Nicola Rossi
Rassegna stampa
11 ottobre 2021
Una delega double face: se la riforma si ferma alla «revisione»
La genericità aiuta spesso la politica a superare gli ostacoli, ma in campo fiscale produce incertezza e frena i comportamenti
Per la prima volta si afferma in modo esplicito che l'obiettivo del cambiamento del sistema tributario è la crescita dell'economia e la riduzione delle inefficienze. Ma abbiamo davanti un libro ancora tutto da scrivere e resta da capire come possa essere finanziata una vera riduzione del prelievo

Una scatola, secondo il presidente del Consiglio. Semivuota, si sarebbe tentati di aggiungere. Perché non è frequente il caso di deleghe fiscali - e ne abbiamo avute non poche negli ultimi decenni - così generiche. Tanto nei principi quanto nei criteri direttivi, per usare il dettato costituzionale. Un esempio (volutamente provocatorio e me ne scuso) può illustrare l'affermazione. L'intero dibattito sulla riforma fiscale è ruotato intorno a due casi limite: la flat tax del centrodestra e la progressività continua alla tedesca del centrosinistra.

Ebbene si legga con attenzione il testo del disegno di legge delega: non è difficile immaginare che possa agevolmente contenere tanto l'una quanto l'altra ipotesi. Ambedue i casi sono compatibili con un modello duale di tassazione dei redditi personali. Ambedue le soluzioni possono rispettare il criterio di progressività e generare una riduzione delle aliquote medie effettive e della variabilità delle aliquote marginali. Sia la prima che la seconda ipotesi sono compatibili con il riordino delle spese fiscali e con l'armonizzazione dei regimi di tassazione del risparmio.

In sintesi, quel che il Consiglio dei ministri ha approvato sembrerebbe essere un disegno di legge delega in grado di garantire al Governo in carica nel 2022 o nella prima parte del 2023 - quale che esso sia, senza eccezioni - di poter riscrivere secondo i propri intendimenti le regole fiscali. Tanto che riesce difficile comprendere come la cosa possa essere risultata sgradita a chi oggi si candida, se ve ne fossero le condizioni, a guidarlo.

Indicazioni
Si sa: la genericità aiuta spesso la politica a superare gli ostacoli. Ma in questo caso la sensazione è che un eccesso di genericità abbia finito per creare ostacoli che potevano non esserci. E comunque c'è un punto sul quale è difficile sorvolare: in campo fiscale, la genericità produce incertezza e frena i comportamenti. Ed una incertezza frutto di un evidente stallo politico e capace di durare anche un paio d'anni non è esattamente ciò di cui ha bisogno un paese che cerca faticosamente di risalire la china. E lo stesso si può dire per quello che è diventato poi il casus belli: la revisione del Catasto fabbricati.

L'unico punto in cui il disegno di legge delega innova significativamente rispetto al documento delle Commissioni Finanze e mostra un grado inusuale di specificità. Ora, che si debba fare quanto necessario per favorire l'emersione degli immobili oggi non censiti e non accatastati è previsione del tutto ragionevole (e sembrerebbe implicare, per la verità, un nuovo condono immobiliare se non si vuole che alcuni degli immobili non censiti e non accatastati vengano demoliti e quindi non sottoposti a tassazione). E che si debba dare una parvenza di attendibilità agli estimi catastali è cosa altrettanto ragionevole. E che, infine, si debba considerare lo status particolare degli immobili soggetti a vincolo (e, aggiungerei, degli immobili con destinazione produttiva) è ipotesi non meno condivisibile.

Ma quel che colpisce è che, preso al valore facciale, l'articolo 7 del disegno di legge delega sembrerebbe avere una valenza esclusivamente statistico-informativa. Lo stesso articolo si preoccupa infatti di prevedere che informazioni raccolte in occasione della revisione del catasto fabbricati non vengano utilizzate ai fini della determinazione della base imponibile dei tributi a base catastale. Dífficile capire come mai una previsione normativa priva di qualsivoglia impatto fiscale trovi posto nella delega, se non per offrire ai futuri esecutivi uno strumento pronto all'uso. Il che ovviamente non fa che aggiungere incertezza ad incertezza in un campo come quello immobiliare, già significativamente tassato, in cui l'incertezza fa molto presto a tradursi in immobilità se non in fuga.

Sia chiaro: non che nel disegno di legge delega - che riprende gli elementi essenziali del documento delle Commissioni Finanze della Camera e del Senato - manchino principi e linee di indirizzo in sé condivisibili. Certo, nulla si dice sugli obbiettivi di pressione fiscale complessiva (ancora oggi significativamente superiore a quella media dei nostri partner europei) e non una parola viene spesa per indicare sul versante della spesa pubblica propriamente detta la fonte di una eventuale copertura. Così come non si fa cenno - ed è una assenza carica di significato - alla ipotesi avanzata dalle Commissioni di attribuzione del rango costituzionale ad alcune norme dello Statuto del Contribuente. Ma comunque, forse per la prima volta in modo esplicito, si afferma che l'obiettivo della riforma fiscale è il tema della crescita dell'economia e la riduzione delle inefficienze del sistema fiscale.

E del tutto condivisibile è anche l'obiettivo di restituire, anche attraverso la semplificazione del sistema tributario, un minimo di logica ad un sistema che sembrerebbe averla persa del tutto.

Il nodo delle risorse
Ma quel che manca - volutamente, si direbbe - è una chiara indicazione delle modalità con cui questi obbiettivi si vogliono raggiungere. E dei costi che per raggiungerli si intendono sopportare. Eh già, perché a stare alla lettera del disegno di legge delega di risorse a disposizione per la revisione del sistema fiscale ce ne sarebbero proprio pochine.

Data la situazione della finanza pubblica nessun finanziamento in disavanzo dovrebbe essere possibile. Ergo: le risorse, laddove necessarie per un intervento minimamente incisivo, andranno trovate all'interno del comparto delle entrate e, sotto questo profilo, la genericità della delega è massima proprio lì dove, con ogni probabilità, si intendono reperire risorse aggiuntive e cioè nel campo della imposizione indiretta.

Al governo in carica andrà, a delega approvata, il grande merito di aver finalmente posto le basi per una revisione ampia e soprattutto largamente condivisa, nei principi, del sistema fiscale. Non era un obbiettivo scontato. Ora però è lecito domandarsi se dato il carattere della delega che, all'interno di alcuni condivisibili paletti, lascia ampio spazio alla discrezionalità dell'esecutivo non sia il caso di trasformare i limiti del disegno di legge delega in una opportunità e lasciare che la delega stessa venga esercitata dal governo che vedrà la luce dopo le prossime elezioni politiche. Basta, per un verso, stabilire che il termine per l'esercizio della delega passi dai diciotto mesi ai due anni. E, per altro verso, basta accettare l'idea che sui termini del rapporto che li lega allo Stato gli italiani a questo punto possano anzi, forse, debbano esprimersi.

da L’Economia – Corriere della Sera, 11 ottobre 2021