L'Italia ha momentaneamente perso la battaglia nell'Unione europea contro Vietnam e Cina. Mentre Germania e Gran Bretagna brindano...
Si combattono solo le battaglie che si possono vincere. All'Italia in Europa, la lezione non è chiarissima. Così, nella stessa settimana che ha visto naufragare la candidatura di Massimo D'Alema a Mister Pese (alto rappresentante per la politica estera dell'Ue), ci siamo guadagnati un richiamo da Bruxelles per la golden share.
Ma non contenti, abbiamo portato a casa un'altra sconfitta. I dazi sulle scarpe provenienti da Cina e Vietnam, che l'Italia assieme a Spagna e Polonia avrebbe voluto estendere oltre la scadenza del prossimo gennaio, sono un po' più deboli, dopo il voto contrario di 15 Stati membri nel Comitato antidumping Ue. Fra i più convinti oppositori dei dazi, proprio Lord Mandelson, che da commissario europeo ne aveva promosso l'applicazione nel 2006. Non è detto che l'estensione dei dazi sia stata evitata. Contro il governo che l'ha portata a diventare Mrs Pesc, anche la baronessa Ashton, desiderosa di costruire un compromesso fra le esigenze dei diversi Stati, l'aveva patrocinata. Ma quello che fa impressione, e che deve farci un po' paura, è come le grandi imprese calzaturiere, e le loro organizzazioni di categoria di Paesi come la Germania o l'Inghilterra, abbiano marciato compatte contro i dazi e alzato i calici apprendendo il risultato della votazione.
Questo significa che ci sono aziende convinte dai loro governi che il loro futuro risieda nel resistere alla competizione globale e altre che vogliono imparare a cavalcarla. Questo significa che hanno già delocalizzato parte della loro produzione nei Paesi dove la manodopera costa meno, ma anche che hanno cominciato a riposizionarsi - oppure che hanno brand talmente forti da situarsi stabilmente in fasce di mercato in cui i 2 euro di costo che in media i dazi aggiungevano a un paio di scarpe (secondo le stime dei calzaturieri britannici) non fanno la differenza.
Ai sandali vietnamiti si oppone lo spauracchio della chiusura di una miriade di piccole e piccolissime imprese, messe alla sbarra da una giobalizzazione avida e selvaggia. Sono le stesse paure che da anni vengono riproposte per diversi settori della nostra economia, e che spesso la creatività dei nostri imprenditori ha smentito sul campo, a cominciare dall'occhialeria bellunese. Andando a ritroso nel tempo, ben più danni della concorrenza internazionale ha fatto a interi comparti della nostra industria (pensiamo alla chimica) proprio quella politica industriale di cui si piange l'assenza, e che resta nei sogni di molti.
Gli interessi hanno sempre un peso, in politica. E non c'è nulla di male, se i governi interloquiscono con imprese e associazioni d'impresa. Nondimeno, ci sono almeno due problemi, con questi governi-lobbisti. Il primo è che dal dibattito finiscono per scomparire completamente gli interessi dei consumatori. Questi sono dispersi e non concentrati come quelli dei produttori. E al politico sembra che il beneficio per i compratori sia poca cosa, rispetto ai potenziali danni per l'occupazione derivanti dalla chiusura di un numero rilevante di aziende.
E qui veniamo al secondo problema. Erigendo barriere a comando, i governi finiscono per incentivare un comportamento vizioso da parte delle imprese. La classe imprenditoriale è una classe creativa. Solo che questa creatività non è solo un dato naturale: è resa necessaria dall'incalzare dei concorrenti, dall'emergere di prodotti diversi e più vicini alle esigenze degli acquirenti, e di altri che costano meno. Il protezionismo impoverisce i consumatori oggi, con prezzi più alti, e domani, frenando l'innovazione. I governi che spingono le imprese agiocare in difesa assumono che esse non possano evolversi e migliorare. Come se un imprenditore avesse la fantasia di un burocrate. Un principio sbagliato per ispirare delle norme, e un potenziale risultato tragico della loro applicazione.
Da Economy, 26 novembre 2009