Leonardo Petrocelli
Rassegna stampa
25 marzo 2021
Bene il Recovery ma al Sud non basta la spesa pubblica
Carlo Stagnaro (IBL): serve creare un ambiente economico sano
Carlo Stagnaro, economista, direttore ricerche e studi dell'Istituto «Bruno Leoni», il governo ha posto sul tavolo il tema del rilancio del Sud attraverso il Recovery Fund. Quale il modo migliore per utilizzare le risorse?
«Innanzitutto, bisogna individuare gli obiettivi per cui spendere soldi. Negli scorsi decenni flussi rilevanti di spesa pubblica arrivati al Sud non hanno prodotto crescita duratura. Finito il finanziamento, finita la crescita. Non abbiamo concimato l'economia, ma l'abbiamo tenuta in vita artificialmente».

E quindi dove occorre intervenire?
«Ci sono delle indicazioni più o meno ovvie: infrastrutture, scuola, formazione. Soprattutto questi ultimi due punti sono cruciali perché gli indicatori segnalano il divario più preoccupante con il Nord. Poi, certo, c'è il tema della accessibilità e delle reti digitali. Ma la formazione resta la priorità».

La via per il fallimento è lastricata di buone intenzioni. Come si può evitare di ripetere i «tonfi» degli scorsi decenni?
«Misurando la nostra capacità di raggiungere gli obiettivi».

In altri termini?
«Quello che è mancato finora è una seria valutazione delle politiche. Si è fatto tanto in favore del Sud, anche negli ultimi anni, dalle Zes (Zone economiche speciali) alla decontribuzione. Quest'ultima, ad esempio, ha davvero portato sviluppo o ha solo fatto regolarizzare qualche contratto in nero? Sono due cose diverse».

Ma è solo la spesa pubblica a creare sviluppo?
«No di certo. Quello a cui si deve puntare è un miglioramento dell'ambiente economico meridionale intervenendo sia sull'efficientamento dei servizi pubblici, sia sulla semplificazione. Resto sulle Zes: è il classico caso in cui si è provveduto subito a defiscalizzare ma si è persa per strada l'altra faccia della medaglia, il semplificare appunto».

Quindi, alla fine, qual è la morale?
«Il Paese ha una serie di problemi che lo attraversano che però al Sud assumono forma patologica. Per questo serve intervenire con energia».

D'accordo ma il Recovery Fund, spesso spacciato per il «vaccino» dell'economia, è una iniezione di danaro copiosa ma limitata: 35 miliardi l'anno per sei anni. Basteranno?
«Se vogliamo rimanere nella metafora sanitaria il Recovery è un integratore. Fa bene, bisogna prenderlo, ma non può sostituire l'allenamento. Che tradotto vuol dire interventi specifici e ben mirati».

Insisto. Quei soldi sono tanti o pochi?
«Sono una montagna ma restano solo una parte del Pil italiano. È come vincere 100mila euro alla lotteria. Sono tanti? Certo. Ma basta poco per bruciarli, magari con un investimento sbagliato, e rendere la vincita del tutto inutile».

Di fatto si riparte dalla bozza del Conte bis che Draghi ha affermato di non voler smantellare. Un buon punto di partenza?
«Quella bozza non mi convinceva. Era un tentativo di fare un collage di tante piccole spese senza raccontarne il senso complessivo. Si vedevano piccoli frammenti ma non l'immagine generale e qui servirebbe un percorso di senso con obiettivi misurabili».

Questo «percorso di senso» dovrebbe avere una vocazione centralista o federale? I governatori, durante l'incontro dedicato al Sud organizzato dalla ministra Carfagna, hanno rivendicato la propria autonomia.
«Chi sta sul territorio afferma di conoscerne meglio le esigenze e le criticità. In questo c'è del vero, senza dubbio. Ma Draghi ha anche fatto capire che c'è, proprio nel Mezzogiorno, un problema di classi dirigenti. D'altra parte la Cassa del Mezzogiorno funzionò meglio nel periodo dei tecnici».

E quindi come se ne esce?
«Trovando un equilibrio. Alla classi dirigenti locali bisognerebbe lasciare la funzione di pivot ma prevedendo un forte ruolo di allocazione delle risorse e assistenza tecnica dal centro».

da La Gazzetta del Mezzogiorno, 25 marzo 2021