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Rassegna stampa
Un manipolo di italiani contro il complottismo
Mentre la gran parte dei politici italiani chiede sussidi per le banche, ci sono anche voci fuori dal coro
Solo pochi economisti italiani ha preso posizione contro la pressoché unanime fiducia nelle sovvenzioni pubbliche per salvare le banche dalla crisi. Il governo del primo ministro Renzi vorrebbe approfittare delle falle normative dell’unione bancaria appena entrata in vigore. Solo poche voci si levano a criticare i propositi del presidente del Consiglio, anche con toni sarcastici: «funziona così: se accade qualcosa al sistema bancario italiano è un complotto, perché il medesimo è sanissimo e mercati ed istituzioni europee non ci capiscono» ha scritto l’investment strategist Mario Seminerio, autore di commenti su Il Fatto e curatore di un blog economico. Le elites italiane preferiscono rappresentare i problemi auto-inflitti del settore bancario come un fallimento del mercato.

Anche i liberisti dell’Istituto Bruno Leoni hanno criticato il tentativo da parte della politica di aggirare il nuovo regime di responsabilità per le banche europeo. Secondo le nuove regole, in caso di bail-in i detentori di obbligazioni bancarie e conti correnti superiori ai 100.000 euro dovrebbero partecipare ai costi del salvataggio della loro banca. Questo dovrebbe indurre sia gli investitori, sia i manager delle banche a comportamenti più responsabili: un obiettivo auspicabile, qualora lo Stato dovesse intervenire per sanare situazioni di difficoltà. «I salvataggi ex post inevitabilmente provocano moral hazard, sono un invito a banche e banchieri a continuare come prima, tanto il conto si finisce per farlo pagare a un altro» ha scritto Franco Debenedetti, presidente dell’IBL, in un recente commento sul Sole 24 Ore.

Per Debenedetti, con un passato di imprenditore e di prossimità ai democratici di sinistra (era stato eletto al Senato nelle liste del PD) i politici italiani hanno tutto l’interesse ad una partecipazione dello Stato nelle banche: l’intervento pubblico potrebbe avere esito positivo, permettendo alla classe politica di vantarsi di avere risolto un problema salvaguardando i risparmiatori italiani. D’altro canto, cosa ancora più importante, i politici controllerebbero volentieri il settore bancarie, magari per intraprendere a sue spese altri interventi di salvataggio, come nel caso della crisi delle acciaierie ILVA.

In questi giorni Debenedetti ha ripetutamente esortato a rispettare i trattati: l’Europa non ha, infatti, una costituzione, ma solo accordi. Gli italiani non possono chiedere da una parte un crescente sostegno da parte dell’UE e dall’altra pretendere regole ad hoc in materia di deficit di bilancio alle quali le banche sarebbero esposte.

I collaboratori dell’Istituto Bruno Leoni hanno espresso una decisa condanna e forti critiche all’operato degli attuali manager e responsabili del settore bancario italiano in una trasmissione su Radio 24, emittente del Sole 24 Ore, quotidiano di proprietà di Confindustria. Mentre in Italia si invocano aiuti pubblici per le banche, il conduttore Oscar Giannino prende una posizione contraria: In Italia, l’idea che lo Stato gestisca le banche è antica», dice. Le banche italiane hanno miliardi di euro in titoli di Stato iscritti a bilancio e ora s’impone una considerazione. «L’obiettivo della politica italiana è quello di ricorrere a nuovi interventi di emergenza» dice Giannino. Quella stessa elite imprenditoriale italiana che oggi chiede a gran voce l’intervento del governo ha spesso chiuso un occhio sui rapporti ambigui tra manager e regolatori. Nelle banche italiane vi sono innumerevoli «prestiti poco trasparenti, credito concessi agli “amici”, prestiti concessi senza garanzie ai membri del Consiglio d’Amministrazione, finanziamenti a favore di clienti che partecipano al capitale azionario della stessa banca». Queste accuse si trovano immancabilmente nelle indagini sul settore bancario. Gli aiuti pubblici, secondo Giannino sono pericolosi: «Il ritorno dello Stato nelle banche ne rallenterebbe il processo di ristrutturazione».

Da Frankfurter Allgemeine Zeitung, 21 luglio 2016