Oscar Giannino
Rassegna stampa
16 giugno 2012
Se va bene, andrà peggio
Scenari sulla crisi dell'euro: la Prefazione di Oscar Giannino
L’area dell’euro è sotto scacco. Cosa accadrebbe se la Grecia uscisse dalla moneta unica?  L'euro potrà sopravvivere? O sarebbe scontato il ritorno alle vecchie valute nazionali? E quali sarebbero per l’Italia le conseguenze di un ritorno alla lira?
Le nostre classi dirigenti sembrano non volerci nemmeno pensare. 
Tutti questi possibili scenari futuri vengono analizzati nel nuovo e-Book edito da IBL Libri: “Se va bene, andrà peggio. Scenari sulla crisi dell'euro”, con prefazione di Oscar Giannino, che riportiamo qui di seguito.


Lo scopo di questo ebook è fornire ai nostri lettori un’ipotesi di storia controfattuale. In apparenza, la traccia sviluppata è quella di che cosa può accadere, se salta l’euro. Qualunque sia la strada attraverso la quale questa rottura avvenga: sia se si deciderà per la sola Grecia, qualche settimana o mese dopo il voto del 17 giugno 2012; sia se in quel caso il resto degli euromembri giureranno – spergiurando – che l’uscita riguarda un solo paese e mai più nessun altro; sia nel caso che la Grecia non esca, ma comunque la rottura sia inevitabile, restando da vedere poi quanti eurodeboli uscissero, o se fossero invece gli euroforti intorno alla Germania, a uscire dall’euro del Sud per adottare un euro del Nord, il N-euro.

Apparentemente, di questo parlano gli autori. Così, a seconda dei vostri gusti e interessi, troverete qui chi riepiloga magistralmente i fondamenti dello squilibrio costitutivo e del funzionamento concreto dell’euro a mercati e banche separate, come Antonio Foglia; chi vi illustra che cosa avverrebbe a inflazione, crescita e produttività in caso di uscita italiana dall’euro, come Pietro Monsurrò; chi richiama i precedenti storici di ritorno a valute proprie dopo unioni monetarie, come Forrest Capie e Geoffrey Wood; chi spiega come e qualmente sia inevitabile separare dall’euro i paesi portatori del contagio, come Vito Tanzi; chi s'interroga su quali siano i reali beneficiari degli interventi degli ultimi due anni, come Alberto Bisin; chi con un po’ di fantasia e molto realismo immagina in quali circostanze e con che conseguenze per l’Italia avverrà l’euroseparazione, come Natale D’Amico e Antonio Polito; chi infine ne deduce ulteriori conseguenze per il Nord e il Sud dell'Italia, come Carlo Lottieri.

Ma a ben vedere la storia controfattuale che vogliamo proporvi assume l’ipotesi del break up dell’euro solo come puro pretesto.
In realtà, ciascuno degli autori e io qui stiamo avvisandovi di un’altra cosa. Che in sintesi è questa: sia quel che sia dell’euro, resti com’è o cambino i suoi pilastri, per tutti gli attuali membri o per un numero più ristretto, la verità vera è che l’Italia ha un serissimo problema. Un problema che è suo. Che pre-esiste all’euro. Che si è aggravato ulteriormente in questi anni, non per colpa dell’euro. E che di conseguenza va affrontato comunque, qualunque cosa avvenga dei vincoli esterni, monetari e politici. 

Prima di arrivare al punto, cioè a che conseguenze tirarne per l’Italia, a passo di carica vediamo di riepilogare gli otto più triti luoghi comuni sull’eurocrisi che sono infondati. A nostro modo di vedere, s’intende.

Mito numero uno: la colpa è dei tedeschi
Non è così. Per dire: il parlamento italiano approvò il trattato di Maastricht in undici minuti. Sì, avete letto bene. Noi siamo tra quelli che pensano che l’Italia si riempia la bocca di euroconvinzioni, tranne non esaminare quasi mai ex ante effetti e conseguenze da tirarne. Non è neanche storicamente vero che la Germania abbia serrato i tempi per l’euro, al fine di avvantaggiarsi di una moneta più deprezzata sui mercati del marco e dunque più favorevole al suo export. Parigi e Mitterrand strinsero i tempi, convinti che bisognasse legare Berlino a una prospettiva continentale mentre erano ancora ben aperti e sanguinanti effetti e costi della sua riunificazione, prima cioè che la Germania tornasse a voler seguire – più forte e più ampia – una propria Machtpolitik. È diventato luogo comune, dall’esplosione della crisi greca in avanti, cioè da due anni e mezzo a questa parte, affastellare dati e letture degli andamenti economici favorevoli alla tesi secondo cui Berlino ha guadagnato più di tutti, dall’euro com’è, cioè non cooperativo. Una delle più rilevanti tra queste “prove diaboliche” consisterebbe nell’avanzo di bilancia dei pagamenti registrato dalla Germania nell’eurodecennio. Mentre complessivamente nel decennio precedente la Germania era in deficit di parte corrente complessivo per quasi 200 miliardi di dollari, ecco che nell’eurodecennio l’attivo di parte corrente diventa di quasi 2 trilioni di dollari, cioè di quasi 200 miliardi l’anno. Più o meno esattamente pari al totale della posizione negativa di parte corrente cumulata nel decennio da tutti gli altri euromembri. È un dato a effetto, perché i suoi sbandieratori dimenticano di dirvi che fino a due anni fa l’attivo germanico nella bilancia dei pagamenti era pressoché integralmente costituito dal suo attivo nella bilancia commerciale, per via di un export ben superiore al 40% del Pil tedesco. Solo nel 2011 e 2012, aprendosi gli eurospread a forbice tra eurodeboli ed euroforti, una componente sempre più rilevante dell’attivo tedesco corrente è stata rappresentata dal flight to quality nei flussi di capitale, cioè dal fatto che disintermediando debito sovrano eurodebole i mercati sono corsi a sottoscrivere a rendimenti negativi i titoli pubblici tedeschi, e in misura minore corporate bond privati. Peraltro, chi alimenta il mito antitedesco dimentica che i flussi verso la Germania che passano dagli intermediari bancari configurano claims della Bundesbank verso le altre banche centrali “deboli” dell’eurosistema, mentre scrivo per quasi 700 miliardi di euro.  In altre parole: la Germania non è affatto svincolata da danni molto seri, in caso di default di eurodeboli, sovrani e bancari che siano. Certo, ce la si può sempre prendere per il fatto che i tedeschi vorrebbero un’euroarea sul loro modello. Si possono incolonnare pagine e geremiadi sul fatto che noi siamo latini e mediterranei, incapaci di ordine e precisione. Ma oltre una certa misura sono bubbole, antropologismi di maniera. Se i tedeschi  preferiscono che anche gli altri paesi europei taglino 6 punti di spesa pubblica e tasse, come hanno fatto negli anni Duemila prima dell’eurocrisi, per alzare il reddito e la produttività nazionale e soprattutto delle sue aree meno avanzate, e rafforzando manifattura ed export attraverso una rivoluzione della produttività e moderazione salariale come hanno fatto grandi aziende e Mittelstand germanico, ebbene viva i tedeschi. Hanno ragione loro, ci spiace per chi da noi innalza l’emblema di pizza, paella e moussakà. Tra i difensori della specificità latina molti, alcuni in buona fede ma i più no, vogliono solo difendere i deficit pubblici. Da noi, a campare di spesa pubblica e di Stato tassicodipendente non è certo solo la Casta.          

Mito numero due: basta stampare moneta, dateci una Bce come la Fed 
È la frottola che andava per la maggiore nel 2011. Molti politici e commentatori italiani l’hanno predicata. Tecnicamente, è una fesseria ancor più grave della numero uno. L’argomento antitedesco almeno si basa su un mezzo punto di verità: è ovvio che l’export tedesco si sia avvalso a proprio vantaggio della ragione di scambio monetaria di un euro meno apprezzato di quanto sarebbe stato il suo marco (ma anche qui: a dirlo sono poi quasi sempre coloro che lamentavano e lamentano che l’euro valesse troppo sul dollaro, fino a 1,40 rispetto a meno di 1 al suo nascere e nei minimi. Il che significa poi che in Bce la Bundesbank non ha di fatto consentito la politica della moneta facile, cosa che smonta l’accusa opposta se i tedeschi avessero pensato solo a massimizzare il proprio esclusivo vantaggio). Chi vuole una Bce che diventi automaticamente una Fed può essere un banale e ignorante semplificatore, e per carità allora bisogna scusarlo. Perché ovviamente non si può pretendere che tutti o la maggior parte abbiano dato un esame di politica monetaria. Ma tra coloro che lo sostengono con titoli e curricula ineccepibili, i casi sono due. O hanno dimenticato che la separazione tra Bce e debiti sovrani degli euromembri, debiti che restavano nazionali, è figlia obbligata di una costruzione per la quale i mercati sottostanti dei beni, dei servizi e del lavoro restavano nazionalmente separati – a differenza degli Stati Uniti, appunto – talché solo la disciplina a livello nazionale degli euromembri poteva sostituire al naturale principio dei vasi comunicanti l’artificioso – in quanto deciso da incentivi politici, che avrebbero dovuto essere più decisi e costanti per gli eurodeboli – convergere verso produttività ed efficienza dell’economia pubblica e privata. Oppure, se ricordano e condividono tutto questo, vuol dire che non paghi dell’errore ormai evidente di una costruzione europea che procede attraverso fughe disordinate in avanti e senza intendenza al seguito, desiderano farne un’altra: desiderano cioè una Bce sul vecchio modello Bankitalia pre-divorzio dal Tesoro, quella che ancora sotto Guido Carli dichiarava “sedizioso” non monetizzare il debito pubblico deciso e fatto dalla politica. Una politica monetaria premiante l’azzardo morale non significa volere l’Europa. O almeno, significa volere un’Europa sul modello dell’Impero Romano d’Oriente, in perenne svalutazione del titolo delle sue monete. In effetti, a casa nostra molti rimpiangono l’Italietta che da metà anni Sessanta seguì quella strada. Noi no, però. Noi no.

Mito numero tre: è solo un complotto della grande finanza e delle grandi banche mondiali, restituiamo alla politica il potere di  battere moneta
È a tutti gli effetti una variante del mito numero due. Con l’aggravante di avere molti seguaci nel Web, al traino di teorie complottiste che amplificano la cosiddetta Modern money theory (Mmt) in maniera simile a come Giacobbo dice degli egizi che verrebbero dalla cintura di Orione.  Non è il caso qui di diffondersi in dettagli tecnici.  La Mmt ha seguaci eterodossi negli Usa, a esser precisi praticamente nella sola Università del Missouri, e si fonda su sviluppi che i suoi teorici ritengono – a torto – derivati da Keynes. Diciamo allora  solo che la Mmt estremizza come definizione di moneta la sola accezione post tallone aureo della fiat money, artificiale e sintetica, non convertibile e senza cambi fissi, il cui unico valore è quello attribuito dai governi che possono stamparla dal nulla senza alcun costo, e il cui corso è garantito dal fatto che i governi obbligano i loro cittadini a pagare le tasse in quella moneta lì e non in un’altra. Da tale definizione generale della moneta i sostenitori della teoria fanno discendere che il deficit pubblico è in realtà risparmio privato netto. Proprio così: maggiore il deficit pubblico, maggiore l’arricchimento del risparmio nazionale. Inutile tentare di smentire questa sciocchezza colossale, perché i seguaci della Mmt ti respingono affermando che non capisci nulla della moneta moderna. Poi, un altro passaggio: a battere moneta oggi non sono i governi e gli Stati, ma le banche private impadronitesi delle banche centrali e che lucrano su signoraggi degni del Sacro Graal. Inutile obiettare loro che le banche private per esempio azioniste di Bankitalia sono tali perché sono gli stessi istituti un tempo di Stato, e che una volta privatizzati pur rimanendo azionisti di via Nazionale dallo Statuto Bankitalia sono stati sterilizzati sulla governance della banca centrale, il loro ruolo nell’indirizzo della banca è nullo e la loro attribuzione di quote utili del tutto simbolica, perché il più va a riserva e il resto se lo pappa lo Stato proprio a conferma che la banca centrale è pubblica. Se e quando avanzate tali banali osservazioni, i complottisti maniaci del signoraggio depredato dalle banche private ti replicano urlando che allora devi infallibilmente essere un servo delle banche. Ergo, la loro conclusione finale: restituiamo agli Stati la facoltà di creare ad libitum moneta artificiale, ed ecco che potranno e anzi dovranno produrre deficit pubblici crescenti, perché questa è la vera ricchezza. Mentre chi argomenta dell’insostenibilità finanziaria dei debiti pubblici crescenti dimentica naturalmente, nella visione degli Mmt all’italiana, che ciò si deve solo agli interessi famelici pagati alle banche private detentrici dei titoli: basta nazionalizzare il mercato del debito, attraverso una bella repressione fiscale che spieghiamo tra poco, ed ecco che il problema scompare. Non è un caso che i sostenitori di consimili sciocchezze vadano per la maggiore in alcune trasmissioni televisive condotte da guru della sinistra, passata, presente e futura. Il pastrocchio antibancario e antiprivato non si riesce mai a spiegarlo nel dettaglio tecnico che non sta in piedi, visto che risparmio meno investimenti non equivale affatto a spesa pubblica meno tasse cioè al deficit pubblico, l’identità centrale per la Mmt. Ma nei suoi termini generali e nelle conseguenze che invoca la bislacca teoria suona terribilmente sexy alle orecchie  dei collettivisti-dirigisti, orfani dei vermigli vessilli, e anche a parecchi scassa-bilancio pubblico a fini di consenso elettorale. Vedere Paul Barnard e Silvio Berlusconi andare a braccetto è uno spasso tremendo, dal punto di vista della comicità. Ma che pena, dal punto di vista intellettuale.

Mito numero quattro: è solo un grave errore dei governi, la mancata crescita è il problema, e il deficit pubblico serve anche a doppia cifra, pur di sostenerla, perché il nostro debito italiano è sostenibilissimo.
La versione di Krugman, ovverosia dell’estremismo keynesiano. Se fosse vero tutto quello che instancabilmente Krugman scrive ogni giorno ed è ampiamente ormai ripreso in tutto il globo, mondialmente il paese della crescita ideale dovrebbe essere l’Italia. Deficit pubblico a go go per decenni, e debito pubblico al 120% del Pil e anche oltre. Naturalmente, però, non è affatto così. Siamo il peggior paese avanzato come output potenziale, in calo graduale ma sempre più accentuato da trent’anni e passa. Guarda caso proprio perché lo Stato succhia per sé risorse in maniera crescente. Se pensate all’Italia di vent’anni fa e all’Italia di oggi, il prodotto procapite è cresciuto del 9%. Di poco, rispetto a tanti altri paesi avanzati, ma è cresciuto. Eppure il reddito procapite è peggiorato, è sceso del 4%. Dove sono andati a finire, quei 13 punti percentuali che mancano nelle tasche degli italiani, tra aumento del prodotto e calo del reddito? In parte minima all’estero, per via delle rimesse degli emigrati. In parte comunque ridotta alle multinazionali estere presenti in Italia, o alle imprese italiane internazionalizzate che hanno investito fuori confine. L’impresa italiana in generale non ha però migliorato la sua quota di reddito, come avveniva a scapito del reddito dipendente negli anni Ottanta e primi anni Novanta: anzi la redditività d'impresa è in forte discesa insieme ai margini negli ultimi anni. La verità amara  è che il più di quei 13 punti di differenza tra prodotto e reddito degli italiani se li è pappati il signor Stato. Più risorse per pagare una spesa corrente pubblica in perenne crescita, attualmente oltre il 50% del Pil e cioè oltre il 60% del Pil legale di chi le tasse le paga. Con una pressione fiscale che è al 45% sul Pil ufficiale cioè al 54% sul Pil legale, e con entrate pubbliche complessive quasi al 49% del Pil ufficiale, cioè al 57,8% del Pil legale. 
I sostenitori di questa tesi vantano un’estesa panoplia di argomenti a cui ricorrono per puntellarla. La repressione fiscale, oppure il Dil al posto del Pil come denominatore al quale rapportare il debito pubblico. 
I fautori della repressione fiscale indicano l’esempio del Giappone. Vedete quanto sbagliate cari rigoristi, dicono, il Sol Levante ha un debito pubblico doppio sul proprio Pil rispetto a quello italiano, eppure paga interessi miseri ed è al riparo dalla volatilità estrema dei vostri eurospread. Basta semplicemente accentrare nelle mani di investitori e risparmiatori domestici asintoticamente il più del debito pubblico, ed ecco che, venendo meno la componente detenuta da fondi, operatori e risparmiatori stranieri, viene meno la volatilità diretta dei rendimenti e inversa dei prezzi nominali dei titoli pubblici. I teorici della repressione fiscale dimenticano però le conseguenze di tale prassi nipponica: vent’anni di stagnazione per quel paese, la fine di ogni sogno di scalare le vette della manifattura mondiale. È vero che alla stagnazione concorre anche la spaventosa curva demografica giapponese (l’altro vero incubo che grava anche sul futuro italiano, oltre al debito pubblico). Ma più un elevato debito pubblico è concentrato in mani nazionali, più temibile diventa l’effetto di crowding out sul risparmio e gli investimenti domestici. Basta vedere che cosa sta accadendo in Italia negli ultimi quattro mesi. Da quando le aste straordinarie di liquidità a bassa qualità del collaterale e tassi d’interesse triennali e negativi hanno garantito alle banche italiane un quarto dei 1,1 trilioni di euro complessivamente erogati  dalla Bce agli istituti europei, la Banca d’Italia ha gentilmente ma fermamente pregato le banche italiane di riprendere a comprare titoli del debito pubblico. È avvenuto al ritmo di oltre 30 miliardi di euro al mese, e l’effetto è stato che, dovendo anche coprire le proprie obbligazioni in scadenza per massicci quantitativi, le banche non possono che stringere il credito riservato a famiglie e imprese. In altre parole: la repressione fiscale è il metodo attraverso il quale la politica “obbliga” i contribuenti all’esproprio di una parte crescente dei propri redditi.
L’argomento del Dil – l’acronimo sta per Debito interno lordo - è apparentemente diverso, ma la fine in cui può esitare è per molti versi analoga. La tesi fonda le sue basi sulla convinzione che sia sbagliato e improprio, rapportare il solo debito pubblico al Pil. Bisogna considerare ai fini della solvibilità complessiva anche il debito privato, la somma di quello delle famiglie e delle imprese (esclusi gli intermediari finanziari). Le famiglie italiane possiedono una ricchezza finanziaria netta pari al 175% del Pil, rispetto a una media eurozona del 132%. E la somma di debiti delle famiglie e imprese non finanziarie a fine 2010 era pari al 126% del Pil, rispetto al 212% del Regno Unito, e a oltre il 300% di Portogallo e Irlanda. Poiché il debito sul Pil delle famiglie italiane è il più basso tra i paesi avanzati, ecco che la somma di debito pubblico e privato italiano al 2010 ammontava a 248 punti di Pil, cioè pochissimo sopra i 243 della Germania, decine di punti in meno della Francia e addirittura centinaia in meno rispetto a Stati Uniti, Regno Unito e Giappone. Ergo: rassicuratevi ragazzi, il debito pubblico italiano tra i paesi avanzati è il più sostenibile  insieme a quello tedesco. Naturalmente, la conseguenza che di solito non viene dichiarata è che un simile esercizio postula che per diminuire il debito pubblico quando esso è stabilmente ingente da decenni, come nel nostro caso, si debba pescare anche per questo – non solo nel conto economico pubblico cioè sui redditi, con alte tasse per sostenere l’alta spesa corrente – nel patrimonio in tasca agli italiani. Possiamo benissimo sostenere una patrimoniale privata pari ad almeno 25 punti di Pil, nell’ordine di 400 miliardi di euro, ha scritto Marco Fortis. Eccome no. Significherebbe chiedere più di 30 mila euro a testa a tutti gli italiani che hanno ricchezza mobiliare e immobiliare (nota) superiore ai 100 mila euro. Ricchi? Non direi, visto che sono il 62% degli italiani.

Mito numero cinque: è solo un errore di parametri, quelli di Maastricht ieri, quelli del fiscal compact oggi, basta cambiarli e non impiccarsi alle cifre partorite dall’Europa delle tecnocrazie
L’argomento ha un suo fondamento tecnico, ma cela una trappola evidente. 
Il fondamento tecnico sta nella relativa arbitrarietà di quel 3% di deficit pubblico e del 60% di debito pubblico che, insieme a un’inflazione verso il 2%, furono posti come criteri di convergenza a Maastricht. Lo stesso si potrebbe dire per il meccanismo di rientro di almeno un ventesimo annuo per la quota eccedente di debito pubblico oltre il 60% e per l’azzeramento tendenziale a breve del deficit pubblico posti nel fiscal compact. C’è una ricchissima letteratura di proposte alternative. Chi propone che per esempio il debito pubblico di convergenza sia calcolato sulla posizione netta finanziaria sull’estero o almeno comprendendola – e l’Italia ci guadagnerebbe molto, perché la nostra Pfne è negativa per 25 punti di Pil, rispetto a quattro volte tanto di Spagna, Grecia Portogallo e Irlanda. Chi sostiene che dal deficit occorre levare la quota destinata a investimenti pubblici. Chi si lambicca sul fatto che le correzioni automatiche anticicliche all’azzeramento del deficit devono essere maggiori per quei paesi a maggior esposizione netta finanziaria negativa sull’estero. E via via arrampicandosi sulla fantasia fai-da-te dei parametristi più scatenati. Naturalmente, ogni criterio tecnico ex ante di convergenza può risultare più o meno arbitrario. Nei 22 giorni del luglio 1944 in cui i rappresentanti dei 44 paesi alleati posero le basi del nuovo ordine economico mondiale postbellico, la stanza di compensazione proposta per ciascun paese da Keynes per regolare la differenza tra saldi attivi e negativi di parte corrente in bancor era certo più cervellotica della proposta che invece passò, quella americana di Harry Dexter White. Ma anche allora il confronto vero non fu tra l’arbitraria cervelloticità dei criteri proposti, bensì sulla visione politica che le due proposte esprimevano. Keynes era per monete fluttuanti ancorate a una supermoneta virtuale – il bancor – che servisse anche ad abbattere l’instabilità dei mercati mondiali e ad equilibrare nel tempo chi esportava poco. Il suo mondo ideale, tramontato l’Impero britannico, non contemplava il tallone neoimperiale dollaro-aureo. Al contrario il piano White era l’esatto opposto. L’America ha vinto, i cambi saranno fissi, agganciati al dollaro, agganciato a sua volta all’oro: semplice e lineare, fu questa l’ossatura del mondo fino all’inconvertibilità aurea del biglietto verde, con Nixon. Analogamente, il problema vero dei parametri di convergenza europei non è quello dell’arbitrarietà tecnica (per esempio i tetti di Maastricht concepiscono un mondo a crescita reale del 2-3% annuo facilmente attingibile per la media europea, un sogno rivelatosi irreale), bensì quello politico. Nella maggioranza degli euro membri nessuno ha mai preso sul serio quel limite al 60% del debito pubblico: né la politica, né le classi dirigenti, né gli elettori. È dalla seconda fase dell’unione monetaria – che ha preceduto la nascita dell’euro – che l’orizzonte disegnato dagli accordi tecnici individuava nel futuro dell’Europa Stati molto più leggeri, e capaci di una drastica correzione del proprio eccesso di debito ammazza-crescita. Eppure, in pochi anzi pochissimi si sono comportati di conseguenza. Nel 2002, l’intermediazione del bilancio pubblico italiano – la somma del totale delle entrate e delle spese pubbliche – era al 91,1% del Pil ufficiale. Nel 2012, pur avendo registrato l’Italia i deficit pubblici più contenuti nella crisi dopo quelli tedeschi, l’intermediazione pubblica sale al 98,7%. In Germania negli stessi anni è scesa, non salita. Stava dieci anni a una cifra superiore a quella italiana, il 92%. Ora sta sotto quota 90. Gli Stati Uniti, per guardare fuori dall’eurorecinto, con tutto il maxideficit pubblico a doppia cifra di Obama in questi anni, stavano a quota 67,9% nel 2002, e sono solo a quota 72,4% nel 2012. Il punto vero dunque non è la lunarità dei criteri di euroconvergenza, ma la politica che ha creduto di aggirarli sempre in nome della difesa del cosiddetto “modello sociale europeo”. Ripeto sempre: non è questione dei deficit aggiuntivi resi obbligati dalla crisi degli ultimi 4 anni, perché quando la Francia e la stessa Germania si trovarono a infrangere i tetti e naturalmente ottennero che non si avviassero nei loro confronti le procedure d’infrazione, la crisi mondiale non c’era e non c’entrava. 

Mito numero sei: tutto quello che volete voi, ma la colpa è delle banche, e i salvataggi pubblici sono solo riservati a loro
L’argomento antibancario in Italia si sposa poi con un singolare mantra del nostro dibattito pubblico: la rapinosità e i guai verrebbero infatti solo dalle grandi banche altrui, le nostre sarebbero sanissime. Distinguiamo, perché su questo solo tema ci sarebbe da scrivere libri. L’euroarea ha – tra gli altri – un difetto di fondo. Ha assimilato i mercati dei beni e dei servizi – che restano separati per normative vigilanze e specifiche tecniche, al di là dell’abolizione dei dazi interni – all’attività bancaria. Le banche sono così rimaste ancorate a una faticosa condivisione di criteri patrimoniali più o meno comuni – le cornici Bri di Basilea I, II e III, sulle quali la penso esattamente come troverete qui detto da Foglia, e cioè l’opposto di quel che si ripete solitamente: il patrimonio obbligatorio è ancora troppo basso, non troppo alto. Ma tutto questo avviene ancora nell’ambito di vigilanze e criteri di salvataggio rigorosamente nazionali, non comunitari. La Bce ha fatto solo da cappello, in realtà sono state le vecchie banche centrali nazionali a decidere – a stretto contatto coi rispettivi governi – se, quando e come far intervenire il capitale pubblico nei tanti casi Dexia avvenuti in questi anni in Europa, e assai più nell’Europa forte che in quella debole. L’esempio di Dexia è che naturalmente i regolatori nazionali, assai spesso troppo vicini alla politica, sono intervenuti tardi e male, sottovalutando i reali guai annidati in pacchi di miliardi di asset illiquidi negli attivi bancari. Tanto che in Dexia sono appunto dovuti intervenire due volte in tre anni. Una delle vere ragioni quasi mai dichiarata per la quale l’euro è nato a sistemi bancari separati è che quello tedesco è – non molti lo ricordano – tra i più pubblici di tutti. La Spagna, con le sue casse di risparmio di fatto pubbliche e intrise di politica nella governance, di fatto ha un 54% del mercato del credito che è pubblico di fatto. Ma subito dopo di lei, ancor oggi 47 banche tedesche sono a controllo pubblico, e un quarto dell’intero mercato del credito è in mano allo Stato.
In ogni caso, se l’euro deve restare e/o resterà in piedi per davvero, allora non ha senso continuare a evitare l’abbozzo almeno di una vera e propria unione bancaria, con un centinaio di grandi banche continentali sottoposte a regole comuni di vigilanza e criteri analoghi di eventuale salvataggio. Su questo Mario Draghi ha ragione, e in poche settimane ha preparato le bozze di misure che dovranno essere esaminate al Consiglio europeo di fine giugno 2012. Non sono così sicuro che ai governi nazionali piaccia davvero perdere il grip sulle banche dei rispettivi paesi. Ma se davvero intendono incalzare i tedeschi sulla federalizzazione del debito, allora i governi devono approvare al volo l’unione bancaria. Era un passo da decidere a attuare immediatamente dopo il crac Lehman. Invece l’averlo rinviato continua a confondere le acque, e come si vede anche per Efef ed Esm l’intervento bancario d’emergenza in Spagna precede quello a favore degli Stati e insieme, agli occhi dei mercati, lo preannuncia come una campana a morto. 
Le indignazioni popolari (“salvano le banche mentre a noi chiedono il sangue”) hanno un solo apprezzabile fondamento. Non nel senso però voluto dai Grillo e dai nazionalizzatori di banche, che perennemente risorgono spiegando ai cittadini che per salvarle basta nazionalizzarle nummo uno, diventano del popolo e avanti via come prima. Cosa che ovviamente è pura finzione, visto che una banca per funzionare la puoi anche nazionalizzare a costo zero ma va poi ricapitalizzata, per farla funzionare. La fondatezza della protesta non sta nemmeno nel salvataggio di banche preferito al salvare attività di economia reale, perché questa reazione si fonda su ignoranza o disconoscimento che banca e finanza sono il sistema nervoso dell’economia e che in loro assenza l’intero sistema si accascia.  Il fondamento della protesta sta invece nel criterio che troppo spesso in Europa – e non solo, anche negli USA – è stato seguito nei salvataggi bancari. La regola anti-azzardo morale nel credito prevede che in caso di banche a rischio il fallimento non vada evitato a tutti i costi, come ripetono scioccamente in troppi, anzi debba accadere. Semplicemente si tratta di tutelare i depositanti, entro una certa misura gli obbligazionisti – ripeto: solo entro una certa misura e proporzione – ma per il resto lasciando che gli azionisti incorporino il danno che è sanzione al loro azzardo. Invece, nella prassi, i regolatori tengono la coda agli azionisti. Per rimanere a casa nostra, quando l’Eba ha chiesto ad alcune delle nostre maggiori banche di ricapitalizzare, in realtà l’unica ad aver ricapitalizzato sul serio è stata Unicredit – che oggi vale meno del totale degli aumenti di capitale degli ultimi tre anni. Mentre per le altre la stessa Banca d’Italia è stata troppo morbida, regalando centinaia di punti base di coefficienti patrimoniali con artifici contabili nei modelli di valutazione interni bancari degli asset a rischio, e tenendo per manina la Fondazione Montepaschi dopo aver sottovalutato per troppi anni la gracilità crescente della banca senese. Naturalmente, i giornali e i media italiani sul sistema bancario italiano scivolano come sul ghiaccio. Preferiscono parlar male a palle incatenate delle malvagie e famigerate banche americane e anglosassoni, e dei mitici consessi segreti di banchieri e finanzieri al Bilderberg. Sulle maleparate e malversazioni di istituti italiani che restano troppo vicini alle fondazioni bancarie parapolitiche, su quello è meglio tacere. Ripetendo alla noia che il sistema bancario italiano è sano. Sano un piffero, dico io. La sua redditività di sistema in questo 2012 è negativa, dopo aver toccato lo zero a fine 2011. Il suo cost/income veleggia verso il 70%, un’enormità: vi ricordo che avevamo meno di 18 mila filiali bancarie in Italia 20 anni fa, e che ora sono quasi 34 mila. In altre parole, abbiamo circa 100 mila bancari di troppo nel nostro paese, se adottassimo un modello avanzato di internet banking e cross selling di prodotti per esempio all’olandese, perché meno costi fissi sono più margine per la banca ma anche meno oneri e più retrocessione di utili al cliente.  

Mito numero sette: con l’euro ci abbiamo solo perso, è stata una fregatura
Popolarissimo mantra innanzitutto tra gli italiani di una certa età, diciamo nostalgici per curva attesa di vita. Ma non solo tra loro. È la coda lunga del trauma da alta soglia di cambio, perché quella quota 1.936 pattuita da Ciampi è rimasta impressa nella memoria di molti come una solenne fregatura, condita di sospetti sui profittatori di Stato e delle catene distributive, e di lamentazioni sul troppo breve lasso di tempo a doppio prezzo obbligatorio. I fenomeni di presa di profitto ci sono a ogni cambio valutario. Ma gli italiani su questo punto addossano in media all’euro due fenomeni che con l’euro non c’entrano. Il primo è la perdita di reddito. Come abbiamo già visto, il fenomeno è reale, il reddito degli italiani è diminuito. Persino più di come sia andata la produttività. Ma ad aver causato il fenomeno è lo Stato con le sue pretese, non l’euro. Il secondo fenomeno del quale un bel po’ di italiani sono nostalgici è la svalutazione monetaria, a loro giudizio l’unica vera valvola di compensazione per un paese che è strutturalmente troppo debole per la modernità e le sue dure e spietate regole di competizione. Chi abbraccia questo partito teorizza l’estraneità italiana al novero dei paesi avanzati. È invece appena il caso di ricordare che l’euro ha enormemente avvantaggiato gli eurodeboli e l’Italia. In media, sono stati per noi 7 punti di Pil l’anno di minori interessi sul debito pubblico, prima che lo spread dall’estate 2001 esplodesse. Punti e punti di Pil che abbiamo tradotto in aumento della spesa pubblica corrente, invece che in meno tasse e più investimenti. E per il secondo paese esportatore manifatturiero dell’Unione, operare a moneta unificata nel più grande mercato di consumo mondiale – l’Europa è ancora questo, non per molto – è stato un grande vantaggio per moltissime imprese. Tanto è vero che su questo Confindustruia e Bdi, la sua sorella tedesca, la pensano esattamente allo stesso modo. Per la maggior parte delle 190 mila imprese italiane – un quarto piccolissime, il resto comunque piccole – che esportano, è essenziale poter stare in filiere i cui scambi interni sono denominati in un’unica moneta. 

Mito numero otto: usciamo dall’euro, torniamo alla liretta e tutto va a posto
Collegato e conseguente al precedente. Ma non sempre. C’è tutta una genìa di economisti cresciuti nel mondo delle Partecipazioni statali e consulenti ai ministeri gestiti da democristiani e socialisti, che dopo aver creduto più o meno sinceramente nell’euroideale, nel tempo ha cambiato idea. Speravano con ogni probabilità che l’euro fosse la moneta di un’Europa in cui democristiani e socialisti fossero come gli italiani, a gara a chi spendeva e spandeva di più. L’Europa del rigore fa a pugni col keynesismo un po’ straccione di chi anche sul Corriere della sera non fa che ripetere che le privatizzazioni sono state un furto, e che lo Stato proprietario e imprenditore e pianificatore era meglio, mille volte meglio. Il ritorno alla liretta, e una botta del 40-50% di svalutazione da incorporare come illusorio vantaggio nelle ragioni di scambio monetarie, per loro è il carburante di un consenso che vorrebbero tornasse allo Stato, alla Politica con la “P” maiuscola, come ripetono sempre, non a questa sua pallida larva attuale, spodestata da economia  e finanza.    
Naturalmente, i sostenitori del mito numero otto tendono a nascondere con una certa cura che, nel passaggio dall’euro a una divisa nazionale che valesse da meno di un terzo alla metà, la ridenominazione di attività e passività incrociate sull’estero porterebbe a fallimenti a raffica, oltre alla grande strage di potere d’acquisto che partirebbe con un’inflazione a doppia cifra. L’inflazione è da sempre amica dei grandi indebitati, in quanto abbatte il valore reale della loro esposizione. Ergo,il maggior beneficiato di tutto ciò sarebbe il più grande debitore: ancora una volta lui, il nostro nemico numero uno della crescita italiana, lo Stato. Con tanti saluti ad anni di chiacchiere sulla capacità del sistema italiano di investire e razionalizzarsi su maggior valore aggiunto, proprio perché era finita l’illusione del circuito vizioso svalutazione-inflazione.

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Mi fermo qui. Potrei arrivare a dieci, a venti, a trenta. Ma otto posson bastare. Perché? Per scaramanzia, ma non solo. Un mio amico che muove denaro a Londra mi ha fatto notare che sono occorsi solo 10 giorni da quando lo spread decennale spagnolo ha superato quota 500, perché la Spagna ottenesse aiuti d’emergenza. Ne erano passati 16, per Atene. Per Dublino, 24. Per Lisbona, 34. In altre parole, più l’eurocrisi avanzava, più in proporzione al peso dell’eurodebole la finestra temporale oltre quota 500 di spread si stringe, prima di sboccare in aiuti. L’Italia pesa il 19% dell’euroarea, rispetto al 13% spagnolo e al 3% scarso greco. Il mio amico dice che 8 giorni oltre quota 500 e siamo “aiutati” anche noi italiani. Ora capite perché Monti ha le scatole che gli girano, e quell’aria accigliata dopo aver detto per cinque mesi che lui i compiti li aveva fatto tutti. Macché. 
Non sono tra coloro che credono che l’euro sia un bene assoluto: se i mercati restano separati e non possono funzionare come vasi comunicanti delle curve di costo e produttività, l’euro non può e anzi non deve reggere, e le chiacchiere dei politici sugli spiriti del tempo non mi convinceranno mai del contrario.
Non sono tra coloro che pensano che l’europolitica abbia capito, perché immagino solo che gli eurodeboli vogliano ora scontare condizioni migliori per il loro rientro di finanza pubblica, usando la minaccia dello tsunami che l’eurobreaking eserciterebbe sul resto del mondo.
Non sono infine tra coloro che pensano che l’Italia abbia fatto i suoi compiti a casa. Anzi sono molto deluso dal governo attuale, che pure nel piccolo ho contribuito a legittimare di fronte a centinaia di migliaia di ascoltatori ogni giorno, prima della sua nascita e ai suoi primi atti.
L’Italia deve abbattere il suo mostruoso debito pubblico dismettendo patrimonio pubblico, per diverse decine di punti di Pil. Non picchiando nelle tasche degli italiani.
E deve tagliare in 3 anni di impegno pancia a terra 6-7 punti di Pil di spesa corrente improduttiva, da tradurre a parità di saldi pubblici in abbattimenti fiscali per lavoro e impresa.
Questa è l’unica via maestra, per un’Italia europea e occidentale. Ci sia l’euro, oppure no.