Clima. Il nodo è più lento, l’Europa resta impiccata
Forse questo era l’unico compromesso possibile. Il che non ne fa un buon compromesso
Il Consiglio europeo dell’11-12 dicembre 2008 si è concluso con l’auspicato (da alcuni) e temuto (da altri) compromesso sulla politica climatica. Il dibattito si era scaldato fino a raggiungere, nei giorni immediatamente precedenti il vertice, una temperatura critica. L’opposizione italiana si era saldata alle perplessità di altri paesi—i dieci dell’Est, la Spagna, la Germania, sotto sotto perfino pezzi importanti di Francia e Gran Bretagna—per un pacchetto che era ritenuto troppo costoso, particolarmente alla luce del nuovo contesto determinato dalla crisi. Era comunque scontato che “qualcosa” sarebbe uscito dalle stanze di Bruxelles. Come sempre in questi casi, le reazioni sono tutte di festa, perfino in modo paradossale. Come è possibile che cantino vittoria Silvio Berlusconi, che fino all’ultimo ha minacciato il veto, e José Manuel Barroso, che sul 20-20-20 ci ha scommesso quel po’ di faccia che gli resta? La realtà, semplicemente, è che il compromesso non è ancora un traguardo, ma un accordo generale. Certo, lo scenario è più chiaro oggi e tutte le parti hanno fatto delle concessioni: tuttavia, alcuni nodi strutturali restano aperti, come emerge dal documento conclusivo. In questo post, voglio commentarne, criticamente, i contenuti.

Per i settori industriali non esposti alla competizione internazionale viene confermata la decisione di procedere alla vendita, per mezzo di aste, dei permessi di emissione nella fase iniziale: si partirà dal 20 per cento dei permessi nel 2013 per arrivare al 70 per cento nel 2020 e al 100 per cento nel 2027 (tutti questi target sono vincolanti). Non è del tutto chiaro—non a me, almeno—come questi settori saranno determinati, quindi mi aspetto grande frenesia lobbistica in tutti i comparti industriali che si collocano in prossimità della linea. La formula adottata è abbastanza cervellotica: si è esposti a competizione internazionale con rischio di carbon leakage se “la somma dei costi addizionali diretti e indiretti indotti dall’implementazione della direttiva porteranno a un aumento dei costi di produzione superiore al 5 per cento del valore aggiunto lordo e se il valore totale delle sue importazioni ed esportazioni diviso per il valore totale del turnover e delle importazioni eccede il 10 per cento”, ma anche se “la somma dei costi addizionali diretti e indiretti... porterà a un aumento dei costi di produzione del 30 per cento del suo valore aggiunto lordo o se il valore totale delle sue esportazioni e importazioni divise per il valore totale del turnover e delle importazioni eccede il 30 per cento”. Come tutte le formulazioni astruse, anche questa nasconde bottiglie magnum di champagne, vacanze premio e un aumento del fatturato dell’industria della prostituzione a Bruxelles.

Per gli altri, cioè i settori esposti al carbon leakage, sarà garantita un’esenzione al 100 per cento “al livello del benchmark della miglior tecnologia disponibile”. La Commissione “studierà le conseguenze” di tutto ciò e dovrà presentare una proposta concreta entro il giugno del 2010 “alla luce del risultato delle negoziazioni internazionali”. Questo è un altro dei punti della discordia: il fronte degli scettici brinda rinvenendovi la disponibilità ad annacquare il pacchetto se, per semplificare, Usa e Cina non vorranno assumere impegni vincolanti. Dal fronte ambientalista rispondono che le revisioni si fanno solo al rialzo. La mia sensazione è che la verità stia nel mezzo: l’Ue è disposta a rivedere il pacchetto, ma solo ampliando le eccezioni o introducendone di nuove. Non si tratta, dunque, di una messa in discussione, quanto piuttosto di un allargamento delle maglie.

In un contesto come quello disegnato dalle direttive e dalla politica europea, è ovvio che questa sia l’unica soluzione possibile per contemperare l’esigenza di ridurre le emissioni a quella di prevenire fenomeni troppo vasti di delocalizzazione. Nella pratica, però, le conseguenze sono surreali: saranno esclusi dallo sforzo di ridurre le emissioni proprio quei settori che maggiormente ne sono responsabili. Quindi, fermo restando l’obiettivo globale, il costo si trasferisce sulla collettività in generale. Cioè, si tratta di una partita di giro.

Per il settore elettrico, Cenerentola del clima e vittima preferita di Bruxelles, è confermato l’auctioning del 100 per cento delle quote, ma di fatto solo dal 2020; nel 2013 si partirà da un livello minimo del 30 per cento che dovrà crescere progressivamente. Ma, a differenza che negli altri casi, nei quali si tratta di definire chi è dentro e chi è fuori, qui i giochi sono ancora tutti aperti. Consumatori elettrici, continuate a tremare.

Le aste (questo è divertente) saranno effettuate dagli Stati membri, non dalla Commissione. L’88 per cento delle allowances saranno distribuite ai governi, in proporzione alle emissioni storiche (cioè, chi più emette, più può emettere); il 10 per cento sarà attribuito agli Stati membri che si trovano in condizioni svantaggiate (principalmente i paesi dell’Est); il restante 2 per cento sarà attribuito ai paesi che “nel 2005 hanno ottenuto una riduzione di almeno il 20 per cento delle emissioni” rispetto al 1990 (cioè, ancora, i paesi dell’Est, ma solo perché dopo il 1990 hanno attraversato un collasso industriale). In pratica: la regola è l’auctioning, ma almeno nelle fasi iniziali prevale di gran lunga l’eccezione; i permessi da vendere saranno regalati ai governi, premiando quelli che hanno adottato politiche meno efficienti.

Viene prevista un po’ di elemosina per la cattura e sequestro del carbonio, mentre sono confermati i limiti per i meccanismi flessibili (che non potranno eccedere il 3 per cento delle emissioni 2005, e questo è davvero senza motivi che non siano protezionistici). Anche qui non mancano le eccezioni, sebbene alla fine riguardino un ammontare relativamente basso di permessi addizionali—l’1 per cento.

Un punto fondamentale, a questo punto, e per quel che ne capisco ancora quasi interamente aperto, è l’impiego del gettito delle aste. Ecco cosa dice, testualmente, il documento del Consiglio: “gli Stati membri determineranno, coerentemente coi rispettivi requisiti di budget e costituzionali, l’uso del gettito generato dalla vendita dei permessi”. Tuttavia, il Consiglio “prende atto della loro volontà di usarne almeno la metà per azioni di riduzione delle emissioni di gas serra, mitigazione e adattamento al cambiamento del clima, misure di riduzione della deforestazione, sviluppo delle energie rinnovabili, efficienza energetica e altre tecnologie utili alla transizione verso un’economia sicura e sostenibile a basso contenuto di carbonio, tra cui la realizzazione di nuova capacità, i trasferimenti tecnologici, la ricerca e lo sviluppo”. Questo è un passaggio centrale, perché quello che nella sostanza si dice è che almeno la metà del gettito dovrà essere speso su capitoli che già sono influenzati dalle politiche enucleate nella direttiva, e dunque l’Ue decide di moltiplicare le distorsioni. Questo è un terreno di battaglia su cui è invece importante non cedere neppure un millimetro: se infatti questo immenso flusso finanziario verrà utilizzato per qualunque scopo diverso dalla riduzione delle tasse, si sommeranno gli effetti negativi del cap & trade a quelli della carbon tax, senza avere i pregi dell’uno (a causa dell’enorme numero di eccezioni previste fin da subito) e dell’altra.

Mantengo la mia posizione ultracritica sul pacchetto. I cambiamenti introdotti grazie al governo italiano e altri, migliorano sicuramente il pacchetto, nel senso che ne riducono i costi, ma si tratta di un miglioramento effimero: è tutto giocato sul breve termine. I fattori di incertezza, la possibilità di inserire deroghe o di cancellarne, è un enorme cartello STOP di fronte alla possibilità di investimenti stranieri in settori non sussidiati. Mi dicono gli amici che non era politicamente possibile ottenere nulla di più. Forse è vero. Forse questo era l’unico compromesso possibile. Il che non ne fa, comunque, un buon compromesso.
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