Carlo Lottieri
Rassegna stampa
31 marzo 2020
Salviamo le libertà, ci servono per il dopo
Quando l'Europa dovrà rialzarsi avremo bisogno di un ridimensionamento degli Stati
Come ci ritroveremo, in tutta Europa, quando la pandemia che sta investendo il mondo intero si sarà placata e potremo tornare a una vita in qualche modo normale? In che modo sarà possibile ricostruire quei capitali finanziari, quelle regole e quell'integrazione economica che sono stati spazzati via dalla tempesta della COVID-19 e dalle numerose misure prese per contrastarla?

Molto dipenderà, ovviamente, da quello che nelle varie realtà nazionali si farà nel corso di queste settimane. I differenti Paesi stanno seguendo strategie in parte divergenti e questo si deve anche alla maggiore o minore resistenza di fronte all'idea di adottare misure emergenziali che, in taluni casi, violano libertà fondamentali e paiono compromettere il sistema economico, mettendo a rischio il futuro delle nuove generazioni. Per di più, bisogna nutrire una forte apprensione in merito al fatto che, come già più di due secoli fa James Madison sottolineava in una lettera inviata a Thomas Jefferson, «il vecchio trucco è quello di trasformare ogni situazione contingente in un'opportunità per dilatare il potere del governo». Le crisi permettono ai poteri pubblici di crescere a dismisura (basti pensare a cosa succede in tempo di guerra) e non è facile, quando la crisi è terminata, riuscire a riottenere le libertà perdute.

Quanti vogliono ispirare ottimismo tendono a confrontare la presente situazione con quella, ben peggiore, in cui l'Europa si trovò nel 1945. In fondo, essi ci dicono, il Vecchio continente è riuscito a ricostruirsi anche dopo quella devastazione – ben peggiore di questa – ed è quindi legittimo nutrire speranze. Una cosa è fuori discussione: l'attuale pandemia non è paragonabile a una guerra. Non lo è per tante ragioni, a partire dal fatto che quando faremo i conti finali dei decessi sicuramente non potremo arrivare alle cifre conosciute nel 1918 oppure nel 1945.

E certo non abbiamo oggi quelle tensioni nazionalistiche e ideologiche che hanno insanguinato l'Europa nei due grandi conflitti del Novecento, distruggendo molte città. Nonostante ciò, è abbastanza evidente che la ricostruzione che ci attende dovrà confrontarsi con alcune difficoltà. L'umanità del nostro tempo non ha la tempra di quella che ha rimesso in piedi la Germania e che ha generato il boom italiano. C'è stata una sorta di cambiamento antropologico e in questa nuova situazione sarebbe sbagliato farsi illusioni. Per giunta, figure come quelle di Ludwig Erhard e Luigi Einaudi non si vedono all'orizzonte. Nessuno crede che si debba riscoprire il valore del risparmio, lasciare che i prezzi emergano dal mercato, mantenere i conti in ordine, fornire un quadro che aiuti e non intralci la creatività umana. Oggi i vari governi sono impegnati non soltanto a fronteggiare l'emergenza sanitaria (com'è giusto che sia), ma anche a predefinire massicci programmi di spesa pubblica che aggraveranno la situazione. Quando l'Europa dovrà rialzarsi avremo bisogno, invece, di un ridimensionamento degli Stati che permetta a chiunque di intraprendere: senza confrontarsi in ogni momento con la burocrazia e senza dover versare alle casse comuni una parte tanto rilevante del proprio lavoro. La ricostruzione italiana e quella tedesca sono state possibili entro un quadro caratterizzato da poche e semplici regole, oltre che da una tassazione assai più bassa di quella attuale. E invece gli Stati europei usciranno da questa pandemia con i conti pubblici ancor più sconquassati, dato che il prevalere delle logiche keynesiane induce molti a premere sull'acceleratore della spesa.

Quando potremo mettere da parte l'emergenza sanitaria, è allora importante che la Svizzera salvaguardi se stessa e la sua tradizione di «buongoverno»: la sua attitudine a responsabilizzare ogni Comune e ogni Cantone, il forte rispetto per le libertà fondamentali, quel realismo che induce a rigettare le facili scorciatoie offerte da populisti e avventurieri. Se la Confederazione non uscirà sfigurata da questo vento che sta investendoci tutti, lo stile della sua vita civile e la saggezza delle sue istituzioni (di matrice pattizia) potranno rappresentare un modello pure per le altre popolazioni. Anche perché non è del tutto da escludere l'ipotesi che vi saranno Paesi chiamati a riformularsi in maniera radicale, dato che una democrazia in deficit prima o poi si trasforma in una democrazia fallita. Quando bisognerà ricostruire le istituzioni politiche in varie parti d'Europa, i Cantoni elvetici potranno essere un esempio a cui in qualche misura ispirarsi.

dal Corriere del Ticino, 31 marzo 2020