Istituto Bruno Leoni
"Io, africana, vi dico che la globalizzazione ci potrà salvare"
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No global? No grazie. Per l'Africa meno che mai: parola di africana. June Arunga, ventitreenne studentessa kenyana impegnata nella comunicazione economica per i giovani, è il tipo che farebbe venire una crisi di nervi agli Agnoletto, ai Manu Chao e in generale ai bigotti del politically correct.Viene dallo stesso Paese di Wangari Maathai, l'ecologista che i nemici della globalizzazione hanno eletto a loro ultima bandiera, dallo stesso continente nel quale i nuovi negatori del mercato vorrebbero applicare le loro vecchissime ricette. Ma parla un linguaggio tutto diverso. E soprattutto lo parla bene.

 

June non ha complessi d'inferiorità verso il conformismo imperante. Lo sfida. Contesta il pensiero unico secondo il quale tutte le colpe dei mali dell'Africa debbono ricadere sul capitalismo sfruttatore. E punta il dito contro altri colpevoli: lo statalismo, la burocrazia, l'ignoranza, l'assistenzialismo «che non aiuta a crescere e alimenta il più grande male del nostro continente: la corruzione». Studentessa di legge all'università di Buckingham in Inghilterra, attiva all'International Policy Network di Londra, responsabile delle relazioni con i giovani presso l'Inter-Region Economic Network del suo Paese, il Kenya, June ha giornate pienissime e intense. Ma ha trovato il tempo e la voglia di viaggiare per sei settimane attraverso sei Paesi africani, realizzando per la Bbc un documentario destinato a far riflettere sulle vere cause dell'arretratezza «di quello che potrebbe essere il più bel posto del pianeta». E di impegnarsi in un giro del mondo per presentarlo. Ieri lo ha fatto a Milano, ospite dell'Istituto Bruno Leoni. L'abbiamo intervistata. Il suo documentario si intitola «Il sentiero del diavolo». Non è molto incoraggiante...

 

«Non poteva chiamarsi altrimenti. Ho viaggiato in sei Paesi: partita dall'Egitto, che non è solo il bel Paese delle piramidi ma anche un regime dove gli oppositori vengono bastonati nelle strade, giù giù attraverso luoghi bellissimi e tragici come il Sudan, il Congo, l'Angola e la Namibia, fino ad arrivare a quello che, confrontato con quello che avevo dovuto vedere prima, mi è parso un angolo di paradiso: il Sud Africa. Ovunque ho incontrato prevaricazioni, violenze, ingiustizie, miseria, ignoranza. In poche parole, un'assoluta mancanza di rispetto per gli esseri umani».

 

Il più bel posto del pianeta, come lo chiama lei, ridotto a inferno dei vivi. Ma di chi è la colpa? «Della mancanza di libertà. Gli africani soffrono per la negazione sistematica di diritti elementari. I governi dei nostri Paesi sono quasi sempre dispotici, quelli che dovrebbero essere cittadini vengono trattati da sudditi. L'accesso all'istruzione e alle informazioni è negato o manipolato. La libertà di movimento è un'illusione, il rispetto della proprietà privata un'utopia. In queste condizioni il formarsi di economie funzionanti è impossibile, e quello di società democratiche altrettanto».

 

Se chiedi in giro, però, ti diranno che la colpa è nostra. Dell'Occidente bieco sfruttatore, che in cambio delle sue ricchezze dà all'Africa le briciole. «Le multinazionali hanno le loro responsabilità. Ma finché gli africani si lasceranno governare da criminali non ci sarà sviluppo e saremo condannati all'assistenzialismo. Ciò che l'Occidente ci dona lo sapremmo produrre da soli, ma le nostre potenzialità resteranno inespresse finché chi ci governa continuerà ad avere poteri quasi assoluti sugli individui. No, non sono gli altri che devono farci delle elargizioni, siamo noi che dobbiamo aprirci al mondo: abbiamo bisogno di imparare, di aggiornarci culturalmente trovando il coraggio di liberarci della zavorra delle tradizioni primitive, ma anche materialmente, diventando padroni delle nuove tecnologie. La Cina lo fa, l'India lo fa, perché l'Africa non dovrebbe?».

 

Indicare la globalizzazione commerciale come un rimedio suona come una bestemmia di questi tempi... «L'anno scorso a Cancun (sede del meeting dell'Organizzazione mondiale del commercio, n.d.r.) i nostri presunti amici no global ripetevano che dobbiamo sfuggire a un destino di omologazione. Ma loro vorrebbero che noi rimanessimo una specie di Disneyland esotica, che con le nostre tradizioni ci tenessimo anche la nostra povertà. Noi invece abbiamo bisogno proprio della globalizzazione che loro disprezzano. Se oggi in Kenya milioni di persone hanno un telefono è solo perché tre compagnie straniere hanno deciso di investire da noi, non per le chiacchiere dei no global. E il telefono significa comunicazione, conoscenza, lavoro. Lo ripeto: abbiamo bisogno di abbattere le barriere, non di crearne. Internet ha fatto per l'Africa più di quanto l'Onu potrà fare in dieci anni.

(Da Il Giornale, 10 dicembre 2004)

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