Carlo Stagnaro e Alberto Saravalle
Rassegna stampa
17 novembre 2013
Privatizzazioni e rilancio dell'economia
Non sono una svendita del patrimonio pubblico degli italiani, come spesso si tenta di farle passare con facile retorica
Interveniamo nel dibattito avviato sul Corriere sulle privatizzazioni che non sono un accidente contabile, ma una scelta politica. Bene hanno fatto Alesina e Giavazzí a sottolineare che la principale ragione per cui è necessario che lo Stato esca dal capitale delle aziende è creare le condizioni per la crescita e rimuovere quel freno alla concorrenza, implicito e talora esplicito, che deriva da un settore pubblico contemporaneamente arbitro e giocatore.

Visto che fanno parte del programma di governo è giusto dire chiaramente che sono una leva fondamentale per il rilancio dell'economia. Non sono una svendita del patrimonio pubblico degli italiani, come spesso si tenta di farle passare con facile retorica. Pronunciare la parola «svendita» è già indurre in errore, perché un simile giudizio non ammette replica e parafrasando Churchill riassume in sé domanda, commento e risposta. Ed è tendenzioso perché la parola ha una connotazione negativa. Se il processo di cessione è invece disegnato correttamente, non esiste rischio di «saldi di fine stagione». In un mercato aperto (come quello dell'Ue) il prezzo di vendita di qualunque bene è funzione delle condizioni della cessione e del valore che i potenziali compratori si attendono di ricavarne. Si vende ai prezzi di mercato (rilevati dai corsi di borsa, dal valore degli asset, dagli utili attesi e dai valori di società comparabili), con procedure competitive e trasparenti (non trattative private), quote ridotte che non consentano di determinare a tavolino i nuovi azionisti di controllo, con un chiaro cronogramma sulle future cessioni, e soprattutto dichiarando pubblicamente che si intende cedere il controllo e non solo monetizzare dalle attuali vendite per poi continuare a gestire la società con quote di minoranza. Per il venditore va poi computato il risparmio sugli interessi pagati sul debito pubblico (al netto dei dividendi). In tale prospettiva, c'è un'altra parola di cui andrebbero meglio precisati i contorni: «strategicità».

Cosa è strategico per un Paese? Mantenere il controllo pubblico sui fattori di produzione di un certo servizio (esempio: telefonia o energia) o creare condizioni alle quali la qualità di quel servizio migliori e il suo prezzo tenda a ridursi? Sfortunatamente, è molto difficile ottenere entrambe le cose. Infatti, il progresso è un continuo processo di distruzione e creazione: i «vecchi» mezzi e metodi produttivi vengono soppiantati da altri, nuovi e più efficaci. E questo non può verificarsi se non c'è piena mobilità dei fattori che, nell'ambito di industrie ad alta intensità di capitale quali quelle dei servizi, equivale a piena contendibilità di tutti gli operatori di mercato. L'esperienza passata con le privatizzazioni, pur in presenza dei tanti errori che nessuno nega e che sarebbe bene non ripetere, è coerente con questo tipo di approccio. Ciascuno è libero di farsi un'idea rispetto alle principali aziende privatizzate e di ritenere che esse siano meglio o peggio di quanto avrebbero potuto essere in un ipotetico scenario diverso.

Tuttavia, è fuor di dubbio che in settori come quelli dell'energia, del gas, della telefonia o del trasporto aereo gli italiani godano oggi di un servizio qualitativamente superiore e a prezzi più ragionevoli. Non a caso la performance dei prezzi dei servizi, rispetto all'andamento generale dell'inflazione, è tanto più moderata quanto più il settore è concorrenziale. Una maggiore apertura presuppone la fuoriuscita dello Stato dal capitale degli ex monopolisti. Se adottiamo quest'ottica, allora la prospettiva cambia e il lessico merita di essere rivisitato. Le privatizzazioni non sono la svendita di asset strategici. Sono, piuttosto, una tessera centrale nella strategia della competitività.

Da Corriere della sera, 17 novembre 2013