Più che scagliare la prima pietra contro la scienza economica bisognerebbe invitarla a seguire la più autentica sua vocazione: capire il mondo, non prevederlo e guidarlo
L’economista come astrologo? Bisogna distinguere, nelle polemiche di questi giorni, due aspetti. Quello più evidente è il segno pretestuoso che le contraddistingue, gli economisti come parte per il tutto, simbolo di un preteso “establishment”, di sinistri “poteri forti”, che alcuni esponenti politici, pur facendone parte a pieno titolo e non da oggi, amano intestarsi come nemico. Quello meno evidente è invece la questione di merito. Il ruolo degli economisti nella società – la loro capacità, soprattutto, di mantenere le molte promesse di cui si sono caricati, divenendo nel corso del secolo scorso i più ascoltati consiglieri del principe.
Sullo sfondo, c’è una questione, che è di metodo: l’ambizione predittiva della scienza economica viene associata alla forte tendenza alla “modellizzazione”, alla stilizzazione della realtà. Già nella Caritas in veritate, Benedetto XVI aveva biasimato “l’eccessiva settorialità del sapere” auspicando un “allargamento del nostro concetto di ragione e dell’uso di essa”. Ma questo è tutt’altro che scagliare la prima pietra contro la scienza economica. Vuol dire, forse, invitarla a seguire la più autentica sua vocazione. La nascita dell’economia viene fatta convenzionalmente risalire alla pubblicazione della “Ricchezza delle nazioni” di Adam Smith (1776). Adam Smith era un filosofo morale, autore di una “Teoria dei sentimenti morali” a torto contrapposta, nell’argomento e nelle sfumature, al suo più celebre capolavoro.
La “Teoria dei sentimenti morali” è un trattato sulle relazioni fra persone nel piccolo gruppo, sulla “simpatia” come collante delle comunità, sull’importanza della “coscienza” (lo “spettatore imparziale” che giudica nel foro interno il cammino di ciascuno) nell’orientare l’azione. La “Ricchezza delle nazioni” è un grande libro sulle relazioni fra persone nella società estesa, sugli “effetti della divisione del lavoro”. Le due cose non sono in tensione: vanno assieme, nell’orizzonte di una grande teoria sociale. L’economista come filosofo, l’economista come tecnico. La distanza che passa fra i due è il rullo della storia degli ultimi cent’anni. Gli economisti sono cambiati nella misura in cui si sono “specializzati”, da poche grandi figure sono diventati uno stormo infinito di “professionisti”, hanno partecipato come tutti di quella “parcellizzazione del sapere” che è inevitabilmente collegata ad una crescente specializzazione. La divisione del lavoro produce benefici anche in quest’ambito, a scolorire è pian piano l’immagine dell’“uomo rinascimentale”, del grande intellettuale di onnivore ambizioni. Soprattutto, però, si è andata affermando l’ambizione di trasportare interamente nelle scienze sociali il metodo delle scienze esatte, e con esso una comprensione falsata, bidimensionale, dell’agire umano. Questo fatto assume importanza perché, nel crepuscolo degli idoli, ci si è rivolti agli economisti con domande diverse da quella di contribuire alla nostra comprensione del mondo.
In “Capitalismo, socialismo e democrazia”, Joseph Schumpeter predisse il crollo del capitalismo per l’affermarsi di una classe intellettuale profondamente ostile al mercato. La diffusa ignoranza economica avrebbe inevitabilmente aperto lo spazio a ideologie illiberali, proprio perché la funzione cardine di un’economia libera, quella dell’imprenditore, è difficile ai più da comprendere, e legata a un cambiamento vorticoso, avvertito come pericoloso.
La profezia di Schumpeter si è avverata a metà. Il capitalismo non è crollato, ma questa ostilità alla funzione imprenditoriale, alla natura continuamente cangiante della concorrenza di mercato, ha contagiato anche gli economisti. Perché stupirsi? Il grande tema culturale del Novecento è stato il rifiuto dell’incertezza e della trasformazione. L’illusione che la società e l’economia fossero marchingegni enormemente complicati di cui una classe di esperti poteva trovare il bandolo, rendendo la vita dei sudditi confortevole e prevedibile, è il leit motiv del secolo. Il consigliere del principe ne esce rinfrancato nel suo ruolo: che non è di interpretare il mondo, ma di contribuire a cambiarlo.
Per carità: non in tutti gli econometrici si cela un pianificatore, e neppure tutti gli economisti sono pronti a sacrificare la realtà sugli altari dei modelli. Al contrario, i loro interessi “sociali”, la propensione ad intervenire nel dibattito pubblico, l’ambizione di contrastare dilaganti pregiudizi sono tipici della categoria dai tempi, per l’appunto, dello Smith che mise alla sbarra il mercantilismo. Le critiche di questi giorni colgono nel segno, nella misura in cui segnalano una “impressione” che va diffondendosi nella società. E andrebbero utilizzate non per accendere roghi, ma per rileggere pagine dimenticate.
Da Il Riformista, 5 gennaio 2010