Alberto Mingardi
Rassegna stampa
Quei limiti alla libera impresa
Cosa succederà dopo la revoca della concessione ad Autostrade per l'Italia?
Se venerdì deciderà per la revoca della concessione ad Autostrade per l'Italia, il governo Conte II avrà compiuto il suo atto politico più rilevante. È un atto politico che afferma una cultura precisa: una cultura politica che ritiene l'impresa privata un male forse necessario, ma da circoscrivere per quanto possibile.

La revoca non era un esito inimmaginabile, nella vicenda del Ponte Morandi. Il crollo di un viadotto non può restare senza un responsabile: ma le responsabilità, appunto, devono essere accertate, argomentate, provate. Se si arriva alla revoca, oggi, non è perché il controllore è riuscito a dimostrare inadempienze e malafede del controllato. A pensar male si fa peccato, ma siamo a un passo dalle elezioni regionali. La maggioranza è in crisi di consensi. Servire al pubblico votante la testa di Autostrade su un piatto d'argento somiglia molto a una strategia elettorale. Sono tre le questioni che la revoca apre, e sulle quali non sembra ci siano risposte convincenti. Come pensa il governo di risolvere il contenzioso con la società? Che cosa succede, il giorno dopo, alla rete gestita da Aspi? Che conseguenze ha, la revoca, per le altre concessioni e le regole che le presidiano?

Riguardo il primo punto, è improbabile che Atlantia assista senza proferir parola a una decisione che mette a rischio il futuro della società. Si tratta di un leader mondiale nel settore delle infrastrutture, la sberla avrebbe conseguenze non solo per i Benetton ma per tutti gli azionisti, piccoli e grandi, inclusi fondi d'investimento stranieri. La concessione prevede un risarcimento alla società in caso di recesso o revoca del contratto. Revocare la concessione pagando l'indennizzo è, politicamente parlando, uno smacco. Non farlo apre un contenzioso lungo e complesso.

Il governo è sicuro di avere prove inoppugnabili? O conta semplicemente sulla lentezza del procedimento? Incassare oggi il dividendo politico della revoca, e per quel che riguarda la battaglia legale chi vivrà vedrà?

Sappiamo che cosa dovrebbe accadere, secondo il M5S, dopo la revoca. La parola magica è «nazionalizzazione». Il denaro dei contribuenti ha proprietà straordinarie: basta spenderne un po' e tutti i problemi si risolvono istantaneamente.

C'è qualche fatto scomodo che si mette di traverso. Per l'Anas sarà difficile farsi carico di tutti gli oneri della rete autostradale. I dipendenti di Aspi dovranno essere riassunti, in virtù della cosiddetta «clausola sociale». I problemi delle infrastrutture, inoltre, hanno a che fare, dal punto di vista dell'utente, non con la proprietà del gestore, ma con stato e manutenzione dell'infrastruttura stessa. Il pubblico sarà per definizione un «manutentore» migliore? In virtù di quali regole, di quali obiettivi? Con quali soldi? Si indebiterà per fare nuovi investimenti, accrescendo ulteriormente il debito pubblico?

Con la revoca, si punisce il controllato. Si tace però sulle responsabilità del controllore. Il concedente non ha col concessionario il genere di rapporto che noi abbiamo col fruttivendolo dove acquistiamo la verdura: dovrebbe esserci un monitoraggio continuo. Se cade un ponte, le responsabilità sono condivise. Come cambierà il regime delle concessioni? Si vuole davvero statalizzare tutto? Non avrebbe senso semmai immaginare nuove gare, cercando di importare le migliori prassi europee? Quale sarebbe, in questo caso, il ruolo di Autorità dei trasporti e Ministero? Andrebbe avanti tutto come prima?

Esattamente come per il caso Ilva, la querelle con Aspi farà di tutto fuorché convincere qualcuno, italiano o straniero che sia, a investire nel nostro Paese. La sensazione è che il governo pensi di non averne bisogno. A che serve la libera impresa, se abbiamo lo Stato?

da La Stampa, 15 gennaio 2020