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Quando manca la trasparenza: il salvataggio di AIG
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Se AIG non era "troppo grande per fallire", perché il governo l’ha salvata? Dobbiamo continuare a stravolgere gli incentivi di mercato?
È dal settembre scorso che ci viene ripetuto che la decisione delle autorità di salvare il colosso delle assicurazioni AIG (American Insurance Group) si fondava sull’idea che la compagnia fosse “troppo grande per fallire”. Se AIG non fosse stata salvata dal fallimento, sostengono i politici, il suo portafoglio di credit default swap (CDS: contratti di swap di inadempienza su credito) avrebbe causato enormi perdite per le sue controparti, provocando così un crollo del settore finanziario.

La settimana scorsa, tuttavia, siamo venuti a sapere che questa brillante tesi, in realtà, non era la vera ragione per cui AIG è stata salvata. Questa rivelazione avrà ripercussioni che andranno ben oltre i tentativi dell’Amministrazione Obama di regolamentare i CDS e altri derivati finanziari. Si tratta dell’ennesimo indizio del fatto che l’Amministrazione potrebbe sfruttare la crisi finanziaria come pretesto per accrescere il controllo di Washington sull’intero settore finanziario.

La verità sui credit default swap è trapelata la settimana scorsa in una relazione di Neil Barofsky, Ispettore Generale Speciale del programma TARP (il programma federale di sostegno e salvataggio di società finanziarie in crisi). Secondo il rapporto, l’attuale Segretario del Tesoro Tim Geithner (all’epoca presidente della Federal Reserve Bank di New York) non era affatto convinto che la situazione finanziaria delle controparti dei credit default swap di AIG rivestisse un ruolo significativo nella decisione di salvare la compagnia. Tutto ciò smentisce l’assunto comune, mai negato dalla Federal Reserve o dal Tesoro, che il fallimento di AIG avrebbe avuto conseguenze devastanti.

E allora, perché il governo ha salvato AIG? Il motivo non è mai stato chiaro.

Il governo ha sempre sostenuto che le “interconnessioni” tra le società finanziarie hanno imposto di salvare AIG e Bear Stearns. La particolare attenzione dedicata a questo aspetto farebbe pensare che il fallimento di una grande società finanziaria possa causare perdite debilitanti alle altre aziende, provocando infine il tracollo dell’intero sistema. A quanto pare, ciò non era vero nel caso di AIG e dei suoi credit default swap, il che induce a chiederci quale motivo abbia spunto la Fed (con il sostegno del Dipartimento del Tesoro) a riversare 180 miliardi di dollari nelle casse della compagnia assicuratrice.

Più in generale, occorre chiedersi se il regime normativo proposto dal governo e attualmente sostenuto nel Congresso dal deputato Barney Frank e dal senatore Chris Dodd non si fondi su un assunto erroneo. L’Amministrazione ha sempre descritto le società finanziarie (non bancarie) che vorrebbe regolamentare come “grandi, complesse e interconnesse”. La possibilità che il fallimento di una siffatta società possa presentare un grave rischio per il sistema finanziario rappresenta il fondamento dell’intero regime regolatorio del settore voluto dalla presidenza Obama.

Fino ad oggi solo pochi commentatori e reporter hanno messo in dubbio questa logica. La gran parte dei loro colleghi, evidentemente, è rimasta convinta dalla spiegazione secondo la quale l’”interconnessione” creata da questi misteriosi credit default swap fosse la causa di tutti i mali.

La Fed di New York, tuttavia, è l’autorità che ha la maggiore familiarità con il mercato dei CDS. Se questo ente non riteneva che il fallimento di AIG avrebbe davvero causato il tracollo delle sue controparti (e, di conseguenza, dell’intero sistema finanziario), ciò non può che mettere seriamente in questione la credibilità dell’Amministrazione, nonché la necessità delle sue proposte in ambito normativo. Se le “interconnessioni” tra società finanziarie rappresentano effettivamente l’origine della crisi finanziaria, il governo dovrebbe dichiarare apertamente (a differenza di quanto fatto finora) quali siano esattamente tali “interconnessionI” e in che modo il nuovo vasto sistema di regolazione e risoluzione possa eliminarle o ridurle.

Il fatto che l’Amministrazione non sappia o non voglia definire chiaramente il problema dell’interconnessione non rappresenta l’unico punto deoile della ragion d’essere dichiarata per l’imposizione di un nuovo regime regolatorio al sistema finanziario. Un altro esempio è costituito dalla pretesa, avanzata sia da Geithner, sia da Obama, che i “mutui predatori” concessi dalle finanziarie siano stati una delle cause della crisi.

Non v’è dubbio che nella concessione di mutui si siano verificati casi truffaldini, ma le prove di cui disponiamo fanno invece pensare che la causa di questi prestiti “cattivi” siano state le politiche della casa delle autorità di governo, e non la scarsa regolamentazione del settore.

Sul finire del 2008 nel sistema finanziario americano erano stati accese circa 26 milioni di ipoteche subprime e di altro livello “non prime”. Due terzi di tali mutui pesavano sul bilancio della Federal Housing Administration, di Fannie Mae, Freddie Mac e delle quattro maggiori banche degli Stati Uniti. Le banche erano obbligate a concedere mutui di questo tipo, se volevano ottenere l’approvazione della Fed e delle altre autorità per i loro progetti di fusione e di espansione.

Il fatto che le stesse autorità pubbliche acquistassero questi mutui “a rischio” (o esigessero che venissero concessi ai richiedenti) dimostra che la spiegazione più plausibile del considerevole numero di mutui subprime presenti nella nostra economia non va ravvisata nella mancanza di regolazione a livello della concessione originaria dei mutui stessi, bensì nella domanda artificiosamente creata dai pubblici poteri.

Infine, sebbene possano esservi buoni motivi per auspicare la creazione di una nuova agenzia di tutela del consumatore per i prodotti e i servizi finanziari, l’ambito di responsabilità dell’ente proposto dall’Amministrazione va ben oltre la concessione di prestiti e i depositi. Nella proposta di legge del governo, la Consumer Financial Protection Agency sarebbe responsabile di qualsiasi attività commerciale che offra credito di qualsiasi genere, compresi i piani di acquisto rateale e le promozioni natalizie offerti dai rivenditori al dettaglio.

Con il pretesto di affrontare le cause della crisi finanziaria, la proposta di legge avanzata dall’Amministrazione Obama avrebbe regolamentato le consulenze sul credito, i corsi educativi di finanza, l’elaborazione di dati finanziari, i servizi di custodia e trasmissione di fondi e decine di altre piccole attività finanziarie che non potrebbero mai causare una crisi finanziaria. Perfino Barney Frank e Chris Dodd, presidenti delle commissioni del Congresso che supervisionano tali temi, hanno esitato dinanzi a questo eccesso. Le proposte di legge che hanno presentato esentano i rivenditori al dettaglio qualora le loro iniziative finanziarie siano elementi incidentali del resto delle loro attività commerciali. Ciò nonostante, nella legislazione attualmente all’esame del Congresso rimangono ancora troppe vestigia dell’eccessiva ambizione della proposta originaria.

La scarsa trasparenza in merito ai credit default swap, il tentativo di addossare la colpa della crisi dei subprime alla mancanza di regolamentazione e l’eccessivo ambito operativo della futura agenzia di tutela del consumatore non sono che tasselli di un’unica strategia. Bisogna pensare che l’Amministrazione stia agitando lo spettro di una nuova crisi finanziaria al fine di portare una parte sempre maggiore dell’economia americana sotto il controllo di Washington.

Grazie alle forti maggioranze democratiche nei due rami del Congresso, questo treno ha acquistato una notevole inerzia. Ma forse, con le recenti rivelazioni sui credit default swap e sulla crisi di AIG, non è escluso che il treno stia per imboccare un binario morto.

Peter J. Wallison è Senior Fellow presso l’American Enterprise Institute.

Questo articolo è stato originariamente pubblicato sull’edizione del 30 novembre 2009 del Wall Street Journal, che ringraziamo per la cortese concessione alla riproduzione.
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