Alberto Mingardi
Rassegna stampa
Tagliare le tasse per aiutare il ceto medio
L'unica proposta articolata per una revisione del sistema fiscale è quella di una flat tax
Ignorare i problemi non equivale a risolverli. In Italia la pressione fiscale (la somma di imposte dirette, indirette e contributi sociali) è il 43,5% del Pil. Un valore superiore alla media europea, il 40%. Sono solo sei gli Stati Ue dove si pagano più tasse che da noi: Austria, Belgio, Danimarca, Finlandia, Francia e Svezia. Nei Paesi nordici, ma anche in Francia o Belgio, le persone sono generalmente convinte di godere di servizi pubblici di qualità elevata. Non così in Italia, dove tutti riteniamo di pagare imposte nordeuropee per una pubblica amministrazione sudamericana.
Nei prossimi due mesi, la questione di come e quanto ridurre le tasse tornerà al centro del dibattito. In Italia la frustrazione del ceto medio s'impernia proprio su questa domanda di «ossigeno fiscale». Qualche pifferaio prova a indirizzarla verso la globalizzazione selvaggia o il turbo capitalismo, ma in un Paese che nelle classifiche di libertà economica è 79°, fra la Namibia e il Paraguay, è una storia che non ci appartiene. Più radicata e diffusa è l'impressione di essere vittima di un fisco incomprensibile e incontenibile.
Il fatto che i repubblicani siano riusciti, negli Stati Uniti, a condurre in porto la loro riforma condizionerà, in modo più o meno evidente, la discussione. Trump taglierà le imposte per circa 150 miliardi l'anno, grossomodo l'1% del Pil americano. Quest'onere di finanza pubblica serve per fare un tagliando al sistema, con misure a vantaggio dei redditi più alti (l'aliquota massima scende dal 39,6 al 37%) ma anche dei redditi più bassi, alzando la quota esente e i crediti fiscali per le famiglie meno abbienti. Com'è noto, la riforma riduce il carico fiscale sulle imprese. I ministri delle Finanze europei hanno reagito stracciandosi le vesti, ma la «concorrenza fiscale» Usa non si può fronteggiare con i proclami: l'esigenza di non perdere investimenti e aziende produrrà effetti anche nel vecchio continente.
In questo contesto, si può decidere di proseguire come si è fatto finora: con micro interventi a sostegno di una certa categoria sociale o di un dato comparto produttivo. E' una strategia che può essere elettoralmente premiante rispetto a taluni interlocutori. Gli effetti sulla crescita sono dubbi, perché di fatto lo Stato continuerebbe a indirizzare l'impiego delle risorse.
L'alternativa è una riforma complessiva. Ad oggi, l'unica proposta articolata è quella di una flat tax, almeno a parole fatta propria dal centrodestra. Nella versione dell'Istituto Bruno Leoni (www.25xtutti.it), essa sarebbe completata da un trasferimento monetario (il «minimo vitale»), differenziato geograficamente, che dovrebbe sostituire la congerie di spese fiscali che contraddistinguono il nostro welfare. E' demagogia, perché la flat fax sarebbe incostituzionale? In realtà è il sistema fiscale nel suo insieme a dover essere progressivo: non esiste soltanto la progressività per scaglioni. E la stessa progressività dell'Irpef è oggi confinata a una piccola fascia di redditi da lavoro dipendente e pensione.
La semplicità delle tasse piatte è tanto più attraente quanto più barocco è il sistema vigente. Forse proprio per questo Berlusconi dice di volersi concentrare sul principio (una sola aliquota) anziché sul livello. Con ciò forse dimostrandosi consapevole che non è il momento per operazioni «auto-finanziantesi», o per sperare di convincere Bruxelles a lasciarci fare più deficit.
Se una proposta c'è, sarebbe utile alla campagna elettorale che ne emergessero altre. In astratto per nulla impossibili: per esempio un taglio «flat» alle imposte, una riduzione delle aliquote attuali proporzionalmente uguale per tutti. Non si può però prescindere da una realistica presa di coscienza dello stato di fatto.
Nel fisco italiano sono stratificati decenni di interventi a vantaggio di tizio o caio (un sussidio qui, una deduzione là). La sua opacità va a tutto vantaggio dei pochi «insider» che sanno individuare le scappatoie. Non basta un'ordinata manutenzione.
La condizioni di finanza pubblica del nostro Paese restano precarie, il debito elevatissimo. L'asfissia fiscale non è solo propaganda berlusconiana. La necessità di tenere in ordine il bilancio dello Stato non è solo un'ossessione della tecnocrazia europea. Su entrambi i fronti, la credibilità delle forze politiche è quella che è. Ma è improbabile che un silenzio furbesco possa convincere gli elettori.

Da La Stampa, 31 dicembre 2017