Giuseppe Portonera
Rassegna stampa
Quanti errori in economia, signor Piketty
Smascherati in un volume dell’Istituto Leoni
Nel 1964, in un caso di presunta pornografia giunto di fronte alla Corte Suprema degli Stati Uniti, il giudice Potter Stewart, per spiegare che i fatti di causa non potevano considerarsi «osceni», affermò di non poter dire astrattamente e a priori quale materiale rientrasse nella definizione di hard-core pornography, ma di saperlo riconoscere, una volta visto («I know it when I see it»).

Questo aneddoto della giurisprudenza statunitense torna utile ogni qualvolta si affronta l'annosa questione della disuguaglianza economica, perché porta a chiedersi, in primo luogo, se siamo in grado di definire con precisione il concetto della «disuguaglianza» e, in secondo luogo e in caso di risposta negativa, se siamo perlomeno in grado di riconoscerla quando ci imbattiamo in essa (per capire se, e in quale misura, rappresenti davvero un problema). Lo studio recente più ambizioso e fortunato sul tema è stato Il capitale nel XXI secolo (2013), dell'economista francese Thomas Piketty, che ha trovato tanto (più o meno) entusiasti sostenitori, quanto (più o meno) severi contraddittori. Alcune tra le migliori critiche sono state riunite in un volume, curato da Geoffrey Wood e Steven Hughes e oggi tradotto (e ampliato con l'aggiunta di altri rilevanti saggi) dall'Istituto Bruno Leoni: Tutti gli errori di Piketty. Saggi su Il capitale nel XXI secolo. Alcuni, sparsi esempi tratti dall'opera in recensione. Chris Giles ha scoperto che le «stime della disuguaglianza della ricchezza il pezzo forte di Il capitale nel XXI secolo sono inficiate da una serie di criticità e di errori» e ha notato che correggendo questi errori «si è delineato un quadro della disuguaglianza di ricchezza piuttosto differente», con i risultati centrali della ricerca di Piketty «non più così certi». Oltre che alla qualità e ai metodi di ricerca dei dati (si vedano a tal proposito anche i contributi di Ridley, Feldstein, Foglia), le critiche si fanno serrate anche rispetto alle implicazioni di public policy che derivano dall'applicazione delle teorie dell'economista francese e che si risolvono nell'auspicare l'ennesimo e massiccio intervento ridistributivo dello Stato, questa volta nella forma di una cospicua tassazione a livello mondiale della ricchezza accumulata.

Il contributo in questo senso più illuminante (e che, probabilmente, già da solo vale l'acquisto del libro) è quello di Deirdre McCloskey, che mostra i gravi errori commessi da Piketty sia nell'ambito della scienza, sia in quello dell'etica sociale. Come afferma McCloskey, al di là delle questioni tecniche proprie dell'economia (e non sono poche: dalla criticabile definizione «restrittiva» di «capitale» offerta - che include esclusivamente il capitale «fisico», tralasciando quello «umano» - alla dimostrata mancata comprensione del funzionamento dei mercati concorrenziali), «il fondamentale problema etico è che Piketty non ha riflettuto sul perché la disuguaglianza in se stessa sarebbe un male».

È più importante preoccuparsi di come i più ricchi spendono i propri soldi o capire come promuovere il prolungamento degli effetti positivi del Grande arricchimento, che ha fatto sì che, dal 1800 ad oggi, la ricchezza a disposizione degli abitanti (tutti, più poveri compresi) di Europa e Nord America sia aumentata dal 3.000 al 10.000 per cento? E, soprattutto, non è che concentrandosi sulla prima questione, si finisce per dimenticarsi della seconda, così rendendo un pessimo servizio alla causa della lotta alla povertà?

Per chi cerca le risposte a questi quesiti, Tutti gli errori di Piketty è una lettura obbligata. Dopo averla completata, sarà possibile per il lettore liberato dalle nebbie dell'ideologia e dell'«etica gretta dell'invidia» dire, come il giudice Stewart, I know it when I see it: posso tanto riconoscere cosa si intende per «disuguaglianza», quanto comprendere che esistono soluzioni ben più utili da promuovere, rispetto a una nuova tassa a livello mondiale, se si ha davvero a cuore il futuro dei cittadini comuni e dei più poveri.

Da La Gazzetta del Mezzogiorno, 5 Aprile 2018