Nicola Rossi
Rassegna stampa
Un paese (solo) per vecchi? Rinasca la voglia d'impresa
Incapaci di crescere per cause diverse da euro e crisi. Uno studio IBL: in Italia per un'azienda è difficile nascere e persino morire. E intanto andiamo incontro a una nuova recessione a mani nude
Come da copione, l'Europa rallenta e l'Italia si ferma. Eppure, non c'è modo di sottrarre la nostra classe politica alla disputa, confortevole ma vuota, sui meriti e sui demeriti di una austerità di cui, peraltro, in Italia non si sono viste molte tracce. Non c'è modo di farle capire che le nostre attuali difficoltà nascono ben prima dell'euro e del fiscal compact e risalgono almeno a trent'anni fa. Non c'è modo di spiegarle che sarebbe il caso, ogni tanto, di andare oltre la congiuntura (oltre le fluttuazioni di breve periodo dell'economia) per guardare alla evoluzione di medio e lungo periodo del nostro tenore di vita (alla crescita propriamente detta). Non c'è modo di spingerla a porsi le domande che come paese dovremmo in realtà porci. Quali sono davvero le origini del ritardo italiano di questi ultimi decenni? Dov'è finito - se mai c'è stato - il «dinamismo» della nostra economia? Siamo ancora capaci, dati i vincoli presenti, di allocare le risorse - sia che si tratti di capitale, di lavoro o di idee - in maniera efficiente, spostandole in ogni momento da impieghi meno produttivi a impieghi più produttivi? Insomma, da dove viene il declino?

E però, per quanto sgradevoli, sono domande che non possono essere aggirate. E che anzi devono essere poste al Paese perché comprenda la serietà della situazione e la gravità del momento. Ci stiamo avviando a fronteggiare la recessione a mani nude. Appesantiti da un debito che non accenna a fermarsi, immersi nell'incertezza che abbiamo seminato a piene mani in casa e fuori, segnati da un dualismo economico che si approfondisce ogni giorno di più, avendo dissipato ogni margine di manovra dal punto di vista della politica economica. Ma anche marchiati da una incapacità di crescere ormai strutturale di cui forse dovremmo tornare a parlare. Per farlo, l'Istituto Bruno Leoni ha avviato, dal 2016, un ampio progetto di ricerca sul dinamismo imprenditoriale italiano di cui sono disponibili oggi i primissimi risultati (www.dinamismo.brunoleoni.com) relativi all'ultimo trentennio. Qui ci concentriamo su un punto specifico: la creazione dì imprese e la capacità del sistema economico di rinnovarsi sostituendo le imprese che hanno ormai esaurito il loro compito con nuove imprese in grado di cogliere le opportunità presenti nel mercato domestico e internazionale.

Nel corso degli ultimi trent'anni il tasso netto di natalità delle imprese è passato dal 3% o più degli ultimi anni 80 all’1% circa dei primi anni del secolo per poi attestarsi negli ultimi dieci stabilmente intorno o sotto allo zero. Se va bene nascono tante imprese quante ne muoiono in ogni anno. È quella che si chiama crescita zero. Ma che forse dovremmo chiamare, senza infingimenti, decrescita: nella gran parte dei comparti produttivi, a far data dal 2008, si assiste a una contrazione significativa del numero delle imprese. Negli ultimi trent'anni le imprese manifatturiere si riducono di oltre l’1% all’anno, di quasi il 2,5% a partire dal 2008 (e senza inversioni di tendenza di qualche rilievo negli ultimi anni). Solo appena meno pronunciate le tendenze dell'industria delle costruzioni o del commercio. E anche i comparti dei servizi che sembravano crescere negli anni 90, hanno invertito la rotta nell'ultimo decennio senza apprezzabili ripensamenti. E, naturalmente, tassi netti nulli o negativi di natalità delle imprese non solo prefigurano minori opportunità di lavoro in futuro ma soprattutto implicano l'inaridirsi dei canali di innovazione condizionando i futuri tassi di crescita della produttività. E la nostra sembra essere anche una decrescita relativamente solitaria. I tassi netti di natalità in altri Paesi occidentali (dati OCSE) hanno risentito, certamente, della crisi ma sono tornati a essere negli ultimi anni positivi.

Naturalmente, un tasso netto di natalità nullo o addirittura negativo può nascondere significativi livelli di dinamismo di un'economia: molte imprese che nascono e prendono il posto di molte imprese che muoiono. Quella che solitamente chiamiamo «la distruzione creatrice». O, viceversa, possono nascondere la stasi, l'immobilismo. Il caso italiano sembrerebbe appartenere più alla seconda che alla prima tipologia. E in misura crescente. Il tasso lordo di turnover (ovvero la somma dei tassi di natalità e mortalità delle imprese) non solo presenta valori ridotti nella comparazione internazionale, ma decrescenti nel tempo per molti settori. Tanto l'industria che i servizi passano da oltre il 12% circa nel ventennio precedente alla crisi a meno dell'11% circa nel decennio successivo.

E, del resto, perché mai tutto questo non dovrebbe accadere in un Paese che fa dell'immobilità un valore, che tassa con chirurgica precisione tutto ciò che si muove e quando si muove (che si tratti di esseri animati o inanimati, non importa), che avvolge ogni iniziativa nell'ovatta della burocrazia fino a sfibrarla, che considera il rischio come qualcosa da evitare sempre e comunque, che alla competizione preferisce la assai più tranquillizzante collusione, che continua a pensare che la ricchezza sia lo «sterco del diavolo»? A noi la distruzione creatrice proprio non piace. E se piace, piace sempre meno (come ha già notato Dario Di Vico sulle colonne del Corriere della Sera del 2 dicembre).

Qualche settimana fa il Consiglio dei ministri ha approvato, in via definitiva, il Codice della crisi di impresa e dell'insolvenza. Una riforma dalla lunga gestazione e attesa da tanto. L'occasione, si pensava, per sancire un principio di buon senso: il fallimento fa parte delle vicende umane e solo chi non prova a fare non si espone al rischio di fallire. Abbiamo imboccato, con decisione, una strada diversa: quella della abolizione (anche terminologica) del fallimento. Quella della «diagnosi precoce» sullo stato di difficoltà delle aziende. Senza riflettere sul fatto che quella «diagnosi precoce» finirà, in non pochi casi, per inibire l'elemento distintivo dell'attività di impresa: il rischio, la scelta di andare avanti anche quando tutto ci consiglia di fermarci, la capacità di vedere quello che altri non vedono. Difficile non domandarsi quante startup della Silicon Valley sopravviverebbero in un simile contesto normativo.

Insomma, il nostro è un Paese in cui è difficile nascere ed è difficile morire. È lecito solo invecchiare (se all'uopo debitamente autorizzati e con la dovuta gradualità). Che cosa poi ci sia di divertente nel governare un Paese siffatto è domanda che bisognerebbe rivolgere ai nostri statisti.

Da L'economia del Corriere della sera, 25 febbraio 2019