Alberto Mingardi
Rassegna stampa
10 maggio 2021
La campanella di Madrid ha un rintocco federalista
La vittoria di Isabel Diaz Ayuso e il modello politico e fiscale della Comunidad difeso e sviluppato anche durante la pandemia
Il discorso pubblico si nutre per forza di semplificazioni. Quella oggi dominante è che non ci sarebbe alternativa a un nuovo paradigma forgiato dalla pandemia: più spesa, più debito, più Stato imprenditore.

La Comunità di Madrid, una delle diciassette comunità autonome in cui è divisa la Spagna, rappresenta un modello alternativo. La settimana scorsa, la presidente Isabel Diaz Ayuso è stata rieletta con una maggioranza schiacciante.

Ayuso ha vinto grazie a una strategia di contrasto al Covid radicalmente diversa da quella maggioritaria, in Europa e in Spagna: a Madrid cinema e teatri sono aperti dallo scorso settembre, al Teatro Real oggi si dà Peter Grimes e in aprile c’era Sigfrido, negozi e ristoranti sono rimasti aperti per tutta la seconda ondata. Come abbiamo già raccontato su queste colonne (22 febbraio), ciò è stato possibile grazie a un mix di regole generali e soluzioni particolari: regole generali per consentire alle attività di proseguire in sicurezza, test rapidi a tappeto nei focolai e chiusure localizzate per contenere il contagio senza bloccare tutto. Ma il successo di Ayuso si spiega anche in ragione della cornice generale in cui questo mix di politiche si è inserito.

Le imposte e i servizi
Per quanto le spinte centrifughe e secessioniste fotografino forti contrasti fra centro e periferia, la Spagna è un Paese molto più federalista di quanto non sia l’Italia. I governi locali godono di una autonomia finanziaria il cui contenuto è determinato da una legge organica, approvata per la prima volta nel 1980 e modificata, da ultimo, nel 2009.

Da principio le Comunità avevano autonomia di spesa e di bilancio (una situazione più prossima a quella delle nostre Regioni), a partire dagli anni Novanta hanno cominciato a godere espressamente di una quota del gettito di alcuni tributi. Allo svolgere funzioni pubbliche rilevanti come istruzione e sanità corrisponde dunque la possibilità di agire direttamente su una certa quota del prelievo. In particolare, con il passar del tempo è stato ceduto alle comunità locali il 50% dell’IRPF (l’imposta sul reddito delle persone fisiche) e dell’IVA, e una quota rilevante di imposte speciali quali quelle sugli idrocarburi, sul tabacco e gli alcolici. Questo ha accresciuto l’autonomia finanziaria delle Comunità ma ha anche cambiato i termini della lotta politica per i governi locali.

L'idea cardine del federalismo fiscale è che avvicinando il prelievo ai livelli di governo più bassi si consenta ai cittadini di rendersi conto meglio di «come sono spesi i loro soldi». E’ difficile, se le tasse sono raccolte e impiegate nell’ampio quadro di uno Stato nazionale, prendere sul serio la vecchia idea degli economisti italiani che l’imposta sia il prezzo dei servizi pubblici. Tutte le risorse finiscono in un grande calderone, dal quale sono poi tratte, in modo necessariamente opaco, per rispondere alle esigenze del momento.

Diversa è la questione se invece si ha a che fare con realtà di dimensione più ridotta, con servizi di immediata rilevanza per persone e famiglie (non la “trasformazione digitale della pubblica amministrazione”, ma scuole e ospedali) e se è chiaro che essi sono finanziati da certe imposte.

Terziario e nuovi schemi
La Comunità di Madrid ha da anni un’imposta sul reddito fra le più basse di Spagna e, durante la presidenza Ayuso, l’ha ridotta di mezzo punto per i lavoratori autonomi: la categoria più colpita dalla pandemia e dalle restrizioni. La stessa strategia Covid della Comunità si è fondata sulla realizzazione che le serrate avessero un impatto più ampio di quello, immediatamente evidente, su turismo e ristorazione: che il settore dei servizi, in una città che è un centro nevralgico dell’economia nazionale ed europea, dipende dal commercio in misura superiore di quanto non appaia dalle statistiche, che l'indotto del turismo sia sottovalutato (come ha scritto anche Daniele Manca, «Investire (ma bene e presto)», Corriere della sera, 6 maggio). Di qui, l’apertura come obiettivo e i test di massa come mezzo.

La politica fiscale di Ayuso è parte però di una più ampia cornice: ha semplificato le licenze urbanistiche, riducendo i tempi autorizzativi. Ha voluto un portale web contro l’iper-regolamentazione, per raccogliere proposte di liberalizzazione che dovranno poi entrare nell’agenda di governo. Per il prossimo mandato, ha annunciato una “legge di mercato aperto”: le Comunità possono, con norme locali, aggiungere requisiti specifici per l’attività d’impresa. Un’azienda che installa sistemi d’allarme, per esempio, deve ottemperare a quanto le richiede la normativa della Comunidad in cui ha sede legale e poi seguire i regolamenti delle altre località in cui opera. A Madrid non sarà più necessario: chi arriva da altre regioni dovrà semplicemente seguire le regole della regione d’appartenenza.

Le aperture dei negozi oggi, e la speranza di una maggiore apertura dell’economia domani, hanno fatto sì che il PIL madrileno crescesse del 4,4% nell’ultimo trimestre del 2020, contro lo 0,4% dell’economia spagnola nel suo complesso.

Paragonare governi locali e nazionali è sempre azzardato, ma Madrid in questi mesi ha cercato di dimostrare che un modello diverso è possibile, anche durante e dopo il Covid. Vediamo se qualcun altro, in Europa, proverà a seguirne l’esempio.

da L'Economia - Corriere della Sera, 10 maggio 2021