Il Misery Index punì il Presidente democratico
Indici e classifiche sono sempre sintetici - e per questo, controversi. È anche il caso del nuovo Misery Index prodotto da un gruppo di economisti di Moody’s coordinati da Pierre Cailleteau. Il Misery index "originale" reca la firma di Arthur Okun, noto anche per essere stato il presidente del Council of Economic Advisors con Johnson. L’indice di Okun considerava la somma del tasso d’inflazione e del tasso di disoccupazione (venne poi rivisto e ampliato da Robert Barro). Fu Jimmy Carter a farne uso come strumento di propaganda elettorale, additando agli elettori un Misery Index del 13,75% come prova che un partito che aveva “immiserito” l’America a quel punto dovesse essere mandato a casa. Quattro anni dopo il suo arrivo alla Casa Bianca, il Misery Index era al 20% - offrendo il destro a Ronald Reagan. Reagan lo ridusse vistosamente. Perché, e questo è quel che conta, alla fine dei suoi due mandati l’inflazione era scesa al 4,4% dal 12,5 e la disoccupazione era passata dal 7,6 al 5,5%.
L’Indice elaborato da Cailleteau non considera l’inflazione per mettere assieme deficit di bilancio e disoccupazione. Il risultato è una fotografia in parte sorprendente, con la Repubblica ceca, l’Italia e la Germania Paesi “virtuosi” - e invece la Spagna maglia nera, sostanzialmente per l'alta disoccupazione.
Il fatto più rilevante è il posizionamento degli Stati Uniti, soprattutto perché lo stesso Indice elaborato per il 2000 li avrebbe visti al terzo posto dopo Islanda e Irlanda (altri Paesi oggi in difficoltà). La medaglia di bronzo sarebbe stata allora attribuibile alla “continenza fiscale” di Clinton, che consegnò a George W. Bush un bilancio in attivo.
Anche al netto degli effetti della crisi sull'occupazione, le cose sono indubbiamente cambiate: Bush non è certo stato un “fiscal conservative”, e Obama non ha mai neppure preteso di esserlo.
Dal momento che nel periodo 2007-2010 si prevede che negli Stati Uniti la spesa pubblica aumenti di un valore pari al 6,3% del PIL, il deficit di bilancio dell‘11,4% del PIL e il debito pubblico del 28% del PIL, mentre in Italia le proiezioni sono di aumenti assai più modesti (pari rispettivamente al 3,2%, al 3,2% e al 12,0% del PIL), Vito Tanzi ha parlato di “strade convergenti” fra il nostro Paese e gli USA. Convergenti soprattutto perché loro “peggiorano”: il debito pubblico americano dovrebbe superare il 100% del PIL nel 2023.
Rinunciando alla sfera di cristallo, è il trend a preoccupare. Se l’Amministrazione Bush verrà ricordata anche per non essere riuscita a tener fede alle promesse di riforma del sistema previdenziale, l’approccio di Obama alla sanità, qualsiasi opinione se ne abbia, non va certo nella direzione di una razionalizzazione della spesa. Il tutto si somma naturalmente agli interventi straordinari che, da questa fotografia, non sembrano neppure aver fermato l’emorragia di posti di lavoro.
È per questo che, come l’indice di Okun per Carter, quello di Cailleteau si è già trasformato in strumento di polemica politica per l’American Spectator e può piacere a quei repubblicani che, a partire dall’emergente Paul Ryan, riconoscono nell'Amministrazione degli "ideologi” votati a trasformare l’America in una società “vieppiù dipendente dal governo”. È una lettura sempre meno minoritaria nell’opinione pubblica USA - come dimostra l’esplosione dei tea parties e l’impressionante “marcia su Washington” che lo scorso settembre ha portato quasi un milione di americani a protestare contro le politiche obamiane. L’eventuale ricorso all’inflazione per “smaltire” il debito esacerberebbe solamente l’irritazione popolare.
Sul rigore e sull’utilità dell’Indice di Moody's, saranno gli economisti di finanza pubblica a pronunciarsi. Le preoccupazioni per la smodata crescita della spesa pubblica sono patrimonio di una cerchia ben più ampia. In questo, gli americani sono ancora molto diversi da noi. Per loro fortuna.
Da Il Sole 24 Ore, 21 dicembre 2009