Antonio Polito
Rassegna stampa
Uno sconto fiscale finché non bonificate Bagnoli
Le classi dirigenti meridionali non sanno usare i finanziamenti, gli investimenti, i fondi, di cui pure disporrebbero
Potete star sicuri che «Morire di aiuti», il libro appena pubblicato dall'istituto Bruno Leoni a firma di due economisti della Banca d'Italia, riceverà dai meridionalisti in servizio permanente effettivo lo stesso trattamento che subì qualche anno fa la provocazione dello storico Emanuele Felice. Questo studioso si permise di dire che «i primi responsabili del disastro del Mezzogiorno andavano ricercati nel Sud, nell'assetto sociale e istituzionale delle classi dirigenti, dagli agrari dell'Ottocento ai mediatori politici della Prima e Seconda repubblica». Il recente volume di Antonio Accetturo e Guido de Blasio dimostra invece, per tabulas, che tutte le politiche adottate negli ultimi venticinque anni per «aiutare» il Mezzogiorno non hanno avuto risultato, e in più di un caso hanno prodotto danni.

Le due affermazioni sono entrambe insopportabili per chi ha costruito la sua comoda posizione sociale, politica o intellettuale, sulla vulgata secondo la quale se il Mezzogiorno è rimasto indietro «la colpa è degli altri», di volta in volta scegliendo gli «altri» da incolpare.
Ora, guardate a quello che è successo venerdì per Bagnoli. Si è trattato, a detta del ministro Lezzi, in quanto a enfasi identica a tutti i ministri del Mezzogiorno che l'hanno preceduta, di una «giornata storica». Dopo venticinque anni, finalmente, «la Conferenza dei servizi ha approvato lo stralcio del piano di recupero ambientale necessario a dare il via libera alle gare per la bonifica»; che già detto così sembra uno scioglilingua, ma spiega da solo perché in venticinque anni non si è mosso niente, in questa selva di gare, via libera, conferenza, cogestione, pareri, piani, recuperi, ecc. ecc. E del resto la stessa ministra officiante a metterci in guardia: per quanto celere possa essere il suo governo del cambiamento, ciò che si è deciso ieri produrrà, se ci va bene, il completamento dei lavori di bonifica entro il 2024, cioè tra cinque anni, così la vicenda di Bagnoli eguaglierà il record di durata della Guerra dei Trent'anni.

Naturalmente sappiamo tutti che non ci andrà così bene. Arriverà una crisi di governo, un cambio di sindaco, le elezioni regionali, una sentenza del Tar, la protesta di un comitato, un'inchiesta della Procura, che allontaneranno ancora l'obiettivo. E da ieri sappiamo che intanto la Regione Campania ha già detto no, apprestandosi a guidare l'opposizione contro questa presunta accelerazione.

E allora viene da chiedersi: non hanno forse ragione gli studiosi dei due libri di cui sopra? Le classi dirigenti meridionali non sanno usare i finanziamenti, gli investimenti, i fondi, di cui pure disporrebbero. È un dato di fatto, clamoroso se si guarda alle decine di miliardi di fondi europei non spesi, che da soli potrebbero produrre più crescita di tutte le manovre in deficit dei governi nazionali che si succedono. L'unica discussione interessante sarebbe piuttosto stabilire perché le classi dirigenti meridionali hanno fatto questo fallimento. Se per una loro congenita attitudine alla rapina, come fa capire Felice. O se invece perché le politiche di aiuti sono state concepite in modo tale da selezionare una classe dirigente di rapina, un po' come nella evoluzione naturale la giraffa col collo più alto prevalse sui quadrupedi più bassi che non riuscivano ad arrivare alle foglie degli alberi e a nutrirsi.

Se fosse vera la seconda ipotesi, se cioè gli alberi degli «aiuti» fossero stati fatti apposta per le «giraffe» della politica meridionale, disporremmo finalmente di una teoria che può mettere d'accordo quelli che «la colpa è degli altri» e quelli che «la colpa è dei nostri governanti». Si potrebbe cioè concludere che la colpa è degli altri che hanno reso così i nostri governanti. E potremmo finalmente metterci all'opera per cercare una soluzione.

Una possibile via d'uscita l'ha proposta qualche giorno fa l'economista Nicola Rossi, e la faccio mia. Siccome le politiche di coesione regionale sono state concepite male a Bruxelles proprio su impulso italiano, un paio di decenni fa, per adeguarsi all'utopia dell'intervento dal basso, concertato, «programmato», dove poiché si devono mettere prima tutti i «rapinatori» d'accordo i soldi finiscono in mille rivoli e alla fine il Sud è quello di prima, cambiamole. Mandiamo a Bruxelles un commissario alle politiche regionali che riscriva le regole, e consenta di spendere quel fiume di denaro per due, tre grandi progetti al massimo, che farebbero la differenza portando al Sud le infrastrutture materiali e immateriali, civili e sociali, di cui il nostro territorio manca. Usiamo i fondi per una politica fiscale «speciale» in questa area che è un terzo dell'Italia, che ci consenta di abbattere le tasse su imprese e persone che devono spendere il doppio del loro tempo e della loro fatica per competere con chi altrove dispone di asili nido e di treni, di porti e di information technology, di verde e di ritiro dei rifiuti. Sarebbe una specie di tassazione progressiva al contrario, in cui le tasse si pagano man mano che le infrastrutture arrivano. A Napoli, per esempio, ci farete cortesemente uno sconto fin quando non avrete bonificato Bagnoli.
Così vediamo se vi date una mossa.

dal Corriere del Mezzogiorno, 16 giugno 2019