Per l’ennesima volta nella sua storia, la razza umana è pronta a giocarsi il futuro sulla base di teorie e previsioni discutibili
Hanno ragione i leader delle organizzazioni ambientaliste. Quando si parla di riscaldamento globale, bisogna sempre partire dai dati. E il dato per antomasia è questo. Se non facciamo niente, e continuiamo anzi testardamente ad andare avanti come fatto sin qua, la temperatura aumenterà di 2,8 gradi centrigradi nel corso dei prossimi cento anni. Ora, è sbagliato minimizzare. Per me che vivo a Milano, questo significa che fra cent’anni potrò aspettare una settimana in più, grosso modo in questo periodo, per passare dal soprabito al cappotto. Nei miei armadi, ho troppi cappotti e troppo pochi soprabiti, per fronteggiare una situazione di questo tipo. Ma un centinaio di anni mi pare un tempo congruo, per adattarmi dismettendo pian piano i cappotti (quando lo sfilacciarsi renderà loro impossibile continuare a prestare degnamente servizio) e investendo con parsimonia e lungimiranza in giacche più leggere. Il caban mi si offre come interessante soluzione mediana.
In realtà, una buona parte del mondo della scienza (diciamo pure: la vasta maggioranza dei climatologi) sostiene che le cose siano un po’ più complicate, e l’aumento di oltre due gradi di temperatura potrebbe innescare reazioni impreviste. Diciamo pure: imprevedibili, perché le serie storiche a loro disposizione coprono uno spicchio della storia umana sulla terra (il termometro è un’invenzione relativamente recente, si parla del Settecento, dei signori Fahrenheit e Celsius). E quindi non sappiamo bene come si comportasse il clima nel passato. La natura, sfortunatamente, usa orologi che misurano il tempo in altra maniera, rispetto a quella cui siamo abituati. Gli anni sono battiti di ciglia, nella vita del pianeta. A Copenhagen, la settimana prossima, i leader del mondo si troveranno a cercare di mediare l’uno con l’altro e ad accusarsi a vicenda di insensibilità per il destino del globo - in nome di una teoria sviluppata sulle informazioni che un battito di ciglia ci può dare.
Il problema è che questa teoria ci chiede un enorme sacrificio. Secondo la McKinsey, ridurre i gas serra del 35 per cento, rispetto al 1990, entro il 2030 costerebbe a livello mondiale dai 200 ai 350 miliardi di euro l’anno per i prossimi 20 anni. Per darvi un’idea, il PIL del nostro Paese nel 2007 veleggiava attorno ai 1.535 miliardi di euro. Il mondo dovrebbe dunque “bruciare” ogni anno, per vent’anni, qualcosa di paragonabile a un quinto delle attività economiche che vengono svolte nel nostro Paese.
Gli economisti, come sempre, si dividono sulle stime. Uno studioso che sostiene che contro il riscaldamento globale si debba agire, e presto, e possibilmente a Copenhagen, Martin Weitzman di Harvard, per dire che non possiamo permetterci l’inerzia usa un esempio suggestivo. Agire contro il riscaldamento globale oggi (ovvero aumentare il prezzo delle tecnologie inquinanti, con tutti gli effetti dell’aggravio su imprese e consumatori) è come comprare una polizza assicurativa ai nostri nipoti. Non sappiamo se e come i cambiamenti climatici produrranno dei disastri: ma, nel dubbio, assicuriamoci.
Come per le polizze, però, il problema è quanto costa. Weitzman minimizza e suggerisce (sul supplemento dell’Economist di questa settimana) che costerebbe “uno o due o al massimo tre punti di PIL”. A parte il fatto che due è il doppio di uno, e tre è il triplo di uno, credo dovremmo tutti evitare di farci abbagliare dai numeri. Ai giornali piace spararne a raffica - come in una sorta di lotteria permanente. Dietro i numeri, però, ci sono le persone. E rinunciare a un due, o addirittura, a un tre per cento del PIL mondiale vuol dire mettere in brache di tela le persone che quel due per cento del PIL lo generano.
Va precisato che il conto lo pagheranno soprattutto i Paesi in via di sviluppo, per cui il costo-opportunità è maggiore. Ma anche noi daremo il nostro contributo. Perché il grande accordo su cui ci si accapiglierà a Copenhagen, alla fin si riduce a questo: come aumentare il prezzo dell’energia per tutti. E se aumenta il prezzo dell’energia, aumenta il costo di tutti i beni e i servizi che hanno bisogno di energia per essere forniti, cioé aumenta il costo di tutti i beni e di tutti i servizi, e quindi diminuisce il nostro potere d’acquisto. Per chi vive in una economia in transizione, è anche peggio: perché diminuiscono anche le sue stesse probabilità di trovare lavoro e sostenersi economicamente.
Matthew Sinclair, della britannica TaxPayers’ Alliance sostiene che già oggi il sistema europeo di scambio delle emissioni costi ai consumatori italiani 3 miliardi di euro all’anno. Berlusconi ci pagherebbe ottantaquattro anni di assegni di mantenimento di Veronica. È un prezzo modico per la salvezza del pianeta? Uno dei migliori climatologi del mondo, Richard Lindzen, ci ha ricordato sul Wall Street Journal del 30 novembre che il dibattito sul clima è tutto fuorché chiuso. Che i gas serra restano un puzzle per chi li studia. Che i dati sono troppo poco e troppo viziati dal “rumore di fondo” per fare previsioni attendibili. Non siamo sicuri che il sol dell’avvenire fonderà i ghiacci.
Per l’ennesima volta nella sua storia, la razza umana è pronta a giocarsi il futuro sulla base di teorie e previsioni discutibili, se non prive di qualsiasi fondamento. Andiamo avanti così, facciamoci del male.
Da Il Riformista, 6 dicembre 2009