Genova vince contro Torino, ma così perdono tutti. Sergio Chiamparino ha accettato la richiesta di Marta Vincenzi sul controllo pubblico di Irenia, il gruppo che nascerà dalla fusione di Iride ed Enìa. Ma la divisione che si è determinata potrebbe addirittura incrinare definitivamente l’alleanza tra la Lanterna e la Mole, secondo indiscrezioni anticipate dalla rivista specializzata Quotidiano Energia e poi amplificate, ieri, da Luca Fornovo e Beppe Minello sulla Stampa. Attualmente, la Finanziaria Sviluppo Utility (Fsu), una joint venture paritaria dei due comuni, possiede il 58 per cento di Iride. Col merger con Enìa, questa quota dovrebbe scendere al 36 per cento, a cui si aggiungerebbe un altro pacchetto del 23,6 per cento in pancia ai comuni emiliani che oggi controllano la società di Parma. Domani il consiglio comunale torinese potrebbe votare un emendamento per sciogliere Fsu: se ciò accadesse, Palazzo Tursi resterebbe marginalizzato e con una quota significativa del capitale di Irenia, ma di fatto incapace di dire la propria.
Il rapporto tra Genova e Torino è sempre stato litigarello, anche se finora il comune interesse ha fatto premio sull’amore. L’arrivo del terzo incomodo ha, però, rimescolato le carte. Per Chiamparino, il controllo pubblico non è una vacca sacra: anzi, se diluirlo può servire a far crescere di più e meglio il gruppo, può valerne la pena. Meglio azionisti di minoranza di una grande compagnia, che padroni di una piccola e povera. Fino a non molto tempo fa, la stessa Vincenzi era su queste posizioni: “è inutile andare sul mercato – aveva dichiarato – e poi tenere in mano pubblica il 51 per cento. E’ un giochetto che non sta in piedi”. Poi il riposizionamento: “ senza questa condizione – ha detto il sindaco genovese pochi giorni fa – l’unione tra le due aziende non è possibile”. Il ripensamento sarebbe, secondo alcuni, una sorta di pegno politico che la Vincenzi ha dovuto pagare a un pezzo della sua maggioranza, cioè l’Italia dei Valori e Rifondazione Comunista. In effetti, all’atto pratico e nel breve termine si tratta di una questione di lana caprina: il mantenimento della maggioranza era già scolpito nei patti parasociali. Inserirlo anche nello statuto di Irenia sarebbe una forzatura, sufficiente però a rompere la corda e spingere Chiamparino a liberarsi le mani, sciogliendo gli accordi ormai deteriorati e giocando in proprio. Per esempio, cercando un’alleanza coi sindaci emiliani per emarginare Genova. Le quote in loro possesso non basterebbero a garantire la maggioranza (supererebbero di poco il 41 per cento), ma Torino potrebbe liberarsi del pacchetto di azioni di risparmio a favore di potenziali alleati privati, rastrellando un ulteriore 7 per cento. L’asse Torino-Emilia, dunque, finirebbe per escludere Genova dal processo decisionale vero.
Naturalmente, questa sarebbe una partita al confine tra politica ed economia di scarso interesse, tranne forse per i retroscenisti, se non avesse implicazioni forti. Dovute al fatto che, non avendo finora perseguito una piena liberalizzazione che necessariamente deve prevedere la separazione delle attività commerciali dalle reti, chi controlla l’azienda, di fatto controlla il mercato. Al di là degli equilibri reciproci, dunque, la mossa della Vincenzi è, contemporaneamente, una manovra azzardata e la spia di un’involuzione che la nostra debole cultura di mercato sta subendo. In fin dei conti, la pretesa di controllo di Palazzo Tursi non stupisce e non è un’eccezione. Nello stesso giro di settimane in cui si è consumato il teatrino attorno a Iride, i giornali hanno raccontato di scontri analoghi e di simili episodi di ingerenza con altre due grandi utility, cioè la romana Acea (dove gli accordi con gli azionisti privati sono stati mandati all’aria) e la milanese-bresciana A2A (dove l’intero consiglio di sorveglianza è stato fatto saltare per far spazio a nuove nomine). L’economista Carlo Scarpa ha giustamente parlato di un “intervento pubblico sempre più sguaiato”, mentre sulla Staffetta Quotidiana Goffredo Galeazzi ha scritto che abbiamo assistito a “un passo indietro nella trasparenza del mercato” e “un infausto ritorno della commistione politica-economia nella governance delle utility locali”.
La proprietà pubblica è problematica per almeno tre diversi ordini di ragioni. In primo luogo, dà luogo a un conflitto di interesse in capo ai comuni, che sono al tempo stesso azionisti (e dunque vogliono i dividendi, anche al costo di estrarre una rendita monopolistica) e regolatori (e dovrebbero dunque vigilare sul rispetto delle regole). Secondariamente, le aziende controllate dal pubblico sono una manna per chi deve distribuire favori a uomini fedeli e piazzare i suoi vassalli negli snodi del potere locale. La fame di poltrone ha prodotto esiti paradossali nella governance delle imprese, che hanno visto moltiplicarsi i posti nei consigli di amministrazione e, in alcuni casi, addirittura lo sdoppiamento dei consigli. Infine, i comuni possono percepire le imprese partecipate come un loro feudo, e dunque pretendere di disporne come strumenti clientelari.
Sicuramente, Marta Vincenzi non è mossa da alcuna di queste motivazioni, ma aspira a ragioni più nobili e coltiva un profondo rispetto dell’interesse pubblico. Se tuttavia crede che il coinvolgimento dei comuni serva a garantire i consumatori o i cittadini, è vittima dell’illusione fatale che ha segnato, in grande, il fallimento di tutti i regimi di economia pianificata. E’ importante che lo Stato e gli altri enti pubblici garantiscano il rispetto di regole rigorose. Quando si mettono a pasticciare con le questioni di corporate governance o vogliono giocare a fare gli imprenditori, finiscono per aprire voragini nei conti delle società partecipate (che non di rado sono dei meri veicoli fuori bilancio). Inutile dire che i costi finiscono per essere scaricati sugli utenti, e funzionano come una tassa impropria. Il settore pubblico deve imparare bene a fare un mestiere, cioè quello del regolatore. Imboccare la via del conflitto di interessi e svolgere male il lavoro del businessman significa mancare di rispetto al proprio ruolo, alla propria funzione e ai propri elettori. Se poi, oltre a questo, ci si mette pure nella condizione di farsi infinocchiare dagli altri soci, è proprio meglio lasciar perdere.
Da Il Secolo XIX, 19 aprile 2009