Alberto Mingardi
Rassegna stampa
26 ottobre 2020
Rivalutare Schäuble, tornerà il rigore
Una lezione da riscoprire
Il personaggio simbolo del «valore» della disciplina di bilancio, oggi presidente del Parlamento tedesco, è l'esatto contrario dei fautori delle politiche stataliste in voga per contrastare l'emergenza pandemica.

La parola «rigore» è uscita dal nostro vocabolario. I fondi di Next Generation Eu da una parte, la politica di acquisti della Bce dall'altra, sembrano averci consegnato un’Europa nella quale il deficit non è più un problema. Con un certo ottimismo, la nota d'aggiornamento al Def traguarda l'obiettivo di riportare il debito al livello pre-Covid nell'arco di un decennio. L'impressione è che la classe politica, maggioranza e opposizione, non ne senta affatto il bisogno.

Siamo entrati in una fase nuova, nella quale l'assenza di limiti all'indebitamento consentirà agli Stati di realizzare progetti grandiosi? O al contrario siamo condannati a un decennio (almeno) «giapponese»: con un alto debito apparentemente «sostenibile» ma crescita economica ai minimi termini?

In un caso e nell'altro, è difficile imbattersi in qualche nostalgico dell'austerità, che in Italia è stata propagandisticamente associata a una sorta di cospirazione delle classi dirigenti, volta essenzialmente a mandare in pensione le persone più avanti nel tempo.

Lo scambio con i contribuenti
Invece il rigore delle finanze pubbliche è, prima che una politica, un valore: il valore di rispettare i quattrini dei contribuenti, nella consapevolezza che lo Stato non ha altre risorse che quelle che sottrae loro, oggi con le tasse, domani col debito. È appena uscita la raccolta di alcuni discorsi di Wolfgang Schäuble (Discorsi, 2009-2017, prefazione di Carlo Stagnaro, Genova, il Canneto pp. 128, euro 18). Schäuble del rigore è stato un simbolo e, per questo, dalle nostre parti odiatissimo. Chi volesse leggere questi discorsi scoprirà però, oltre che un uomo politico di statura imparagonabile con qualsiasi suo omologo italiano degli ultimi trent'anni, come il pensiero del ministro delle Finanze che ha centrato l'obiettivo dello Schwarze Null, ovvero dell'annullamento del deficit nel bilancio tedesco, è tutto fuorché una faccenda di aridi numeri.

Quando Schäuble riesce ad evitare di ricorrere al deficit, la spesa pubblica è grosso modo la metà del Pil: nella Germania contemporanea, che è una socialdemocrazia almeno quanto una «economia sociale di mercato», il pareggio di bilancio lo si paga caro. Ma si accetta di pagarlo caro in omaggio a un principio ideale.

Per equità: la generazione attuale si fa carico delle iniziative da cui trae beneficio. Così, l'imposta diventa davvero il prezzo dei servizi ed è più facile per i cittadini valutare, di questi ultimi, qualità e costi.

E per amor di politica: si possono compiere scelte genuinamente politiche solo in regime di equilibrio di bilancio, solo se sono chiare alternative e trade off. Se davvero crediamo in una certa policy, assumiamocene gli oneri. Certo, una buona politica di bilancio rende difficile la vita ai ministri del Tesoro (così Beniamino Andreatta sul «divorzio» Tesoro-Banca d'Italia da lui promosso). Ma questo è un bene per la società.

L'«economia sociale di mercato» di cui è fautore, spiega Schäuble, «affronta la realtà dell'imperfetta natura umana. Non possiamo esattamente prevedere come le cose si svilupperanno nel lungo periodo. (...) Siamo infatti tutti fallibili e preda del peccato».

È facile immaginare un confronto fra Schäuble e uno qualsiasi dei tanti fautori dello «Stato imprenditore». Alle sorti magnifiche e progressive di uno sviluppo finalmente «diretto» dal settore pubblico, si può immaginare lo statista tedesco rispondere con limpida semplicità: il rischio imprenditoriale va lasciato all'iniziativa dei cittadini, non compete allo Stato.

Le responsabilità della politica
Da questi discorsi, emerge uno Schäuble fautore del metodo popperiano della «ingegneria sociale a spizzico»: «andare avanti nelle questioni politiche per piccoli passi gestibili e soprattutto correggibili». Questo non piacerà agli europeisti ortodossi, ai quali del resto l’attuale presidente del parlamento tedesco non è mai piaciuto. E tuttavia varrebbe la pena considerare che questa prudenza è radicata nella consapevolezza che un mondo complesso pone costantemente nuove sfide e nell'idea che il ruolo della politica sia fissare le condizioni di contesto per cui gli individui possono tentare di affrontarle. Queste sfide pongono problemi concreti alle persone.

Forse proprio coloro che più ne sono colpiti hanno titolo a provare a fornire risposte: inevitabilmente manchevoli e congetturali, ma meno di chi veda le cose dall'alto di una cattedra o di una scrivania di ministro.

Il politico di Friburgo crede in una «libertà usata responsabilmente» ed è convinto che una «libertà senza limiti» possa «minacciare di autodistruggersi». Ma tocca allo Stato dire che significa usare responsabilmente la propria libertà? È tanto facile per chiunque rivesta una posizione dire di sì: sostenere di avere a disposizione le informazioni giuste per decidere il futuro degli altri.

Il luterano Schäuble pensa che invece la responsabilità sia un fatto individuale e che nessuno possa sostituirsi alla dura scuola dei fatti e delle circostanze. Il suo principale punto di riferimento, Ludwig Erhard, «pensava ad una economia e ad una società fatte di uomini liberi e responsabili». Politiche di bilancio espansive, e prestidigitazioni monetarie, aiutano a spostare il fardello della responsabilità dai singoli allo Stato. Ma una volta che gli individui non sono più responsabili è da vedere che possano restare liberi.

da L'Economia del Corriere della Sera, 26 ottobre 2020