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Ma un'Authority può essere indipendente?
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In nessun altro Paese l’Agcom avrebbe il ruolo che ha da noi: un ruolo apertamente politico
Quanto sono “indipendenti” le Autorità? Il “caso Innocenzi” suggerisce una risposta all’apparenza deprimente. Domenica Peppino Caldarola sul Riformista, e ieri Sergio Rizzo sul Corriere della sera, hanno presentato evidenza palmare dei rapporti impropri fra Autorità e politica. La “composizione delle Authority è ispirata interamente da criteri politici”, ha scritto Caldarola. È vero: i vertici della Consob sono nominati su proposta del Presidente del Consiglio, quelli dell’Antitrust sono scelti d’intesa da Presidente della Camera e Presidente del Senato (sommo sigillo di bipartisanship, al  crepuscolo della prima repubblica quando fu scritta la legge, e non più oggi), quelli della Autorità per l’energia sono nominati dal governo con “ratifica” delle commissioni parlamentari. Qualcosa di simile avviene per il Presidente dell’AGCOM, mentre i componenti sono tali per elezione in sede di commissione parlamentare. L'Agcom ha otto commissari: otto è un bel numero tondo, che si presta alla lottizzazione. Così, dopo le intercettazioni di Trani, i lettori sono stati informati del fatto che Giancarlo Innocenzi è (naturalmente) in quota Berlusconi, mentre invece Michele Lauria galleggia in orbita Pd.  E abbiamo gioco facile a denunciare l’ennesimo scandalo italiano, le autorità indipendenti solo di nome.

Premessa. Dire che Innocenzi abbia commesso una “leggerezza” è poco. Certe telefonate sarebbe meglio non prenderle, nella sua posizione. In un altro Paese, si avrebbe l’accortezza di non alzare il ricevitore. Tuttavia, magari si troverebbero con altri stratagemmi luoghi d’incontro e modi per tenere aperta una linea.

Le autorità sono indipendenti, non lunari. Per forza sono composte da persone che vivono nel mondo, la cui “chiara fama” si sostanzia in un percorso professionale o politico che li ha portati senz’altro a contatto coi soggetti che sono interessati dalle loro decisioni e per le quali, diciamola tutta, l’interazione con i regolati è importantissima. Certo, c’è la questione della “cattura” del regolatore, cui ha alluso Caldarola. Ma il regolatore è “catturato” quasi per definizione: farà scelte che di volta in volta fanno più piacere al concorrente A, al concorrente B, o all’associazione di consumatori C. Questo significa che le Authority decidono sempre male?

No, perché anche quella finzione giuridica che è l’indipendenza può prendere corpo. A questo proposito, però, più ancora che la schiena dritta dei commissari conta il ruolo che decide di giocare la stampa. Che il commissario X o quello Y tendano ad interpretare un punto di vista più vicino a Tizio o a Caio è noto di norma ben prima che escano i tabulati delle intercettazioni. L’indipendenza dovrebbe essere “forzata” da un’opinione pubblica non asservita ed attenta. Come nulla al mondo neanche l’indipendenza delle autorità esiste nel vuoto pneumatico. Ogni “approssimazione” dell’ideale dell’indipendenza è data da meccanismi in parte istituzionali, in parte reputazionali, in cui moltissimo conta la capacità reattiva del mondo politico ed economico.

Paradossalmente, è proprio per “realizzare” l’indipendenza che esiste quella “lottizzazione” da manuale Cencelli che nel caso dell’Agcom è progettata con precisione certosina.

È un meccanismo da prima repubblica, o da Cda Rai? Indubbiamente, ma in nessun altro Paese l’Agcom avrebbe il ruolo che ha da noi. Un ruolo apertamente politico: perché il leader del partito di maggioranza è anche il proprietario di metà dei canali televisivi, e lo Stato ha l’altra metà. Chi, fra quanti si occupano di televisione in Italia, non ha mai incrociato professionalmente il capo del governo o i suoi?

Il problema non è la revolving door, il fatto che i commissari siano pescati dai ranghi dell’impresa o della politica. Il problema sta in ciò che viene regolato. Pensare che un’Authority abbia come uno dei suoi compiti principali la “tutela del pluralismo”, per disciplinare i programmi di informazione e di politica, è in parte antistorico: si tratta di norme scritte quando pareva che la televisione avesse le chiavi del futuro dell’informazione, prima di Internet, social network e YouTube. In parte, però, è proprio la logica ad essere perversa: costringere alla supervisione da parte di un’autorità indipendente proprio ciò che “indipendente” non può essere per definizione, cioè il perimetro del dibattito pubblico. L’Agcom, per come è, è un sottoprodotto del berlusconismo e della permanenza in mani pubbliche della Rai. Cadessero l’una o l’altra di queste condizioni (Berlusconi non fosse più in politica, o la Rai venisse privatizata), cambierebbe tutto.
Allora, che persone nominate dalla politica per svolgere un ruolo politico subiscano influenze politiche è la scoperta dell’acqua calda. Giancarlo Innocenzi avrà sbagliato a telefonarsi con Berlusconi, ma è ingeneroso decretarne l’inadeguatezza per ragioni di appartenenza, o per l'essersi occupato di tv in passato.

Se vogliamo Autorità più indipendenti, il primo passo è occuparci con regolarità di quello che fanno, cercare di renderne partecipe l’opinione pubblica. Il secondo passo è smettere di pensare che tutto il regolabile debba essere regolato, più o meno “indipendentemente”. L’innovazione tecnologica batte la legge Mammì, la libertà di telecomando funziona meglio della par condicio. Meno il regolatore regola, meno è dannosa la sua “cattura”, più inutili diventano le sfuriate telefoniche dei potenti. 

Da Il Riformista, 16 marzo 2010
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