Nicola Rossi
Rassegna stampa
2 novembre 2020
Dipendenti e detrazioni, ridisegniamo il sistema
Lo status privilegiato delle pubbliche amministrazioni è stato ed è fin troppo evidente
Lo sconto per ammortizzare i costi di produzione del reddito, come il trasporto, andrebbe levato a chi sta in remoto. E usato per abbassare le tasse a tutti

Nella prima metà dell’anno il Pil italiano ha registrato una diminuzione dell’11,8%. Il governo stima – quasi certamente per difetto a questo punto – che al termine del 2020 la contrazione dell’attività produttiva si avvicini al 9%. Sono numeri che non rendono ragione di quanto avvenuto. Se si isola il solo settore privato, il prodotto interno lordo del primo semestre è stato del 13% circa inferiore rispetto al 2019. La diminuzione ha raggiunto il 18,5% nel caso dell’industria ed il 12% circa nel caso dei servizi privati non finanziari. Per converso, i livelli di attività del settore pubblico hanno registrato una contrazione prossima al 5%.

Questa discrepanza non è dovuta – come forse si potrebbe pensare – alla accresciuta domanda di alcuni servizi pubblici e, in primis, della sanità. Semplificando, il valore aggiunto della pubblica amministrazione non è altro, infatti, che la sommatoria delle remunerazioni dei fattori produttivi e quindi, pressoché interamente, del lavoro. La relativa stabilità dei livelli di attività della pubblica amministrazione non è altro, quindi, che l’espressione della sostanziale invarianza dei livelli occupazionali della stessa e dei suoi livelli retributivi. Mentre nel settore privato la chiusura degli impianti ed il crollo della domanda si traducevano non solo in una severa contrazione dei livelli produttivi ma anche, di conseguenza, nella espulsione dei lavoratori a tempo determinato oltre che in un ricorso senza precedenti alla cassa integrazione, nel settore pubblico tutto rimaneva, in larga misura, business as usual. Mentre, nel settore privato il blocco dei licenziamenti rendeva ancora più difficili ristrutturazioni – inevitabili alla luce degli impatti di medio e lungo periodo della pandemia – dettate dalla necessità di mantenere intatti i livelli di efficienza, nel settore pubblico il ricorso massiccio al lavoro da remoto si accompagnava ad una ridotta domanda di servizi pubblici diversi dalla sanità e dunque a minori, in media, carichi di lavoro a parità di retribuzione.

Ciò nonostante l’esperienza comune di questi mesi ha consistentemente segnalato ritardi significativi nella risposta delle pubbliche amministrazioni alle domande dei cittadini. Le proteste delle imprese seguite alla decisione ministeriale di portare al 75% il limite dello smart working nella pubblica amministrazione e motivate dalle ulteriori inefficienze che ne deriverebbero parlano da sole. E non contrastano – anzi, vanno mano nella mano – con l’entusiasmo mostrato dai dipendenti della pubblica amministrazione per il lavoro da remoto (di essi, 9 su 10 giudicano l’esperienza un successo ma non è del tutto chiaro per chi).

Di fronte a questo scenario, coloro i quali hanno costruito sulla parola «privilegio» le loro recenti fortune politiche dovrebbero riflettere. Lo status privilegiato delle pubbliche amministrazioni è stato ed è fin troppo evidente. E banali motivi di equità chiedono che si intervenga.
Non domani, in occasione della riforma della pubblica amministrazione che evochiamo ogni tre o quattro anni da un quarto di secolo senza farla mai veramente, ma subito. In occasione, ritengo, della legge di bilancio per il 2021. Una strada l’ha suggerita di recente Tito Boeri: estendere alla pubblica amministrazione lo strumento della cassa integrazione guadagni, ristabilendo così una piena parità di trattamento fra dipendenti pubblici e privati. Evitando che ci sia chi può lavorare da remoto senza adeguate modalità di monitoraggio e chi invece da remoto e con la retribuzione decurtata può solo sperare prima o poi di tornare a lavorare.

Naturalmente, perché ci sia una Cig è necessario che ci sia un datore di lavoro determinato ad utilizzarla nei momenti di necessità e sta qui il punto debole della proposta. Quanti funzionari pubblici, nominati in ossequio al principio della «dirigenza fiduciaria» (versione italiana dello spoil system), ne farebbero mai uso? E quanti politici ne avallerebbero le decisioni (sapendo di doverne sopportare i costi, senza trarne alcun vantaggio)? Quanti contribuenti scenderebbero in piazza per chiederne l’attivazione?

Una seconda ipotesi – credo forse più convincente – si concentrerebbe sulle detrazioni da lavoro dipendente ai fini Irpef. Queste, com’è noto, nascono per consentire ai lavoratori dipendenti di sottrarre su base forfettaria i costi di produzione del reddito. come i costi di trasporto. Il lavoro da remoto ha contribuito a ridurre, se non ad azzerare, questi costi e si potrebbe quindi immaginare di eliminare le detrazioni da lavoro dipendente per chi sta in remoto utilizzando il maggior gettito per una riduzione generalizzata del carico fiscale, fino a 55 mila euro di reddito (e cioè fino all’attuale limite di utilizzo delle detrazioni da lavoro dipendente). Le detrazioni da lavoro dipendente diverrebbero detrazioni da lavoro in presenza. I saldi di bilancio pubblici non varierebbero.

I dipendenti della PA da remoto dovrebbero attestarsi oggi intorno al milione (su tre milioni circa) e appaiono destinati a salire. Con ogni probabilità verso il milione e mezzo se non addirittura verso i due milioni. I dipendenti privati in smart working sono oggi circa due milioni (su circa 16 milioni). Azzerare nel loro caso le detrazioni da lavoro dipendente porterebbe nelle casse dello Stato qualcosa come 3-4 miliardi (se non di più) che potrebbero essere redistribuiti ai contribuenti sotto forma di un generalizzato taglio delle aliquote dei primi tre scaglioni di reddito a fini Irpef (23%, 27% e 38%). Si ridistribuirebbero risorse da coloro che hanno sofferto meno delle conseguenze della pandemia a coloro che le hanno subite in misura più significativa (assumendo rischi non trascurabili). E sarebbe un buon viatico per una riforma fiscale di cui – caso più unico che raro – ad oggi conosciamo la data di avvio (il 2022) ma nessun contenuto.

da L'Economia del Corriere della Sera, 2 novembre 2020