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La privatizzazione dell'acqua, un progetto per mettere in ordine un settore ancora disarticolato

Acqua libera? Il progetto del governo di “privatizzazione” dell’acqua non è rivoluzionario, ma sicuramente aiuta a mettere ordine in un settore ancora disarticolato. Lo spirito è quello di introdurre modalità di gestione efficiente di un servizio complesso, che va dalla captazione della risorsa idrica, il suo trasporto e potabilizzazione, e poi lo smaltimento dei reflui. Altri, come la Francia, hanno fatto la scelta contraria: vogliono innestare la retromarcia e tornare all’acqua di Stato.

Quale scelta è più razionale? Solo coi dati, si può rispondere. Per farlo, è anzitutto necessario sgombrare il campo da pregiudizi e falsità. Per capirci: chi agita lo spettro della privatizzazione, spara balle. La
proprietà dell’acqua è e resta pubblica. Magari sarebbe meglio il contrario, ma non è in agenda.

Quello di cui si discute sono le modalità di affidamento della gestione del servizio. Un servizio che costa, è delicato per le implicazioni sanitarie e di sicurezza, e richiede investimenti importanti per mantenere e sviluppare le reti. Oggi, più di un terzo dell’acqua che viene captata dagli acquedotti va perduta, con punte anche di gran lunga superiori alla metà.

Per fare tutte queste cose, servono responsabilità ed efficienza. Il sistema delle gare, che viene esteso dal progetto del governo, serve a perseguire questo obiettivo. Rendendo contendibile il mercato, si obbligano le imprese a offrire un servizio migliore. Se invece si assegna il monopolio eterno a una società pubblica, difficilmente si assisterà agli investimenti necessari: più facilmente, assunzioni facili.

E la qualità? E il prezzo? Nella misura in cui dipendono da chi gestisce i tubi, un meccanismo più competitivo è certamente più denso di garanzie, per il consumatore. Del resto, i prezzi dell’acqua - che peraltro sono in Italia sotto i livelli europei, e oggettivamente disallineati rispetto al reale valore della risorsa - non dipendono dalle imprese idriche, pubbliche o private, ma da enti pubblici come gli Ato. E’ vero che negli ultimi anni le tariffe sono aumentate. Ciò dipende, però, dal fatto che troppo a lungo l’acqua è stata venduta a prezzi di saldo: la politica tariffaria era instrumentum regni, un mezzo per comprare il consenso dei cittadini coi soldi che gli venivano sfilati di tasca per via fiscale. L’acqua è un bene scarso: se non costa il giusto, viene sprecata, ed è sovente questo che accade in Italia. La qualità è invece fissata per legge.

Se c’è un problema di rispetto delle norme, è tutto da dimostrare che un monopolista parapubblico sarebbe più affidabile. Al contrario, è essenziale predisporre dei controlli efficaci, magari attraverso un’adeguata attività di regolazione a livello nazionale. Da quando un minimo di disciplina è stato introdotto, la qualità media è comunque migliorata, soprattutto nel rapporto coi clienti.

La presunta privatizzazione è in realtà uno sforzo di razionalizzazione. Chi grida all’immaginario lupo privato, getta i consumatori in pasto alla belva feroce dello statalismo.

Da Libero Mercato, 18 novembre 2009

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