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L’enorme percentuale di siciliani che si sono astenuti alle ultime elezioni dovrebbe rappresentare un campanello d’allarme da prendere sul serio
Sull’incontro svoltosi giovedì e venerdì nei pressi di Sorrento è stato scritto molto, anche tante inesattezze. Non siamo andati a fondare un nuovo partito né a cospirare contro il governo: i partecipanti, quasi tutti esponenti del Pdl, erano mossi da una preoccupazione serissima e di interesse generale, certamente non da considerazioni territoriali o personali. Il centro-destra ha riportato la clamorosa vittoria del 2008 per le stesse ragioni che ci fecero vincere nel 2001 e nel 1994. Gli italiani a larga maggioranza volevano il cambiamento e credevano che Silvio Berlusconi sarebbe riuscito a realizzare quanto prometteva.

Non abbiamo vinto per amministrare l’esistente ma per l’impegno di cambiarlo; gli italiani non vogliono “business as usual”, la gestione ordinaria di un sistema che non funziona, vogliono che venga cambiato. Chiunque legga i discorsi elettorali di Silvio Berlusconi nel 1994, 2001, 2004 e non solo vi troverà le ragioni per cui gli italiani ci hanno dato la vittoria elettorale: riduzione delle aliquote di imposta e riforma fiscale, eliminazione dei carrozzoni pubblici e relativi sprechi, separazione delle carriere e riforma dell’amministrazione giudiziaria, riforma del sistema pensionistico e così via: i temi sono arcinoti.

Malgrado lo straordinario impegno profuso e le tante riforme varate, il quinquennio 2001-06 non riuscì a portare a termine nessuna di queste importanti riforme: la litigiosità di alcuni alleati riuscì ad impedirlo. Ora, almeno in apparenza, questo ostacolo non c’è più, la maggioranza è ampia e coesa: perché non sembra che il governo abbia intenzione di dare vita ai cambiamenti promessi? In campagna elettorale e anche dopo Berlusconi aveva promesso una rivoluzione liberale, quanto si sta facendo è invece una restaurazione conservatrice che nuoce all’Italia tutta, quella del Nord, del Centro e del Sud. Perché?

Per comprenderlo bisogna risalire alla riforma del governo ideata e voluta da Franco Bassanini: la creazione del ministero dell’Economia, che accentra le competenze dei ministeri del Tesoro, delle Finanze, del Bilancio, delle Partecipazioni Statali e del Mezzogiorno ha dato vita ad un mostro dotato poteri illimitati, specie di interdizione. Nel governo non si muove foglia che il ministro dell’Economia non voglia. In queste condizioni è errato e fuorviante parlare di governo Berlusconi, questo è il governo Tremonti: tutti gli altri membri, Berlusconi compreso, non possono fare alcunché senza il beneplacito del tributarista valtellinese.

Giulio Tremonti è indubbiamente un uomo intelligente e non insisterò su questo punto perché non ha bisogno di essere lodato da un suo amico, ma è politicamente e tecnicamente strabico. E’ infatti portato a considerare prioritarie le istanze della Lega e a soddisfarne largamente qualsiasi richiesta, e conoscendo come pochi l’esistente, specie in materia tributaria, è riluttante a cambiarlo.

Ma cambiarlo si deve: tenere in vita l’attuale pletora di scappatoie, detrazioni e deduzioni e alte aliquote che poi nessuno finisce col pagare danneggia tutti ma in particolare quei produttori del Nord e non solo che quelle aliquote sopportano e per intero. Chiudere tutte le scappatoie e drasticamente ridurre le aliquote converrebbe all’economia italiana tutta e frutterebbe un maggior gettito per l’erario. Non abolire le Provincie, dimezzare i comuni, fare piazza pulita delle troppe ed inutili autorità indipendenti, parchi nazionali, comunità montane e simili significa dilapidare risorse sottraendole ad impieghi produttivi e tenere la spesa pubblica a livelli elevatissimi ed ingiustificati: marciamo verso il 52% del pil.

Di questo andazzo conservatore e restio a qualsiasi cambiamento soffre tutta l’Italia, ma soffre soprattutto il Sud che si è visto scippare i fondi europei, che ha dovuto assistere impotente al blocco degli investimenti infrastrutturali, inaugurato sì dal governo Prodi ma proseguito con grande determinazione sotto il governo attuale.

L’enorme percentuale di siciliani che si sono astenuti alle ultime elezioni dovrebbe rappresentare un campanello d’allarme da prendere sul serio: è stata la Sicilia a determinare i successi elettorali di Forza Italia e del Pdl e quello che l’elettore dà, l’elettore toglie. Come diceva Lincoln: “si possono gabbare poche persone per molto tempo, molte persone per poco tempo, ma non si possono prendere in giro molte persone per molto tempo”!
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