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Spezzatino Eni: l’assedio a Scaroni
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L’Eni difende la sua struttura conglomerata in nome delle sinergie, delle quali però Knight-Vinke nega di trovare evidenza
Knight-Vinke batte dove la regolazione duole. Il fondo attivista americano, che controlla direttamente l’1 per cento dell’Eni e altrettanto indirettamente, insiste (anche oggi riproposizione dell’ormai nota lettera del 4 novembre 2009) nella campagna per dividere l’Eni in due o tre tronconi: una OilCo. per le attività upstream, una GasCo sul mercato a valle, e una NetCo. con in pancia le infrastrutture. Secondo il fondo, emergerebbero così circa cinquanta miliardi di euro di valore “nascosto”.

L’Eni difende la sua struttura conglomerata in nome delle sinergie, delle quali però Knight-Vinke nega di trovare evidenza. Come ha notato sull’odierno Corsera Massimo Mucchetti, il breakup dell’Eni avrebbe il vantaggio di spostare i circa venti miliardi di euro di debito sulle spalle della utility, liberando la OilCo. dagli attuali vincoli finanziari. Inoltre, spostare le reti in una società non più verticalmente integrata, risponderebbe alle accuse di anticompetitività della commissione europea e dell’Autorità per l’Energia. Il tutto con teorica soddisfazione del Tesoro, che vedrebbe lievitare il valore del suo portafoglio.

Perché allora, se tutti sembrano aver da guadagnarci, Paolo Scaroni e i suoi remano contro? Una possibile risposta sta nel fatto che l’Eni potrebbe trarre sinergie “informali” derivanti dall’integrazione verticale. Tali sinergie non potrebbero essere apertamente dichiarate, perché in contraddizione con gli obblighi regolatori. Se fossero significative, in qualche maniera avrebbero una ricaduta economica, di cui difficilmente Knight-Vinke potrebbe non accorgersi.

Una seconda interpretazione è che le sinergie siano di natura squisitamente politica: l’Eni si presta alla politica industriale e occupazionale del governo, e il governo ne segue le direttive di politica estera. Questo equilibrio viene messo in crisi da tre fattori: le sollecitazioni del mercato, veicolate da Knight-Vinke; i dubbi americani sull’atteggiamento troppo filo-russo; e da ultimo il pressing di Bruxelles per la cessione dei gasdotti internazionali che sarebbe ormai in dirittura. Anche se le modalità sono tuttora oggetto di delicato confronto.

A questo proposito l’ipotesi di una vendita alla Cassa depositi e prestiti avrebbe tutto il sapore di una prosecuzione del controllo Eni con altri mezzi. Si tratterebbe di una reazione difensiva a un attacco che è destinato a intensificarsi. Un fatto è certo, nel lungo termine, l’Europa avrà sempre più bisogno di mercati energetici competitivi, e sempre meno pazienza coi monopolisti pubblici. La scelta che oggi Scaroni è chiamato a compiere è tra fare di necessità virtù, oppure tappare con le dita i buchi di una diga che scricchiola.

Da Quotidiano Energia, 26 gennaio 2010
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