L’unica preoccupazione che la crisi finanziaria in corso mi provoca è il timore che i politici, nel tentativo di correggere la situazione, commettano errori irreversibili destinati a trasformare in catastrofe una recessione grave ma destinata a risolversi in tempi ragionevoli. E’ già accaduto. Il crollo di Wall Street nel 1929, se non fosse stato seguito da gravi errori politici, sarebbe rimasto un breve episodio di patologia finanziaria. Invece, la banca centrale degli USA (Fed), che era stata creata per impedire che episodi di panico bancario determinassero il fallimento delle banche, tradì il suo dovere istituzionale e, fra il 1929 ed il 1933, consentì il fallimento di un terzo di tutte le banche americane, con conseguente drastica contrazione della massa monetaria, trasformando così una crisi finanziaria in una grave recessione.
Non basta, come altra volta ricordato, nel luglio 1930 il Congresso degli Stati Uniti approvò lo Smoot-Hawley Tariff Act che aumentò le tariffe doganali su 20.000 prodotti importati negli USA. La ritorsione del resto del mondo che seguì il cattivo esempio americano fece crollare il commercio internazionale, trasformando la recessione in una catastrofe senza precedenti: la Grande Depressione, la più lunga e profonda crisi economica nella storia umana (il tasso di disoccupazione il USA fu superiore al 25% per un decennio, dal 1931 al 1941).
La politica non fu la cura della Grande Depressione, ne fu la causa: non fu il New Deal di Roosevelt a por termine al problema, furono l’errore della Fed e quello del Congresso a determinarla. Non è vero che, in assenza delle affettuose cure dei politici, il mercato sia destinato a fallire, è vero invece che, in presenza di quelle amorevoli cure, l’economia di mercato non è in grado di funzionare. Non esistono solo le malattie iatrogene, determinate dagli errori dei medici e dall’abuso di medicine, esistono anche le crisi economiche “politicogene”, prodotte dagli errori dei politici e dagli abusi della politica economica.
Temo che la storia si stia ripetendo: in paese dopo paese la politica si affanna a cercare rimedi alla crisi, taumaturgiche panacee che impediscano l’aumento della disoccupazione, il fallimento delle imprese e ogni altro problema. Le cifre che, con grandiosa generosità, i governanti stanziano lasciano esterrefatti: decine quando non centinaia di miliardi di dollari, apparsi come per miracolo chissà da dove, vengono elargiti e sparsi su tutti i problemi. Se ci chiediamo da dove vengono, ci rendiamo immediatamente conto che queste astronomiche somme, mentre non cureranno i problemi di oggi, promettono di crearne di enormi per il futuro. Le spese pubbliche di oggi sono le tasse di domani; i soldi pubblici vengono sempre, immancabilmente da tasche private dalle quali, prima o poi, vengono prelevate. La generosità di oggi dei politici la pagheremo cara domani quando l’inevitabile aumento delle tasse contribuirà a rendere più lunga e grave la crisi.
Si prenda per esempio il caso dell’industria automobilistica: Obama vuole dare 15 miliardi di dollari alla General Motors ed alla Chrysler per impedirne il fallimento. Non è chiaro in che modo il denaro dei contribuenti americani possa rendere efficienti imprese in perdita. I problemi di Detroit sono dovuti alla potenza dell’UAW (il potente sindacato dei lavoratori del settore) che, quando le cose andavano bene, è riuscito ad ottenere in Michigan condizioni contrattuali molto generose. Quelle condizioni sono divenute, oggi che il mercato dell’auto è in crisi, insostenibili. La Toyota e le altre fabbriche giapponesi di auto in USA nonché i produttori tedeschi, che hanno fabbriche situate in Stati dove l’UAW non è così potente, sono tutte in attivo. Il fallimento di GM, Chrysler e Ford consentirebbe di rinegoziare i contratti di lavoro a condizioni meno anacronistiche e l’industria americana dell’auto risorgerebbe.
Nel campo dell’aviazione civile, il fallimento dei mitici colossi di una volta come la Pan Am e la TWA non ha significato la fine del trasporto aereo né un aumento della disoccupazione ma solo la ristrutturazione del settore che è divenuto più efficiente. Lo stesso vale per le auto e Obama farebbe bene a dimenticare i finanziamenti elettorali ricevuti dalla UAW e lasciare fallire i tre colossi resi inefficienti dalle eccessivamente generose concessioni fatte ai sindacati. Sono troppo grandi per non fallire, la loro inefficienza significa che una quantità enorme di risorse produttive viene male impiegata, il danno per l’economia americana non è sostenibile.