Keynes contro Hayek: il grande dibattito continua
La riscoperta di alcune lettere dei due grandi economisti getta una nuova luce sul dibattito contemporaneo in merito allo “stimolo” economico
Il dibattito che oggi infuria in merito alle politiche più idonee a far uscire gli Stati Uniti dalla Grande Recessione riecheggia quello che si accese in occasione della Grande Depressione. Grazie agli sforzi di Richard Ebeling, docente di economia presso la Northwood University, oggi disponiamo di documenti tanto interessanti quanto concisi. Scavando negli archivi, Ebeling ha scoperto alcune lettere inviate al Times di Londra dalle due parti contrapposte nel dibattito degli anni Trenta, le quali rispecchiano le tesi che si scontrano oggigiorno.

Il 17 ottobre 1932 il Times pubblicò una lunga lettera a firma di John Maynard Keynes e altri cinque economisti. Gli autori difendevano la tesi di una maggiore spesa (di ogni tipo, tanto privata quanto pubblica, destinata indifferentemente ai consumi o agli investimenti).

Secondo Keynes era l’“economia privata” il colpevole che impediva il ritorno alla prosperità. Se una persona decide di mettere da parte i propri soldi, non vi è alcuna garanzia che tali fondi «vengano destinati alla creazione di nuovo capitale da parte di imprese pubbliche o private». Gli autori della lettera ritenevano che la “mancanza di fiducia” fosse la ragione per cui il risparmio non veniva intermediato in investimento. Di conseguenza, «nella situazione attuale l'interesse pubblico non va nel senso dell'economia privata: spendere meno denaro di quello che dovremmo voler spendere non è patriottico». Gli autori concludono dichiarandosi a favore della spesa pubblica come strumento atto a compensare una sciagurata parsimonia privata.

Le opinioni espresse in questa lettera vengono indicate come “economia keynesiana”: le depressioni sono causate da un deficit di spesa, che può essere colmato dalla spesa pubblica. Tracce dell’economia keynesiana (che in realtà è antecedente a Keynes) possono essere facilmente ravvisate nelle dichiarazioni del presidente Obama e dei responsabili economici della sua Amministrazione.

Due giorni dopo, il 19 ottobre, quattro docenti dell’Università di Londra replicarono alla lettera di Keynes. Uno dei firmatari era Friedrich von Hayek che, cinquant’anni più tardi, avrebbe vinto il Premio Nobel per l’economia.

Hayek e gli altri economisti evidenziavano tre punti discutibili nella lettera di Keynes: in primo luogo facevano giustamente notare che la tesi keynesiana relativa alla futilità del risparmio equivaleva in realtà al classico tema economico del pericolo rappresentato dalla tesaurizzazione, vale a dire alle conseguenze potenzialmente perniciose di un aumento generalizzato della domanda di moneta al quale non corrisponda una crescita adeguata dell’offerta di moneta stessa. «Concordiamo sul fatto che accumulare il denaro, in liquidità o in saldi inattivi, produce effetti deflattivi. Nessuno pensa che la deflazione sia qualcosa di auspicabile».

In secondo luogo, i professori di Londra trovavano discutibile l’asserzione che la forma assunta dalla spesa (consumo o investimento) non contasse. Essi ritenevano che fosse «particolarmente auspicabile una ripresa degli investimenti», prefigurando così la posizione dei supply-siders di oggi. Hayek e i suoi colleghi distinguevano tra l’accumulo di denaro e i risparmi destinati all'acquisto di titoli e riaffermavano l’importanza del mercato dei titoli mobiliari, che permette la conversione del risparmio in investimenti.

Il terzo, e più importante, elemento di dissidio con Keynes verteva sui benefici apportati dalla spesa pubblica in disavanzo. Hayek protestava che «l'esistenza di un debito pubblico di grandi proporzioni impone attriti e ostacoli al riassestamento dell’economia che sono molto maggiori di quelli imposti dall'esistenza del debito privato». Non era il momento (per menzionare l’esempio fatto da Keynes) di mettersi a costruire nuove piscine comunali e simili cose. Per traslare questa affermazione nel nostro contesto odierno, non è il momento di mettersi a lanciare “stimoli economici”.

Per finire, è importante osservare che Hayek e gli altri firmatari della lettera offrivano una via d’uscita. I governi di tutto il mondo, guidati dagli Stati Uniti delle nefaste tariffe introdotte nel 1930 dalla legge Smoot-Hawley, avevano adottato politiche protezionistiche e restrizioni ai flussi di capitale. Hayek sosteneva invece che fosse il momento di «abolire quelle restrizioni agli scambi e al libero movimento dei capitali».

In sintesi, essi sostenevano che la cura per la Grande Depressione dovesse essere rappresentata dal rinvigorimento dell’intero sistema degli scambi internazionali. Oggigiorno l’economia mondiale non ha abbracciato il protezionismo, ma i tentativi di espandere il commercio mondiale sono diminuiti. Come ha osservato recentemente sul Wall Street Journal Allan Meltzer, docente di economia alla Carnegie Mellon University (“Why Obamanomics Has Failed”, 30 giugno 2010), solo un’espansione degli scambi può metterci in grado di pagare il debito pubblico che pesa sull’economia.

La riscoperta di queste lettere da parte del professor Ebeling ha scatenato una ridda di commenti su numerosi blog. Ecco cosa ha scritto Mario Rizzo, economista della New York University: «Il grande dibattito è quello tra Keynes e Hayek. Il resto sono chiose». Gli economisti hanno ammantato i termini del dibattito di una crescente complessità matematica, ma le questioni di fondo rimangono immutate.

Aveva ragione Keynes nel dire che il risparmio diventa denaro improduttivo e deprime l’attività economica? O aveva ragione Hayek nell’esprimere un concetto articolato originariamente da Adam Smith nella Ricchezza delle nazioni, quando affermava che «l’ammontare annuale dei risparmi viene regolarmente consumato tanto quanto viene speso su base annuale, e pressappoco nel medesimo tempo»?

È vero che tutti i tipi di spesa sono parimenti produttivi, oppure le politiche pubbliche dovrebbero cercare di stimolare gli investimenti privati? In questo caso Obama sta seguendo le orme di Roosevelt e sta ostacolando la ripresa. Ciò avviene in virtù della demonizzazione dell’impresa e della creazione di incertezza in conseguenza di nuove normative e di costosi programmi di spesa pubblica. In questo, l’attuale presidente non segue né Keynes, né Hayek, giacché entrambi ritenevano che creare una mancanza di fiducia fosse estremamente pernicioso.

Infine, possiamo dire che creare nuovo debito pubblico in un’economia indebolita sia la via per la ripresa? O è invece l’“economia” (nel senso odierno di “austerità”) e la parsimonia sono condizioni di prosperità, tanto oggi quanto è sempre stato in passato?

Gerald O’Driscoll è senior fellow presso il Cato Institute. Precedentemente è stato Vice-presidente della Federal Reserve Bank di Dallas e successivamente Vice-presidente di Citigroup. Con Mario J. Rizzo ha pubblicato The Economics of Time and Ignorance (Routledge, 1996).

Questo articolo è stato originariamente pubblicato sul Wall Street Journal del 7 luglio 2010. Ringraziamo MF/Milano Finanza per la gentile concessione alla traduzione e pubblicazione.
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