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La condanna dell’Italia sulla golden share apre uno spiraglio di libertà economica per il nostro paese
La condanna dell’Italia sulla golden share apre uno spiraglio di libertà economica per il nostro paese. La decisione della Corte di giustizia europea, infatti, mette un (moderato) freno all’esercizio indiscriminato del potere che il governo-azionista ha sul mercato. Secondo i giudici di Lussemburgo, l’ “azione dorata” pecca di genericità e imprecisione, avendo di fatto l’aspetto di una cambiale in bianco di cui l’esecutivo si può avvalere a piacimento. Essa concede, nella pratica, il diritto di esprimere il proprio gradimento rispetto all’ingresso di qualunque soggetto rilevante nella compagine azionaria dei gruppi interessati – Eni, Enel, Finmeccanica e Telecom – oltre che una sorta di potere di veto su decisioni strategiche, anche qualora siano slegate da reali motivi di interesse generale, sicurezza, sanità pubblica, e difesa.

E’ vero che, sebbene a questo punto il governo debba necessariamente intervenire per circoscrivere il perimetro di applicazione della golden share, esso resterà ampio e vago. E’ difficile immaginare che un semplice passaggio di mano di quote, anche di controllo, di aziende importanti possa mettere in difficoltà la tenuta delle istituzioni democratiche o possa avere conseguenze sanitarie: e, ammesso che ciò possa accadere, il governo a quel punto avrebbe titolo e dovere di far qualcosa anche senza la golden share. Acquisire un pacchetto azionario, perfino maggioritario, non implica la facoltà disporre liberamente e in ogni modo degli asset controllati, per esempio suscitando deliberatamente delle azioni nocive per l’ambiente o per l’uomo, o ancora sottraendo dati sensibili per il futuro del paese (cosa che, lo dimostrano le cronache di questi anni, è avvenuta nel passato senza bisogno di invasione straniera, che non si capisce in che modo potrebbe rendere più grave quel che è già colpevole abuso, come il ricorso ingiustificato alle intercettazioni telefoniche).

E’ ugualmente vero che la storia recente fornisce numerosi esempi in cui i governi hanno fatto il diavolo a quattro senza sporcarsi le mani con la golden share, e talvolta senza neppure averla. Tre casi: la mancata fusione di Autostrade e Abertis, fatta saltare attraverso delle forme di “mobbing regolatorio” che hanno fatto carne da macello della certezza del diritto; la battaglia contro l’ingresso in Telecom Italia della “cordata Tex Mex”, formata da America Movil e At&t; e la vicenda Alitalia, in cui l’acquisizione da parte di Air France (già concordata) è stata ostacolata in ogni modo per far spazio ai “cavalieri bianchi” guidati da Roberto Colaninno. Vale la pensa sottolineare che su Telecom Italia il governo aveva la golden share (che non ha calato) ma non possedeva neppure un’azione; di Alitalia lo Stato era azionista di maggioranza ma non aveva alcun potere straordinario; e su Autostrade né l’uno, né l’altro.

Tutto questo per dire che le possibilità di interferenza pubblica restano clamorosamente vaste perfino in assenza di partecipazione diretta, figurarsi quando il Tesoro mantiene le mani sulle aziende (solo in virtù di un preciso input politico, per dire, si spiega la politica dei dividendi dei colossi semi-pubblici). Eppure, la golden share riveste una funzione, concreta e simbolica, di fondamentale importanza: la smania di mantenere poteri straordinari e arbitrari segnala da un lato l’assenza di reale fiducia nelle norme esistenti, che vengono ritenute inadeguate, e dall’altro la volontà di riservarsi una possibilità di decidere laddove sarebbe impossibile farlo con i consueti strumenti normativi (per esempio in relazione a questioni specifiche, anziché generali).

Non è, dunque, che la sentenza della Corte di giustizia europea abbia improvvisamente trasformato l’Italia nel Far West liberista. Ma almeno, le armi a disposizione dell’esecutivo sono più spuntate, e sarà un pizzico più difficile ignorare i diritti della maggioranza di azionisti privati delle società interessate.

Da Quotidiano Energia, 26 marzo 2009
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