Francesco Ramella
Rassegna stampa
Perdoniamo Greta ma non chi le ha scritto un copione pieno di omissioni
Qual è il vero obiettivo delle politiche climatiche
Non ci perdonerà, Greta. Non ci perdonerà per averle rubato i sogni e la giovinezza con le nostre vuote e false parole. Non ci perdonerà perché, per causa nostra, molte persone stanno soffrendo e morendo e perché un futuro plumbeo ci attende. Non ci perdonerà perché è inaccettabile una probabilità superiore al 50 per cento di incremento della temperatura media del pianeta oltre gli 1,5 °C. Noi, invece, la perdoniamo volentieri. Siamo solo un po’ meno ben disposti verso chi le ha scritto un copione ricco di errori e omissioni.

Pretende, a ragione, Greta che il mondo che eredita sia migliore di quello che noi abbiamo preso in prestito. Quello che ignora la giovane svedese, ma che si presume dovrebbero conoscere i suoi suggeritori, è che, per moltissimi aspetti, è quanto sta accadendo. Mai siamo stati così tanti sul pianeta, sette miliardi. Siamo due miliardi in più rispetto a trent’anni fa quando grossomodo abbiamo iniziato a preoccuparci del clima.

Da allora le emissioni di anidride carbonica sono aumentate del 50 per cento, la temperatura media della Terra è salita di circa mezzo grado e le condizioni di vita sono migliorate come probabilmente mai accaduto in precedenza. Nel 1990 erano 2 miliardi (4 su 10) le persone che vivevano al di sotto della soglia di povertà assoluta. Quella cifra si è ridotta oggi a 700 milioni (1 su 10). La speranza media di vita nel mondo è cresciuta di sette anni e mezzo, passando da 64,2 a 71,7 ossia lo stesso livello raggiunto dall’Italia nel 1970. Nel 1900 morivano prima di raggiungere i cinque anni di età dieci bambini su cento, oggi quattro. Era analfabeta una persona su quattro, oggi una su sette. Avevano accesso ad acqua non contaminata 76 persone su 100, oggi sono 90.

Non solo. Al contrario di quanto pronosticato dai profeti di sventura malthusiani degli anni 70, l’aumento della produzione di cibo è stata più rapida di quella della popolazione. E in tutto il mondo occidentale la qualità dell’aria ha fatto segnare un rapido progresso. Notevoli passi in avanti sono stati fatti nei paesi più poveri anche sul fronte dell’inquinamento all’interno delle abitazioni (conseguenza della indisponibilità di combustibili fossili): il numero di morti premature è calato da 2,6 a 1,4 milioni.

Ma c’è di più: al contrario di quanto dato per assodato da quasi tutti, non solo non vi è finora una solida evidenza di un aumento della frequenza degli eventi estremi ma il rischio di perdere la vita a causa di essi, già fortemente ridottosi nei decenni precedenti, ha fatto ulteriormente un balzo all’indietro: da 14 vittime per milione di abitanti nella decade tra il 1980 e il 1990 a quattro nel nuovo secolo. Negli Stati Uniti, grazie alla diffusione degli impianti di condizionamento la mortalità causata temperature elevate è diminuita dagli anni 60 del 70 per cento. Il Bangladesh, grazie alla predisposizione di sistemi di allerta e di riparo temporaneo ha ridotto radicalmente il numero di persone che perdono la vita a causa dei cicloni.

Queste tendenze positive sono destinate a cambiare se oltrepasseremo la soglia di 1,5 °C? No, stando all’ultimo rapporto dell’Ipcc (il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico dell’Onu), per incrementi di temperatura fino a 2,5-3°C gli impatti del clima saranno piccoli rispetto alla crescita economica attesa per questo secolo. L’ordine di grandezza è quello di un anno di recessione economica. E, secondo William Nordhaus, ultimo Nobel per l’economia e tra i primi a occuparsi di clima, i costi per contenere l’incremento di temperatura al di sotto dei 2°C superano i benefici. Certo, più ci dovessimo inoltrare in un sentiero inesplorato e più i rischi cresceranno. E’ dunque del tutto ragionevole dedicare risorse economiche anche rilevanti per coprirci da questo rischio. Lo dovremmo fare però evitando di perseguire politiche che non possono avere alcun impatto significativo sull’evoluzione delle emissioni e con la consapevolezza che quello che faremo noi sarà sempre meno determinante: l’Unione europea rappresentava il 20 per cento delle emissioni mondiali nel 1990, oggi è scesa al 10 per cento, il peso dell’Italia è passato dal 2 per cento all’1 per cento.

In tale prospettiva appare ingiustificato, ad esempio, il piano proposto da Angela Merkel che prevede un aumento dei sussidi alle ferrovie. Negli ultimi vent’anni, in Europa, le imprese ferroviarie hanno ricevuto trasferimenti pubblici per un ammontare di circa 1.000 miliardi, un po’ meno della metà del nostro debito pubblico. Nonostante questo ingente flusso di risorse la quota di mercato del trasporto su ferro è rimasta invariata per i passeggeri (il 6 per cento) e quella delle merci è addirittura calata.

Ancor peggio è lo spendere in nome della sostenibilità ambientale 12 miliardi per costruire un tunnel sotto le Alpi tra l’Italia e la Francia e poi, come ha fatto la Svizzera, aumentare ulteriormente la tassazione o i già elevatissimi pedaggi sui camion (che dovrebbero invece essere ridotti) per evitare che quel buco rimanga malinconicamente deserto. Fingendo, tra l’altro, di dimenticarsi che il prelievo fiscale sui carburanti in Italia e in Europa è già oggi pari a un multiplo di una carbon tax efficiente. Invece di sperperare soldi sui binari e, al contrario, attuando una seria spending review, si potrebbe assai più utilmente destinare una parte degli oltre 60 miliardi che ogni anno affluiscono all’erario da automobilisti e imprese di autotrasporto per finanziare l’innovazione tecnologica del settore automobilistico che è l’unico reale strumento a nostra disposizione. A meno che qualcuno pensi di poter convincere cinesi, indiani e, domani, forse, gli africani a non acquistare autoveicoli in numero sempre crescente: negli ultimi quindici anni si è passati da 70 milioni a poco meno di 100 milioni di unità vendute in un anno.

Sempre che l’obiettivo delle politiche climatiche sia davvero quello di proteggere il clima e non una nobilissima giustificazione per tassare di più e spendere di più, magari accumulando più debiti a carico delle future generazioni, senza che vi sia in questo caso nessuna Greta che si preoccupi per la loro sorte.

Da Il Foglio, 25 settembre 2019