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La crisi che sembra avviarsi a conclusione non è stata prodotta dal fallimento del mercato ma dagli errori della politica che hanno impedito ai mercati di funzionare correttamente
Il giornale della Confindustria ha recentemente dato risalto alle opinioni di Richard Posner, uno degli esponenti di primo piano dell’analisi economica del diritto dell’università di Chicago, secondo cui “Keynes ha vinto e la Scuola di Chicago ha perso”. Posner, giudice federale, veniva considerato un illustre “associato” della scuola di Chicago di Economia, sia perché la sua produzione scientifica conferma l’ampia applicabilità del metodo dell’economia, che è l’essenza dell’insegnamento di Milton Friedman, sia perché per esempio attraverso il blog prodotto assieme a Gary Becker sembrava un sostenitore convinto del liberalismo di Chicago. “Associato” perché giurista e non economista, ma pur sempre “one of us”. La sua dichiarazione sulla vittoria del keynesianismo seguita alla crisi dei mercati finanziari sembrerebbe paragonabile al proverbiale caso del crociato cristiano folgorato dal dubbio che Maometto avesse ragione.

Prima di occuparmi di Posner, tuttavia, vorrei fare una considerazione di altro genere: come mai 24 ore attribuisce tanta importanza alla tesi di Posner? Milton Friedman era convinto che la libertà avesse soprattutto due categorie di nemici: gli industriali e gli intellettuali. I primi vogliono la libertà per gli altri ma non per sé. Sono entusiasticamente favorevoli alla concorrenza e al libero mercato per gli altri, per sé preferiscono chiedere sussidi, sgravi fiscali e, soprattutto, protezioni doganali e tariffarie. Gli intellettuali, invece, sono intransigenti difensori delle proprie libertà – nessuno deve dir loro cosa scrivere, dipingere, musicare, eccetera, ma molto meno propensi a che gli altri siano liberi di decidere cosa, quanto e come produrre quello che gli pare. Agli altri cosa fare deve essere se non imposto almeno suggerito dal potere politico.

Il risalto dato dal quotidiano confindustriale alla conversione di Posner sulla via di Damasco puzza un po’ di bruciato: il liberismo impone agli industriali la responsabilità – chi sbaglia sopporta il costo dei suoi errori – la versione italica del keynesianismo invece garantisce meccanismi di protezione degli imprenditori dalle conseguenze dei loro errori. Se fosse così saremmo in presenza di un’ovvia applicazione della legge di Friedman.

Venendo a Posner, temo di trovarmi nella impossibilità di condividere il suo punto di vista. La crisi che sembra avviarsi a conclusione non è stata prodotta dal fallimento del mercato ma dagli errori della politica che hanno impedito ai mercati di funzionare correttamente, esattamente come accadde con la Grande Depressione. Ma prima di esaminare la dinamica degli eventi che hanno condotto alla crisi, guardiamo a quanto accaduto prima, negli ultimi trent’anni.

Alla fine degli anni ’70 il Regno Unito era il grande malato d’Europa, al punto che Samuel Brittan si sentì spinto a scrivere un saggio dal titolo How British Is the British Sickness?, “Quant’è britannica la malattia britannica?”1. Poi arrivò la Thatcher. Negli Stati Uniti, alla fine degli anni ’70, l’economia era nel caos: il “misery index” (la somma dei tassi d’inflazione e disoccupazione) superava il 20%. Poi arrivò Ronald Reagan.

La rivoluzione di Reagan inaugurò una delle espansioni più grandi e durature della storia degli Stati Uniti, mentre il successo delle politiche della signora Thatcher fu così evidente che nessun governo laburista successivo tentò mai di annullarle. Noi liberali abbiamo seguito questi sviluppi con eccitazione ed entusiasmo: il capitalismo funzionava davvero – la libertà economica era un potente motore del progresso economico, sociale e scientifico, oltre che un metodo molto efficace per favorire una prosperità diffusa.

Comprensibilmente, chi invece credeva nello statalismo non condivideva il nostro entusiasmo. Per loro gli sviluppi degli ultimi trent’anni non erano fonte di gioia. La maggiore libertà nel commercio internazionale produceva dei benefici innegabili per tutti i paesi coinvolti, confutando la necessità di protezionismo; i liberi movimenti di capitali imponevano una certa disciplina a tutti i governi del mondo; la riduzione delle percentuali di tassazione promuoveva la crescita; e tutte le argomentazioni di chi credeva nel libero mercato sembravano trovare un innegabile conferma. Fu un vero incubo per i nostri avversari. È comprensibile, quindi, che stiano gioendo così tanto dell’attuale crisi: non è forse una dimostrazione del grande danno fatto al mondo dal “capitalismo sregolato”, dalla nefanda influenza di Hayek, Friedman e della scuola di Chicago?

Per loro sfortuna, tuttavia, la crisi non li aiuta affatto perché non è stata il risultato del fallimento dei mercati ma, come accennato, di errori politici. La decisione di Clinton di esentare gli aumenti di valore immobiliare fino a 500.000 dollari dalle imposte fece affluire capitali che avrebbero potuto essere altrimenti impiegati verso l’investimento immobiliare, contribuendo a far crescere il prezzo delle case. La decisione, voluta con forza dai democratici con in testa Obama, di espandere il ruolo di Freddie Mac e Fanny Mae, due giganti parastatali operanti nel credito immobiliare, e di costringerli a concedere mutui anche a chi non presentava le necessarie garanzie fece ulteriormente crescere il prezzo delle case, dando vita alla bolla immobiliare ed alla dilatazione del mercato dei “subprime”. Contemporaneamente, Alan Greenspan, per impedire un rallentamento della crescita, conduceva una politica monetaria irresponsabilmente espansiva, garantendo sì che i tassi d’interesse restassero bassi ma inondando al contempo di liquidità l’economia americana.

L’espansione monetaria non produsse aumento dei prezzi dei beni di consumo, perché l’aumento delle importazioni fece da calmiere, ma creò la bolla azionaria e contribuì a rendere ancora maggiore quella immobiliare. Fintantoché i prezzi delle case aumentavano ed il tasso d’interesse restava basso, tutto andava nel migliore dei modi ma, non appena il prezzo delle case prese a diminuire ed il tasso ad aumentare, le bolle scoppiarono e si ebbe la crisi.

Con buona pace dei sinistrati e di Posner, quindi, la crisi non significa affatto che la scuola di Chicago abbia perso né tantomeno che abbia vinto Keynes. Il mercato non esce sconfitto dagli ultimi eventi e non posso fare a meno di essere ottimista. In tutta la storia umana, ma soprattutto negli ultimi trent’anni, la libertà economica ha fornito un’ampia e sicura dimostrazione della sua superiorità rispetto a qualsiasi altro tipo di accordo sociale. Nessuno, tranne che in Birmania e alla Harvard University, oggi ritiene che vi siano alternative migliori al libero mercato. Solo un’assoluta follia può far imboccare all’umanità la direzione sbagliata. Il mercato, una delle più grandi scoperte del genere umano, durerà, nonostante i tentativi dei politici di sopprimerlo.
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