Un'istruttoria lunga dieci anni ha partorito un clic
Nella nuova Commissione europea, il portafoglio della Concorrenza passerà dalle mani di Neelie Kroes a quelle di Joaquin Almunia. Proprio per questo, la Commissaria olandese ha voluto chiudere il mandato mettendo il suo sigillo ad un accordo con Microsoft, che pone fine alla “guerra dei browser” che da anni vede coinvolta l’azienda di Seattle. Il primo colpo di fucile fu esploso in America, quando l’inserimento di Internet Explorer in Windows fu visto come una mossa sleale da Netscape. Il giudice Jackson avrebbe voluto smembrare in due l’impresa fondata da Bill Gates: una parte avrebbe prodotto il sistema operativo, l’altra ogni diversa applicazione. La decisione venne smentita dall’appello del 2001, quando per Microsoft cominciava il calvario europeo. Al centro del contendere sempre la scelta di regalare un altro software, stavolta un lettore multimediale, con il sistema operativo. La condanna e la maxi-multa della Commissione furono in realtà solo la prima stazione di un percorso accidentato, che ha visto la softwarehouse incorrere in altre sanzioni a Bruxelles fino a ieri.
La storia si ripete sempre due volte, la prima volta in tragedia la seconda in farsa. La guerra dei browser era ricominciata con un esposto degli svedesi di Opera, ed è finita senza incidenti e senza passione: con Microsoft che da marzo proporrà a chi acquisti un PC con il suo sistema operativo la scelta fra il suo ed altri dodici browser.
Per la signora Kroes, è stata la capitolazione volontaria di un avversario tenace. Dal punto di vista dell’utente, con questa soluzione si risparmieranno un paio di clic: tanto costava aprire il browser di Microsoft per andarne a scaricare un altro. Ormai la fruizione di Internet è inseparabile dall’acquisto di un PC: avere un browser immediatamente utilizzabile è nell’interesse degli utenti. Per i concorrenti, contribuisce comunque a creare ed attrezzare una domanda. Lo sviluppo di alternative ad Explorer è stato possibile e fruttifero. I “dodici” beneficiari di questo accordo sono lì a testimoniarlo.
Tuttavia, se nella politica della concorrenza come nella politica tout-court i simboli contano, siamo a una svolta.
A Microsoft è stato cucito addosso il cliché del monopolista. È stata sovente rappresentata come un’impresa anchilosata, per giustificare l’impianto teorico alla base delle contestazioni. Che, cioè, la sua posizione dominante nel settore dei sistemi operativi per computer da scrivania fosse “traslabile” in altri ambiti, proprio attraverso quelle scelte legate all’apparente “regalo” di nuove applicazioni ai suoi utenti. Si tratta di un approccio già confutato da Robert Bork nel suo celeberrimo The Antitrust Paradox. A Policy at War With Itself (1978), ma che ha trovato nuovo vigore proprio con i diversi “casi Microsoft”.
Oggi che Bruxelles e Seattle siglano la pace, è possibile vedere in filigrana un posizionamento diverso da parte di Microsoft. La sua reputazione si è evoluta, non solo in conseguenza di un consapevole lavoro di pubbliche relazione ma anche perché si è spostata la frontiera tecnologica.
Tuttavia, proprio quanto accaduto in questi anni dovrebbe raccomandare alle Autorità un supplemento di cautela, per il futuro. Dal punto di vista imprenditoriale, la scelta di integrare sistema operativo, browser e lettore multimediale era corretta. L’abbiamo capito dopo, ma quando Bill Gates l’ha fatto, eravamo alla vigilia di un cambiamento importante delle nostre aspettative e dei nostri consumi tecnologici. Proprio i cambiamenti di questi anni ci dimostrano che è difficile definire a priori cosa sia un “prodotto” (nello specifico, un sistema operativo). Farlo spetta alle imprese stesse, in un continuo affinamento che cerca di venire incontro se non di anticipare le domande dei consumatori. L’avere successo nell’anticipare tali domande può portare al consolidamento di posizioni marcatamente “dominanti”, che però in assenza di protezioni pubbliche restano “sfidabili” in un contesto di mercato dagli eventuali concorrenti. I quali avranno tanto più successo, quanto più riusciranno anche loro a segnare una discontinuità, in termini di tecnologia o di strategie.
La politica della concorrenza rischia di essere anacronistica, perché non riesce a tenere il passo dell'innovazione. Il gigante IBM sembrava un monopolio così pericoloso da guadagnarsi tredici anni di indagini antitrust: certe preoccupazioni, col senno di poi, ci appaiono davvero ingenue. Vedremo come rileggeremo in futuro il caso Microsoft.
Da Il Sole 24 Ore, 18 dicembre 2009