Istituto Bruno Leoni
L'indice grattacieli e il Capitale di Bazoli
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L’enciclica di Bazoli conduce su piste pericolose. Riduce la religione a un’etica pubblica
Nel 1999, l’economista Andrew Lawrence si inventò lo “Skyscraper Index”, l’indice dei grattacieli. Il grattacielo è il regalo del capitalismo moderno all’architettura. Evoca la baldanza dello spirito creativo, il senso della sfida ai limiti delle cose, il bisogno di andare “oltre”. Lawrence però collega la costruzione dei più grandi grattacieli, alla fase di massimo boom del ciclo economico che precede il crollo. Il panico del 1907 aveva avuto per presagio l’apertura dei cantieri del Singer Building, 187 metri d’altezza, e poi della Metropolitan Life Insurance Company Tower (213 metri). Entrambi a Manhattan, va da sé. A pochi mesi dal grande crollo, si lavorava per tagliare i nastri a tre meraviglie: il numero 40 di Wall Street altrimenti noto come Trump Building (1929, alto 282 metri), poi l’eleganza Art Decò del Chrysler Building progettato da William van Alen (1930, 319 metri), infine e per la gioia di King Kong l’Empire State Building (1931, 381 metri).

Toccare il cielo con un dito causa sconquassi? C’è una punizione divina, per chi gioca col mito della torre di Babele? A vedere cosa è successo questa settimana a Dubai, verrebbe da sospettarlo. Ma ovviamente le correlazioni sono altre. Come ha spiegato, commentando il lavoro di Lawrence, Mark Thornton, si potrebbe sostenere che la costruzione di edifici che hanno “per limite il cielo”  può indicare una bolla immobiliare che cova. Come avviso, non è perfetto. I grattacieli, spesso e volentieri, servono: non sono frutto di una allocazione esuberante ed errata delle risorse, risultante da una distorsione causata da cambiamenti artificiali nel tasso d’interesse. Il grattacielo è effettivamente un simbolo positivo del capitalismo, non riflette solo la sua estetica: ma esso stesso è funzionale ad una economia  complessa, che si articola in imprese di grandi dimensioni, suddivise e specializzate in diverse unità operative al loro interno, cui la logica suggerisce di mediare fra la necessità dell’accentramento (tutti gli uffici in un unico posto) e quelle della specializzazione (diverse funzioni “accorpate” su diversi piani). Eppure, l’illusione di avere a disposizione più risparmi di quanti ve ne siano direttamente porta a un errore di coordinamento fra piani d’investimento e risparmi. Con l’espansione creditizia, si ha un boom degli investimenti: ma a un certo punto si capisce che gli investimenti intrapresi erano insostenibili. Questa è, a sciabolate, la teoria austriaca del ciclo economico (per un’introduzione, raccomando le “lezioni” di Pietro Monsurrò su www.brunoleoni.it) - con cui Thornton ha “riletto” l’indice di Lawrence. E questo è quello che è avvenuto, non solo nel 1929, ma anche questa volta, con la grande crisi detonata a partire dal crac dei mutui subprime.

L’indice dei grattacieli, allora, di cui ci aspettiamo una prossima applicazione a Dubai, parte col righello in mano ma può suggerirci riflessioni su temi come l’offerta di moneta, e le caratteristiche di un ciclo economico. Senza indurci affatto a pensare che il grattacielo sia uno scherzo del diavolo nella storia, o un tempio di cemento eretto all’avidità.

Credo che questa sarebbe l’interpretazione che invece ne avrebbe dato volentieri Giovanni Bazoli, se fosse stato a conoscenza dell’indice di Lawrence. Il 22 novembre il professor Bazoli ha pubblicato su “Avvenire” un lungo scritto ispirato alla “Caritas in Veritate”. Se l’uomo non fosse autenticamente fra i più potenti d’Italia, qualcuno avrebbe trovato curioso che a chiedersi se “siamo certi che una concezione dell’economia che assolutizzi il primato del merito ed esalti la competizione al fine di selezionare i più bravi e i più forti sia aderente ai principi evangelici?” sia non il cardinale Tettamanzi ma un primario banchiere, dal 1982 sulla cresta dell’onda. Ma fingiamo noi pure di ignorare certi dettagli biografici. L’anticapitalismo di Bazoli è radicale. Radicale è la premessa: gli uomini non sono proprietari dei propri talenti, “i talenti individuali sono distribuiti dalla natura in modo disuguale”. Radicale è la proposta: “il diritto di far valere i propri talenti deve dunque accompagnarsi inscindibilmente a inderogabili doveri di solidarietà”. Ovvero “i più capaci non meritano di essere premiati illimitatamente”. Un sistema basato sul “primato del merito” e “la competizione” porta a una “radicalizzazione delle diseguaglianze”. Mentre va costruita una “democrazia economica”, in cui “l’equità e l’uguaglianza” temperino la stessa crescita. Bazoli non vuole “redistribuire” e basta. Non dice: moltiplichiamo i pani e poi sfamiamo più gente. Con onestà intellettuale, rigetta l’idea che distribuzione e creazione della ricchezza siano analiticamente scindibili.

Il tutto è calato nel quadro di una contrapposizione fra “cattolicesimo” (sociale) e il “protestantesimo” che avrebbe, Bazoli cita Weber, santificato la capitalistica vocazione all’accumulazione. Una visione storicamente screditata (fu Amintore Fanfani, non un turboliberista, a ricordare contra Weber che il capitalismo si era già affermato due secoli prima della Riforma) e in realtà confusa (Weber pensava ai puritani, non certo a Martin Lutero).

L’enciclica di Bazoli conduce su piste pericolose. Riduce la religione a un’etica pubblica. Separa Dio dalla Natura, come se per un cristiano il mondo così com’è l’avesse fatto Zeus, per fondare sul Vangelo il sogno di rifare, meglio, l’uomo. La solidarietà non è più un dovere della persona ma della polis. Il regno di Dio diventa una cosa che va costruita sulla Terra. I chiodi li pianteranno i banchieri? Non gli hedge fund, che Bazoli non gradisce perché sottratti alle regole delle banche commerciali. Ma gli hedge fund hanno retto bene alla crisi e nessuno di quelli che sono falliti ci ha trascinato sull’orlo del baratro, onore che è spettato alle banche iper-regolate. Parafrasando quel tale, beati quelli che vengono insultati, perseguitati e su cui si dice ogni sorta di male.

Da Il Riformista, 29 novembre 2009
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