Cesare Maffi
Rassegna stampa
15 giugno 2021
Più che normativa è una baraonda
Le norme per difenderci dal Covid non solo sono contraddittorie ma spesso vengono cambiate
Le condizioni diciamo normali sono sintetizzate da uno scienziato dello spessore di Silvio Garattini, dell'Istituto Silvio Negri, in poche e chiare parole: «Molte persone sembrano essere scatenate a godersi un'aria di fine pericolo; I giovani reclamano il ballo, i ristoranti non sono mai così pieni di gente, così come i negozi e i supermercati».

Non se ne può più. Così potremmo sintetizzate la sensazione più comune dopo un anno e mezzo di pandemia. L'insoddisfazione tocca il culmine fra i giovani, come già si sapeva nei mesi andati, quando a molti di età tutt'altro che avanzata pareva poco importare del morbo, considerandosi essi asintomatici se non inattaccabili. Ormai, però, cresce ogni giorno una percezione di stanchezza per obblighi che certo non raggiungono i livelli stringenti dell'isolamento casalingo nella penisola intera, però sono sempre avvertiti come fatalmente di minor tolleranza. L'esempio del coprifuoco parla da sé. Prima era messo fra le inevitabili limitazioni del morbo; poi, con una certa repentinità, si è capito quanto esso sia superfluo e dunque destinato a cadere, anche se tuttavia non in maniera uniforme, vuoi per zone vuoi per orari. Pure questo variegato disordine di obblighi e divieti ha cominciato a stufare, per dirla brutalmente. Basta con troppe norme, basta con un'incredibile diversificazione territoriale, basta con limiti sui quali vigono sovente contrasti fra i tanti che hanno qualche titolo per occuparsene o reputano di averne.

Si è ormai con chiarezza capito che l'introduzione dei vaccini non ha risposto ai normali requisiti di esperienze, di estensione, di tempi, di verifiche animali prima che umane, che di solito occorrono. Si è compreso che la conoscenza del covid è parziale e cresce soltanto col passare dei mesi, senza però stabilizzarsi, come dimostra l'insorgere di varianti che gli stessi «esperti» non sanno come giudicare. La natura dei vaccini, inoltre, è oggetto di polemiche infinite. Sul futuro nessuno scommette: fanno discutere richiami, terza dose, vaccino annuale, vaccini ordinari (contro l'influenza, contro la polmonite) in autunno, ma siccome manca qualsiasi concreta esperienza si capisce che le decisioni saranno assunte soltanto nell'imminenza delle norme da stabilire, con l'eterna incertezza sulle «raccomandazioni», stringenti o no che esse siano.

Le surreali polemiche sul numero dei commensali a tavola (culminate nel tentativo, tale rimasto, di obbligare chi sia seduto a mettersi la mascherina mentre non sta cibandosi) sono andate avanti per giorni. Si è così fornita la consapevolezza «che le regole del contrasto al covid siano ormai reputate un inutile orpello, e non invece un presidio che serve. Ci si chiede, allora, quale sia il senso di mantenerle, se chi fa le norme poi retrocede a fronte di pressioni, dando l'idea che non siano calibrate rispetto a reali esigenze, fondate su basi scientifiche, ma possano essere oggetto di contrattazione politica o sociale». Così rileva Vitalba Azzolini, dell'Istituto Bruno Leoni.

I vessati, cioè l'intera popolazione, non hanno quasi afferrato la compressione subita in diritti prima intangibili, poi patita addirittura con atti amministrativi, ritenendo il fenomeno insuperabile a causa dell'emergenza mondiale, le cui conseguenze soffriremo per chissà quanti lustri. Ci hanno obbligati alle rinunce: basta muoversi, votare, uscire di casa, mangiare, correre, camminare… Abbiamo sopportato di tutto da tutti, ivi compresa un'ordinanza ministeriale che una domenica pomeriggio c'impose di restare nei confini comunali all'interno dei quali putacaso ci trovassimo. Va detto che, inattesamente, si è assistito a una provvidenziale mobilitazione di aiuto diremmo corale, specie nell'ambito sanitario, con impegni diuturni e sovente decisivi, di medici e infermieri, farmacisti e volontari, per sostenere malati, vecchi, languenti.

Questo immane lavoro è servito, in parte, a smussare gli errori commessi soprattutto dal precedente esecutivo, con l'apice raggiunto sia nella fase iniziale (si vedano i testi vanamente secretati, la cui conoscenza è stata imposta dal Tar), sia dal costante comportamento di Roberto Speranza. Il ministro lega il proprio nome alla prudenza, al rinvio, alla cautela, ovviamente giocando sull'inevitabile conoscenza di sé e sulla collegata popolarità, a rischio di svarioni. Tale fu il becero ritiro del suo libro annunciante, in maniera tanto trionfale quanto ingenua, l'uscita dal malanno.

I numeri sono sempre più a favore della decrescita netta delle restrizioni. A conti fatti e arrotondati, guardando alla popolazione ultradodicenne, più di un italiano su quattro ha ultimato la vaccinazione, ben più di altri due su quattro hanno iniettato la prima dose. Sono cifre che hanno ragione sulla totale incertezza che regna, per citare una fattispecie ben nota, sui destini legati all'infelice situazione di AstraZeneca e simili, pur senza scordare che proprio questo vaccino è stato inoculato a Mario Draghi (e signora). Ci vuole prudenza, si ammonisce. Però, anche se lontani da un'immunità di gregge che nessuno è in grado di collocare in una percentuale largamente accolta, sarebbe ora di valutare se non convenga assumere ora decisioni per garantire maggiori libertà. Un modello è fornito dall'uso della mascherina all'aperto, non dal solo Vittorio Sgarbi aborrita. Invece d'indicare date generiche, che in qualche misura sarebbero già superate e che variano dall'inizio di luglio alla fine di agosto, e anzi oltre, sarebbe ora di porsi di fronte a questa, come ad altre faccende, con appropriate decisioni da assumere in sede nazionale e da rispettare territorialmente. Alla faccia, beninteso, del bersaniano ministro Speranza, secondo il cui auspicio «per la sinistra c'è una nuova possibilità di ricostruire un'egemonia culturale» grazie alla pandemia.

da Italia Oggi, 15 giugno 2021