni della conoscenza sono al centro dei contributi più importanti di Friedrich von Hayek. Nato nel 1899 e morto nel 1992, prima della “privatizzazione” che trasformò internet in un fenomeno di massa, Hayek venne insignito del Premio Nobel per l’Economia nel 1974. Cominciò a riflettere su “economia e conoscenza” durante il cosiddetto “dibattito sul calcolo economico”, che ebbe inizio quando il suo maestro, Ludwig von Mises, lanciò il guanto della sfida ai socialisti. Per Mises la pianificazione economica non poteva funzionare: se i mezzi di produzione non erano proprietà privata, essi non potevano essere scambiati attraverso il sistema dei prezzi. Senza prezzi, non era possibile decidere come impiegarli nella maniera più produttiva, sulla base di informazioni ordinate e non delle mere intuizioni dei governanti.

Proprio riflettendo sulla natura dei prezzi, Hayek arriva a comprendere che essi sono surrogati di conoscenza: orientano l’agire delle persone, consentono loro di scegliere come adoperare ciò che hanno a disposizione (per organizzare una produzione o semplicemente per gestire le spese di famiglia), economizzando sulla ricerca delle informazioni. Su questi temi, Hayek scrive Economia e conoscenza nel 1937 e poi il suo saggio più noto, L’uso della conoscenza nella società, pubblicato nel 1945 sull’«American Economic Review». Questi lavori, assieme ad altri tre articoli celeberrimi (La concorrenza come procedimento di scoperta, 1968; Gli errori del costruttivismo, 1970 e La presunzione di conoscere, la lezione al Nobel) sono stati felicemente riuniti da Lorenzo Infantino in Competizione e conoscenza. Il lettore italiano li ha dunque di nuovo a disposizione in unico volume, più agile dell’importante antologia curata da Franco Donzelli per il Mulino (Conoscenza, mercato e pianificazione) nel 1988.

Infantino ricorda come l’interesse non solo per la divisione del lavoro, ma anche per la divisione della conoscenza, sia più antico dell’opera di Hayek. Nella Ricchezza delle nazioni si legge che «nella propria condizione locale, ciascuno può giudicare meglio di qualsiasi uomo di Stato o legislatore quale sia la specie d’industria interna che il suo capitale può impiegare». Per Smith, la stessa evoluzione dei macchinari si deve in larga misura alla «conoscenza locale» che applicano i singoli lavoratori, usi a svolgere un certo compito e desiderosi di risparmiare fatica. La loro concreta conoscenza di come si attua una produzione pesa perlomeno quanto i perfezionamenti dovuti all’attività speculativa di filosofi e scienziati.
Jean-Baptiste Say, nel suo Trattato, ancor più enfatizzerà l’importanza della conoscenza in qualsiasi attività economica.
Ma è Hayek che riscopre questa tradizione e vi lavora nella piena consapevolezza della difficoltà di offrire una definizione univoca di che cosa questa «conoscenza» poi sia.

Su Google troviamo un certo tipo di sapere: quello che può essere espresso verbalmente. Ce n’è un altro, la conoscenza “tacita” di cui parla Polanyi, che non si può trasmettere se non con la pratica. E poi, ancora, esiste proprio quel sapere cui, come ci rammenta Infantino, faceva riferimento Smith e che Hayek ribattezza LA conoscenza delle circostanze di tempo e di luogo. Essa «non esiste mai in forma concentrata o integrata, ma solamente sotto forma di frammenti dispersi di conoscenza, incompleta e spesso contraddittoria, che gli individui posseggono separatamente».

Pertanto, «il problema economico della società non consiste nella questione di come allocare risorse “date”» ma nel «problema relativo a come assicurare íl migliore uso di risorse note a singoli membri della società, per fini la cui importanza relativa è nota solo a tali individui». Come fa una conoscenza che è intrinsecamente “particolare” a essere messa al servizio della società? Serve una sorta di rabdomanzia: la società deve scoprire, di volta in volta, dove essa si nasconda.

Proprio perché «rispetto a questo tipo di conoscenza, ogni individuo si trova praticamente in vantaggio su tutti gli altri, per la ragione che egli possiede informazioni uniche», Hayek non limita la sua critica al socialismo, ma la estende anche a metodi e prassi che sono tipiche sia della scienza economica che del governo moderno dell’economia. Questo sapere disperso, infatti, per l’economista austriaco non si fa comprimere in indicatori statistici, è inaccessibile ai pianificatori sovietici ma anche ai ministri dell’Economia o dell’Industria delle società democratiche, pure costantemente impegnati a “dirigere” in qualche modo il flusso delle risorse.

Nulla di tutto ciò significa, ovviamente, che il mercato non “sbagli”. Ma un sistema decentralizzato per prendere decisioni ha il grande vantaggio di correggersi più facilmente.

Si può discutere sulla misura nella quale la scienza economica abbia tratto profitto della lezione di Hayek: se essa è servita a correggere modelli inevitabilmente semplificati rispetto alla realtà, o se è rimasta patrimonio di pochi economisti”austriaci”. Il lettore non economista ne trarrà un messaggio di buon senso: «Se, nel suo sforzo di migliorare l’ordine sociale, l’essere umano non vuole fare più male che bene, deve imparare che in questo campo non può acquisire quella piena conoscenza che rende possibile la padronanza degli eventi».

F.A. von Hayek, Competizione e conoscenza, a cura di Lorenzo Infantino, Rubbettino, Soveria Mannelli, pagg. 152.

Da Il Sole 24 Ore – Domenica, 4 febbraio 2018