La riforma voluta dalla Regione Liguria ha l’effetto di prevenire una efficace competizione nella distribuzione dei carburanti e finirà per mantenere i prezzi ai livelli attuali
Se pensate che il pieno costi troppo, prendete carta e penna e lamentatevi con: Renzo Guccinelli, Assessore allo Sviluppo economico, industria, commercio, commercio equo e solidale, artigianato, tutela dei consumatori, presso la Giunta regionale, Regione Liguria, Piazza De Ferrari 1, 16121 Genova. Il responsabile dello Sviluppo economico e di un treno di altre quisquilie e pinzillacchere ha proposto una modifica al testo unico del commercio, approvata dalla giunta, che impone ai nuovi impianti di distribuzione dei carburanti, sia stradali che autostradali, siano attrezzati per almeno uno tra gpl, metano e idrogeno. Ufficialmente, è un provvedimento concepito nel nome dell’ambiente ma, come spesso accade, il diavolo protezionista si nasconde tra le buone ed ecologiche intenzioni. La Liguria non è neppure la prima a volere una norma simile: lo hanno già fatto, per citare due precedenti di diverso colore politico, la Lombardia (centrodestra) e l’Emilia Romagna (centrosinistra).
Per capire quale sia il dettaglio in cui s’annida il suddetto demone, bisogna fare un passo indietro. Il prezzo di un litro di carburante è la somma di varie componenti: anzitutto, quella fiscale (composta dall’accisa, l’Iva ed eventuali addizionali regionali, come quella di 2,58 centesimi che in tutta Italia solo Liguria, Campania e Molise hanno applicato). Poi ci sono il costo della materia prima, che si forma sui mercati internazionali, e i margini di compagnie petrolifere e gestori degli impianti, che devono coprire i costi e garantire un’adeguata remunerazione degli investimenti. Complessivamente, i prezzi italiani sono mediamente superiori di 4-6 centesimi a quelli medi europei. La ragione non può stare, al momento, nell’esistenza di dinamiche collusive al livello delle compagnie, perché – dopo la chiusura dell’istruttoria aperta dall’Antitrust nel 2007 e l’accettazione degli impegni da parte dei petrolieri – sono stati rimossi tutti gli elementi dubbi e la vigilanza da parte del Garante è estremamente attenta. E’ opinione comune, dunque, che – al netto di un costo di distribuzione mediamente più alto dovuto alla morfologia un po’ disgraziata del nostro paese – il principale motivo vada cercato nell’inefficienza della nostra rete di distribuzione. Abbiamo troppi impianti (circa 22.500, contro i 15.000 tedeschi e i 13.000 francesi) con un erogato medio troppo basso (circa 1.600 metri cubi tra benzina e gasolio all’anno, contro grossomodo i 3.100 metri cubi dei tedeschi e 3.200 dei francesi). Inoltre, nel nostro paese solo il 29 per cento dei distributori è dotato di self service e solo il 13 per cento vende anche prodotti non oil, contro, rispettivamente, il 99 e 98 per cento in Germania e Francia. Per riassumere, i nostri distributori vendono meno carburanti e meno altri prodotti (in particolare tabacchi e giornali) rispetto ai loro concorrenti stranieri. A complicare la situazione, la fitta regolamentazione di orari e turni: gli italiani lavorano solo 10 ore al giorno per 280 giorni all’anno, contro una media Ue di 15 ore per 350 giorni.
Per rompere questa situazione, a livello nazionale è emersa una virtuosa continuità bipartisan tra le lenzuolate di Pierluigi Bersani e il collegato tremontian-scajoliano alla Finanziaria 2009, che hanno individuato lo strumento nella liberalizzazione della rete e l’apertura all’ingresso della grande distribuzione. Il sabotaggio, sconfitto a Roma, si è ripresentato in maniera altrettanto bipartisan nelle regioni, buona ultima la Liguria. Sì che il tema era stato correttamente e tempestivamente individuato dall’Autorità per la concorrenza, non appena è stato chiaro che le regioni stavano muovendosi per imporre Gpl o metano. In una segnalazione al governo e alle camere datata 3 marzo 2009, Antonio Catricalà ha scritto testualmente: “obblighi di questo tipo sono idonei ad accrescere significativamente i costi dei nuovi entranti, nonché a ridurre il numero dei soggetti potenzialmente disposti a svolgere questa attività, per esempio perché accrescono le dimensioni minime richieste per i nuovi impianti riducendo il numero di siti idonei a ospitare i nuovi punti di vendita”.
Anche durante la relazione annuale, illustrata pochi giorni fa, Catricalà ha osservato che “a dispetto della liberalizzazione disposta a livello nazionale, numerose regioni hanno introdotto il divieto di autorizzazione di nuovi punti vendita se non dotati di impianti per la somministrazione di Gpl o gas metano”. Per l’Authority, l’aspetto anticompetitivo di queste norme sta nel loro carattere apertamente discriminatorio: ai newcomers viene imposto ciò che per gli altri è frutto di libera scelta. La via d’uscita, secondo Catricalà, ammesso che si voglia davvero perseguire una maggiore diffusione dei carburanti ecocompatibili, nella sostituzione dell’obbligo con incentivi aperti a tutti (come quelli che la Liguria ha previsto per i distributori già esistenti). Alle obiezioni del Garante, la Conferenza delle regioni ha risposto con una serie di osservazioni puramente formalistiche, senza entrare nella sostanza del problema.
La realtà, pura e semplice, è che la riforma voluta dalla Regione Liguria ha l’effetto di prevenire una efficace competizione nella distribuzione dei carburanti. Quindi, finirà per mantenere i prezzi ai livelli attuali, anziché creare le condizioni per una loro riduzione nelle componenti strutturali. L’assessore Guccinelli può dire che tutto ciò non c’entra nulla e l’unica ragione è la tutela dell’ambiente. Può darsi che ci creda davvero. Ma la sincerità, quando è troppo vicina al confine che la separa dall’ingenuità, è un’aggravante.
Da Il Secolo XIX, 22 giugno 2009