Alberto Mingardi
Rassegna stampa
19 dicembre 2020
Il filosofo della politica che non amava i maestrini della politica
Michael Oakeshott, scomparso trent'anni fa, è stato uno dei più importanti filosofi politici del Novecento
Trent’anni dopo la sua morte, le riflessioni di uno dei più grandi filosofi della tradizione anglosassone. Lo scetticismo per il razionalismo, la morale dell’individualità e il senso del conservatorismo, cioè il modo giusto di abituarsi al mutamento

Trent’anni fa, in un paesino del Dorset, il pastore locale commemorò con laconica parsimonia un signore che, ottantanovenne, aveva appena lasciato questa terra. Non si dilungò in dettagli sulla sua vita, che del resto conosceva poco. L’officiante sapeva che quest’uomo era nato a Chelsfield, un paesino nel Kent ora incorporato nella grande conurbazione londinese, aveva studiato a Cambridge e poi aveva fatto il professore universitario; infine si era ritirato in campagna con l’età della pensione. Pare amasse molto le donne, ma la notizia non avrebbe ben figurato in un’omelia funebre. Di sicuro, si era sposato tre volte.

A un certo punto, il curato fece un sospiro. Soppesò le parole, la circostanza per lui era nuova. “A quanto pare, tra noi viveva un grande uomo”. Il ministro di Dio aveva letto i giornali. Per il Daily Telegraph, il 19 dicembre 1990, se n’era andato “il più grande filosofo della politica della tradizione anglosassone dai tempi di Mill, se non di Burke”. Il Guardian parlava del defunto come “forse il più originale filosofo accademico di questo secolo”. L’Independent ne paragonava la scrittura, leggera e profonda assieme, ai saggi di Montaigne.

Per il pastore, fino a pochi giorni prima Michael Oakeshott era stato un signore anziano, di aspetto giovanile e modi cordiali, che stava in una casetta modesta ad Acton. Gli parve allora incredibile che una figura eminente – gli era stato offerto un cavalierato, da Margaret Thatcher, ma lui l’aveva rifiutato e così chissà quante altre onorificenze – facesse una vita tanto semplice. Gli venne di paragonarlo, per questo, a San Francesco. L’analogia gli parve talmente brillante che continuò a riferirsi a Oakeshott chiamandolo Francis, anziché Michael, persino mentre la bara veniva calata nella fossa.

Sembra una scena di “Quattro matrimoni e un funerale”. Ma Michael Oakeshott sarebbe stato il primo a sorriderne.

Il “più grande filosofo della tradizione anglosassone dai tempi di Mill” è ancora largamente sconosciuto nel nostro paese. Nel 1985, il Mulino diede alle stampe “La condotta umana”, il suo capolavoro, ma era la classica rondine destinata a non fare primavera. Più di recente, nel 2013, per la cura di Agostino Carrino è uscito “La politica moderna tra scetticismo e fede” (Rubbettino). Ora Ibl Libri pubblica “Razionalismo in politica e altri saggi”, la raccolta del 1962 che diede notorietà internazionale a Oakeshtt, con una densa Introduzione di Giovanni Giorgini che è anche l’autore della traduzione.

“Ignorare lo stile di una persona significa perdere tre quarti del significato delle sue azioni e delle sue parole”. Vale la pena di provare ad applicare questa sua considerazione a Oakeshott stesso. Può servire a comprendere, forse, anche perché in un Paese come il nostro non abbia mai fatto breccia.

Negli anni Venti Oakeshott aveva studiato Storia a Cambridge e lì aveva cominciato la propria carriera, come lecturer (ricercatore) per l’appunto in Storia, fino allo scoppio della Seconda guerra mondiale. Si arruolò volontario non appena possibile e prestò servizio prima in artiglieria e poi in una unità speciale di ricognizione, il reggimento “Phantom”, lo stesso dell’attore David Niven.

Alcuni anni prima della guerra aveva scritto un libro di filosofia, “Experience and Its Modes”. Un lavoro di grande complessità che rientra appieno nel filone idealista della filosofia britannica. I diversi “modi” dell’esperienza – la storia, la scienza, la pratica – sono ciascuno autonomo e indipendente. E’ un errore applicare le categorie di comprensione dell’uno all’altro: per esempio le categorie della scienza alla storia.

La filosofia è esperienza pensata, continuo ragionamento critico. Essa è la chiave per una comprensione più piena del mondo. La sua missione è “determinare il proprio stesso carattere”, un’attività di continua messa a punto che resiste alle commistioni e alle distrazioni. Il filosofo, scriverà altrove Oakeshott, non è colui che condivide una particolare dottrina quanto “colui che si sottopone a un certo tipo di curiosità”.

Tre anni dopo, Oakeshott pubblica, con un altro fellow del suo college, il Gonville and Caius, lo storico Guy Thompson Griffith, un saggio intitolato “A Guide to the Classics”. Il lettore cercherà invano riferimenti a Platone e Aristotele. I “classici” sono altri: il libro è dedicato a “come scegliere il cavallo vincente del Derby”. “A primavera una buona parte degli abitanti del mondo civile è avvezza a trascorrere parte del suo tempo libero nel tentativo di indovinare il vincitore del concorso ippico di Derby. E’ un piacere innocuo, che ha tenuto lontano dai guai più uomini di quanti ne abbia traviati”. Solo che indovinare il purosangue che taglierà per primo il traguardo non è facile e, a furia di sbagliare, c’è il rischio che scemi l’entusiasmo. Griffith e Oakeshott offrono qualche suggerimento allo spettatore meno accorto. Ma “non ci presentiamo al lettore con una formula, né un sistema. Non amiamo il cavallo piazzato o altre scappatoie. Non pretendiamo di essere i benefattori dell’umanità e non abbiamo ricette infallibili”.

L’oakeshottologia, che negli ultimi trent’anni è stata un’industria accademica di prim’ordine, ha esaminato questo lavoro per lungo e per largo. Trovarci chissà quali reconditi messaggi è probabilmente eccessivo eppure, in quel rifiuto di offrire al lettore una formula o un sistema, c’è proprio lo stile di Michael Oakeshott.

Rientrato dalla guerra, egli a un certo punto si allontana da Cambridge e, dopo un breve passaggio a Oxford, viene chiamato alla London School of Economics. Si troverà a occupare la cattedra di Scienza politica e a dirigere l’omonimo dipartimento. Prima di lui quello era il pulpito di Graham Wallas e Harold Laski: l’uno e l’altro fieri “riformatori sociali”, intellettuali impegnati dalla testa ai piedi. Il suo amico Ken Minogue ricordava che Oakeshott “per quanto poco interesse avesse per le cose del mondo, era un eccellente amministratore, che fece funzionare il dipartimento di Scienze politiche della LSE al meglio per quasi vent’anni”.

La London School of Economics attraeva allora alcune fra le teste più vive delle scienze sociali. Oakeshott non ebbe mai contatti con Karl Popper (Oakeshott fumava la pipa e Popper detestava fumo e fumatori) ma in quelle stanze trovò qualche avversario (il sociologo Ernest Gellner) e sviluppò qualche amicizia intellettuale profonda. Con Minogue, ovviamente, e con Elie Kedourie. Due tipi singolari. Minogue era australiano e per guadagnarsi il viaggio in Inghilterra aveva lavorato come marinaio su un mercantile. Kedourie era un ebreo di Baghdad. Fu un antesignano degli studi mediorientali, nei quali metteva sapienza filosofica e una profonda comprensione storica di culture all’epoca ancora più misteriose di oggi, per quanti le guardassero da Londra. Aveva completato la sua tesi dottorale, a Oxford, in cui criticava le ricostruzioni oleografiche del ruolo giocato dal terra, come “conversazione”; la paragona “con il gioco d’azzardo” perché, in un caso e nell’altro, “la sua importanza non sta nel vincere o nel perdere, bensì nello scommettere”. Quale è l’accademico che giustapporrebbe un’aula universitaria e una bisca, e senza alcun intento polemico?

Chi leggerà “Razionalismo in politica” ci troverà pagine di filosofia politica di straordinario nitore e tersa bellezza. Ma Oakeshott non è solo un levigatore di parole, un virtuoso della pagina scritta. Lo ricordiamo come un filosofo conservatore ma, come ben spiega Giovanni Giorgini nella sua Introduzione al libro, questa idea della “associazione civile”, retta dalla “rule of law” nel senso di un sistema di diritto che riduce l’incertezza per gli individui e consente loro di maturare aspettative relativamente stabili, è una “visione liberale incentrata sull’idea che il governo non ha il compito di rendere felici i cittadini, bensì di permettere loro di perseguire le proprie originali immagini della felicità”.

Al contrario, “la teoria politica del collettivismo è una concezione del compito più appropriato dello Stato che presuppone che noi abbiamo già stabilito che l’intera umanità abbia una sola mansione corretta da svolgere, un unico modello di attività superiore a ogni altro”. Ma quando l’abbiamo deciso?

Per Oakeshott la limitazione del campo dei pubblici poteri è una questione di prudenza e, si direbbe, quasi di decoro: più si fa ambiziosa, più la politica diventa grottesca. Grottesco gli sarebbe di certo sembrato il governo che dice con chi e in quanti possiamo trovarci a pranzo a Natale e lo fa perché promette qualcosa che non può mantenere: non le cure migliori umanamente possibili ma la salute trasformata in "diritto". L'evento cardine della storia occidentale è l'emergere di una "morale dell'individualità". Essa travolge la "moralità dei legami comunitari" che era prevalsa fino al Medioevo ma non riesce a sostituirla integralmente. L'uomo massa", che è un fenomeno politico diffusissimo nella modernità, ha una "individualità esigua" e cerca di annullarla in un noi. E' l'uomo massa il protagonista della pratica dei plebisciti, di una democrazia che non è espressione di una preferenza del singolo ma "metodo per creare un governo dotato di autorità illimitata di fare scelte in sua vece". Nella politica, l'uomo massa cerca "la liberazione finale dal fardello dell'individualità": dal fare quelle scelte attraverso le quali riveliamo chi siamo.

Pare che Oakeshott volesse mettere a esergo di "La condotta umana" una frase di Machiavelli: "Ciascuno secondo lo ingegno e fantasia sua si governa". Non sta ai più ingegnosi, né ai più fantasiosi, riplasmare ingegno e fantasia altrui.

da Il Foglio, 19 dicembre 2020