Nicola Rossi
Rassegna stampa
Se il Sud muore (di troppi aiuti)
Un pamphlet segnala la totale inefficacia delle politiche di sviluppo territoriale

Se si vuole un esempio del fossato che spesso divide la decisione politica dalla conoscenza scientifica, le politiche per lo sviluppo territoriale sono non solo un esempio precoce, ma anche, con ogni probabilità, il caso più eclatante. E non da oggi. Non so se siano riscontrabili molti altri casi di scelte di politica economica assunte, realizzate, ribadite, prorogate per decenni (ormai quasi tre) nel più assoluto disprezzo della evidenza che si è andata via via accumulando circa la loro fallimentare natura. Non so se siano individuabili casi altrettanto significativi di sperpero - pervicace e ripetuto - di fondi pubblici in contesti che avrebbero, invece richiesto, un utilizzo attento ed oculato di ogni risorsa.

Da questo punto di vista, il pamphlet di Antonio Accetturo e Guido De Blasio («Morire di aiuti», Ibl Libri) è financo impietoso nel segnalare la inefficacia delle politiche di sviluppo territoriale. Non uno degli strumenti messi in campo dalla politica regionale dell'ultimo quarto di secolo viene in qualche senso ed in qualche misura risparmiato. Non certo gli incentivi alle imprese disciplinati dalla legge 488 del 1992 la cui efficacia sarebbe «stata modesta». Non i contratti di programma nati nel 1986 che avrebbero «funzionato poco». Non, poi, i patti territoriali che non avrebbero «avuto nessun effetto». Non, ancora, i contratti d'area che «non sembra abbiano granché funzionato». Non i programmi operativi regionali finanziati attraverso i cosiddetti fondi strutturali il cui impatto sarebbe stato «debole e molto vicino allo zero».
E nemmeno le politiche per l'innovazione solitamente note come smart specialization strategies (inutili, se non nocive) o le politiche di rigenerazione urbana (il cui unico effetto di rilievo sarebbe stato l'aumento dei prezzi delle abitazioni). E quando qualche risultato sembra fare capolino qui o là finisce per essere solo un risultato di carattere temporaneo.

E se scarseggiano i risultati economici (in termini di crescita, produttività e occupazione), non mancano risultati non altrettanto desiderabili. I trasferimenti finanziari legati all'Obiettivo 1 contribuirebbero a rendere più debole la fiducia e la cooperazione fra i singoli. Gli incentivi concessi dalla legge 488 del 1992 tenderebbero a mostrare una significativa contiguità con la presenza mafiosa così come i fondi strutturali sembrerebbero spesso e volentieri associabili ai fenomeni di corruzione. Insomma, un disastro di rara potenza.

Si dirà che «le politiche di sostegno possono generare dipendenza» e che finiscono per creare le loro constituency il cui unico obbiettivo diventa il perpetuare quelle stesse politiche, per quanto inutili o addirittura dannose. E sarebbe una osservazione fondata. È emblematico, in questo senso, il caso della burocrazia nata, cresciuta e consolidatasi a livello nazionale intorno alle politiche per lo sviluppo del territorio. Segnatamente il Dipartimento delle politiche di coesione, cui (per non farsi mancare nulla) si è aggiunta (aggiunta, non sostituita) nel 2014 l'Agenzia per la coesione territoriale. A quel Dipartimento e a quella Agenzia - ormai protagonisti indiscussi e non disinteressati dello sfacelo delle politiche per lo sviluppo territoriale - corre immediatamente il pensiero quando si legge che mancano i custodi nei musei, i cancellieri nei tribunali, i bidelli nelle scuole.

Certo, è difficile negare che l'effetto degli aiuti sull'attività economica è «condizionato dalla qualità delle istituzioni locali» e non si può escludere che territori caratterizzati da istituzioni salde ed efficienti siano in grado, per così dire, di cavar sangue dalla rapa delle politiche per lo sviluppo territoriale. Ma nel momento in cui si fa questa banale constatazione emerge con tutta evidenza la «dolce follia» che ha contraddistinto quelle politiche nell'ultimo quarto di secolo. L'aver trascurato come nessuna persona di buon senso avrebbe mai fatto le condizioni iniziali prevalenti in molte aree del paese. E, di conseguenza, l'aver determinato l'avvio di un circolo vizioso da cui sarà a questo punto molto difficile uscire in tempi brevi. Ciò nonostante, si sono costruite carriere sulla risibile pretesa di costruire dal nulla istituzioni efficienti e bene ordinate con la conseguenza di far sprofondare il Mezzogiorno in una condizione - economica, sociale e culturale - che tenderà purtroppo a protrarsi, aggravandosi, nel tempo.

Si potrebbe comunque concludere, con un po' di ottimismo, che quel che è avvenuto è la conseguenza di una politica fatta «per tentativi», da sostituire quanto prima con una politica scientificamente basata, in grado di valutare gli effetti delle scelte disponibili e di selezionare le soluzioni in grado di massimizzare il benessere di una comunità. Mi permetto, sommessamente, di dubitare e di dissentire. Di dubitare che sia possibile un disegno puntuale, scientificamente fondato, compiuto in ogni suo aspetto di molte politiche pubbliche. L'idea che il fine tuning sia una pia illusione non mi sembra si possa confinare al campo delle politiche macroeconomiche. E di dissentire circa l'opportunità di ipotizzare una nuova stagione di politiche territoriali.

Da meridionale tendo a pensare che l'unico futuro possibile per le politiche territoriali - se si ha a cuore il Mezzogiorno - sia la loro eliminazione tout court almeno fino a quando, privata dell'acqua in cui vive e prospera, la attuale politica locale unitamente alle rilevanti burocrazie locali e nazionali non si saranno estinte e con esse la sottocultura che hanno giorno dopo giorno contribuito a diffondere. Fra i tanti titoli di merito del volume di Antonio Accetturo e Guido De Blasio questo va sottolineato fino alla nausea: contrariamente a quanto spesso ci si vuoi fare credere, l'evidenza empirica ci mostra che da una scelta di questo tipo i meridionali non avrebbero nulla da temere e nulla da perdere. Al contrario.

da L'Economia - Corriere della Sera, 3 giugno 2019