Adesso che sembra che la fine del mondo possa attendere, la politica può fare la politica. Creerà consenso per sé non facendo cose utili - ma cose che strappano l’applauso
Scartabellando fra le nuove proposte di Obama (su
www.italiafutura.it), Nicola Rossi sembra convinto che sia cominciata una “fase due della crisi”, che “vedrà la politica economica camminare su un sentiero molto stretto, delimitato da un lato dalla onda lunga della disoccupazione che caratterizzerà i prossimi mesi e dall’altro dalla necessità di cominciare a disintossicare il sistema dalle massicce risorse pubbliche che vi sono state riversate nel più recente passato”. Per Rossi, questa strada “non necessariamente ha bisogno di nuove risorse pubbliche” - quel che più conta, è uscire dall’immobilismo.
Spero che Nicola Rossi abbia ragione, temo però che la seconda fase nella “gestione della crisi” si apra sotto un segno diverso. Negli ultimi giorni ne abbiamo avuto un saggio, con la
windfall tax inglese sui bonus dei banchieri.
Il retroterra di una scelta come questa sta ovviamente nella gestione della crisi che abbiamo avuto sino ad ora. I salvataggi pubblici (che Gordon Brown non ha lesinato) hanno consolidato negli elettorati quella che era da sempre un’impressione molto forte. Che, cioè, nella contrapposizione fra economia e finanza la seconda prendesse dalla prima più di quanto non desse. I lettori di questo giornale sanno che non è vero, che creare tensioni artificiose fra “economia reale” e “finanza”, come se l’una cosa potesse andare senza l’altra, serve solo a confondere le acque. Ma i lettori di questo giornale sono minoranza nella minoranza. E l’impressione che la crisi ha restituito agli elettorati si può semplicemente riassumere così: perché gente che ha fatto tanto casino, ha guadagnato tanti soldi?
Ecco che arriva, puntuale come il tè delle cinque, la tassa sui bonus. Pensata da Brown e Darling in vista delle prossime elezioni, certo. “Aggirabile”, rispetto alle remunerazioni effettive dei manager, in mille modi: per esempio, cambiando il bilanciamento fra parte variabile e parte fissa, tornando così in qualche modo “indietro” rispetto all’era dei bonus e delle
stock options. O facendo come Goldman Sachs: bonus in azioni, non vendibili prima di cinque anni. Eppure, la tassa serve allo scopo. C’è un colpevole, e chi governa lo costringe a pagar pegno. Un anno - possono dirci Brown, Merkel e Sarkozy - non è passato invano.
C’è del buon senso nell’idea che, se siamo tutti senza volerlo azionisti di certe grandi istituzioni finanziarie, ci si debba attivare perché non ci costringano più a ricapitalizzarle a un passo dall'abisso. E’ il problema del “too big to fail”, che gli Stati non hanno in nessun modo risolto quest’anno. Hanno anzi creato più azzardo morale di quanto ve ne fosse prima della crisi. Ne arrivasse un’altra, i contribuenti del mondo scoprirebbero di essere azionisti inconsapevoli di un numero ancora superiore di banche. Perché il messaggio è stato chiarissimo: se sei grosso, non ti faccio fallire. E per questo, perché tu non abbia bisogno di me, cerco di condizionare il tuo comportamento.
Ieri Luigi Zingales ha spiegato benissimo, sul
Sole 24 Ore, perché i super-bonus possono davvero segnalare un problema: “ai dipendenti di un’istituzione fortemente indebitata conviene prendere i soldi”. E “sfortunatamente, nemmeno gli azionisti hanno un grosso incentivo a fermarli, poiché il costo maggiore ricade sui creditori”. Questo cortocircuito è al centro di tante questioni di
governance societaria, che la crisi ha mostrato in tutta la loro gravità. Riallineare gli interessi di manager, azionisti e creditori è senza dubbio molto complesso. Proprio per questo c’è bisogno che sia il mercato ad esercitarsi sul tema. Che cento fiori sboccino, che ognuno cerchi la sua strada. In modo che si possa sbagliare e apprendere assieme.
Detto questo, la tassa sui bonus è ovviamente un’invasione di campo. Quanto e come i manager debbano essere remunerati è decisione che spetta ai proprietari di un’azienda - non ai governi. E “come” e “quanto” pagare qualcuno non sono mai domande triviali. Né per chi deve premiare e stimolare un impiegato, né per chi deve incentivare nel modo più corretto un top manager.
Se sommiamo tassa sui bonus, il periodico ritorno della “Tobin tax” sui giornali (ma è opportuno notare che quella che al G8 di Genova, solo otto anni fa, era la bandiera dei no global oggi è sventolata da due leader conservatori come Sarkozy e Merkel), i progetti che prendono corpo di nuove autorità di regolazione, diventa più difficile sottoscrivere l’ottimismo di Nicola Rossi.
I governi non sono interessati allo sviluppo dell’economia, come non sono interessati al benessere dei sudditi. Misure favorevoli allo sviluppo (per esempio, riduzioni fiscali) sono strumentali alla creazione del consenso. Ma una basilare conoscenza della psicologia umana ci dice che ogni tanto è più facile farsi apprezzare infettando i sani che curando i malati. La rabbia è una potente emozione politica.
I grandi della Terra, nell’ultimo anno, hanno parlato di rifare la finanza globale. L’incubo di un
meltdown era “paralizzante”, in senso buono. Nell’incertezza assoluta,
primum vivere. Così, il tempo delle decisioni coraggiose è stato rimandato a data da destinarsi. Adesso che sembra che la fine del mondo possa attendere, la politica può fare la politica. Creerà consenso per sé non facendo cose utili - ma cose che strappano l’applauso. Per questo è probabile che il secondo tempo della crisi faccia più male del primo.
Da
Il Riformista, 13 dicembre 2009